Pan - Knut Hamsun

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Nel 1920 lo scrittore norvegese Knut Hamsun vinse il premio Nobel per la Letteratura grazie al romanzo Il risveglio della terra del 1917. All’epoca Hamsun era uno scrittore famoso in tutto il mondo per i romanzi Fame (1890), Pan (1894), Victoria (1898) e Misteri (1892) e per il racconto La regina di Saba presente in Siesta (1897). A prescindere dallo schieramento politico e dalla formazione culturale non c’era scrittore che non amasse Hamsun: da Ernest Hemingway, che lo considerò un maestro, al comunista Bertolt Brecht, fino al conservatore Thomas Mann, sebbene Hamsun, negli anni della seconda guerra mondiale, commise l’enorme errore di aderire al nazismo, perché vi rintracciava la difesa dei valori della terra e, quando cadde il Terzo Reich e in Norvegia si ripristinò la monarchia costituzionale, fu internato in manicomio diventando il capro espiatorio di un’intera nazione. Di quest’ultima esperienza Hamsun racconterà alla venerata età di novant’anni nel diario Per i sentieri dove cresce l’erba.

A prescindere dalle sue posizioni politiche folli e deprecabili e per molti versi inspiegabili, considerando che i protagonisti delle sue opere letterarie sono perlopiù vagabondi e nullatenenti lunatici, Hamsun è uno scrittore che merita di essere letto.

Lo scrittore norvegese è il degno erede di Dostoevskij e di Nietzsche nella descrizione del nichilismo e la crisi dei valori di fine Ottocento. Inoltre è uno di quegli autori che si può effettivamente dire che sia nato col dono della scrittura. In lui c’è un lirismo senza pari ed è stato uno dei primi a capire l’importanza del monologo interiore e del flusso di coscienza per descrivere la soggettività dei personaggi con i loro deliri, le loro illusioni, le loro allucinazioni e i loro sogni. Quella di Hamsun è una scrittura fortemente impressionista che colpisce come un pugno allo stomaco, perché riesce a far sì che la psicologia del personaggio diventi un tutt’uno con la realtà che lo circonda. Possiamo dire che Hamsun è stato il Munch della letteratura. Nelle sue opere è difficile distinguere il paesaggio dalla psiche e questa è una qualità che soltanto i grandi scrittori possiedono.

In Fame, ad esempio, il protagonista è un giornalista disperato e angosciato che fatica ad andare avanti e che patisce la fame. Ogni volta che racimola qualche soldo lo sperpera, i suoi innamoramenti sono vane illusioni che lo portano a diventare uno stalker e quando rimane chiuso fuori dall’ostello si fa chiudere in cella e inizia ad avere allucinazioni per la troppa fame. Se uno volesse avere una raffigurazione letteraria dell’Urlo di Munch non può far altro che leggere questo romanzo.

L’opera su cui però mi voglio soffermare è Pan, romanzo di una bellezza incommensurabile che non sente il trascorrere del tempo e in cui si rintraccia una freschezza rara nei romanzi contemporanei.

Il protagonista è il tenente Glahn, un uomo solitario che ha deciso di fuggire la società per vivere in una capanna nella natura verdeggiante e onirica del Nordland. Nei confronti della Natura prova una devozione mistica e, come il dio Pan, riesce a essere un tutt’uno con essa respirando la libertà autentica della vita selvaggia. Accompagnato dal fedele cane Esopo, Glahn si arrangia a vivere andando a caccia o a pesca e di tanto in tanto va in città per rifornirsi al magazzino del sale del signor Mack, che ha una figlia adolescente di sedici anni di nome Edvarda. Glahn si innamora perdutamente della ragazza e per lei proverà un amore impossibile e alienante che lo indurrà a mettersi in discussione. Come può un solitario asociale e misantropo sentirsi a proprio agio in società? Travolto da un desiderio ossessivo e autodistruttivo Glahn sarà vittima dei capricci e degli sbalzi d’umore di Edvarda. Il protagonista vivrà così una viscerale lotta interiore tra l’essere sé stessi e il dover essere e quindi tra la Natura e la Società che disprezza ma a cui per amore è costretto a piegarsi. Hamsun intende interrogarci su come possa vivere nella società un uomo libero dalle convenzioni e non disposto a compromessi che considera il mondo moderno falso e che trova la massima rappresentazione nei valori e nelle etichette della borghesia.

Per amore di Edvarda, con cui si fidanza, Glahn è disposto a fare vita sociale, ma il disagio che prova a comportarsi come ci si aspetta lo induce a compiere dei gesti stravaganti in ribellione agli standard sociali: come ad esempio quando in una gita al lago lancia in acqua la scarpetta della fidanzata perché accecato dalla gelosia nei confronti del dottore, un amico della famiglia Mack che prova un profondo affetto per l’adolescente e che di tanto in tanto redarguisce nella speranza che possa migliorare i propri modi. Incapace di incatenare la sua libertà panica il tenente si trova alla fine obbligato a rinunciare a questo amore impossibile e ripiega verso Eva, una giovane donna sposata che ama Glahn con tutta sé stessa.

Se Edvarda è espressione dell’amore impossibile, menzognero e onirico che spinge all’autodistruzione, Eva è invece l’incarnazione dell’amore puro, innocente e vero della realtà. Alla fine così come la Natura cambia ciclicamente con le stagioni, allo stesso modo anche le passioni variano insieme alla psiche del protagonista, che si ritroverà a inseguire entrambe le donne senza sapere effettivamente quello che desidera.

La prima volta che ho fatto la conoscenza di Knut Hamsun è stato in Svezia quando con la mia famiglia abbiamo preso il volo da Stoccolma a Umeå. La compagnia di volo era norvegese e, a parte l’avvenenza delle assistenti di volo, mi ricordo che dall’oblò vidi un aereo della medesima compagnia con raffigurato un giovane uomo con gli occhiali leggermente imbronciato e sotto la scritta Knut Hamsun. All’epoca non sapevo chi fosse ed ero in fissa per Strindberg di cui avevo visitato il museo la casa blu a Stoccolma.

Non sapevo che Hamsun avesse scritto Pan, ma quando con la famiglia siamo andati alla casa a mare di un’amica ho vissuto una situazione di selvaggia pienezza simile a quella che prova Glahn nel romanzo. La casa a mare era sulla spiaggia, molto lontano da Umeå (la città del giocatore del Milan Gunnar Nordahl), ed era attraversata da un fiumiciattolo che arrivava a mare e rendeva l’acqua dolce come se si fosse dentro a un fiume. Il mare era sabbioso e si toccava per metri e metri. In alto, nel tardo cielo estivo dal chiarore diffuso, volavano i gabbiani indisturbati, come se fossero abituati alla presenza umana, e accanto c’era una foresta di betulle che si stendeva per chilometri come una lunga macchia verde.

A lungo l’unica opera che lessi di Hamsun fu il racconto La regina di Saba, poi un mio amico musicista mi disse un giorno già avevo aperto la libreria – che un suo amico gli aveva prestato Fame e Pan e gli erano piaciuti talmente tanto che voleva sapere se avessi dei libri di questo autore. Bene, questo mio amico fu l’unico che comprò libri di Hamsun finché durò l’attività. Il suo entusiasmo però mi contagiò e anch’io mi misi a leggere con voracità le opere di questo scrittore.

Purtroppo venderlo è sempre stato difficile. Ogni volta che qualcuno voleva essere consigliato su autori classici dimenticati io provavo la carta Hamsun, ma si rivelava fallimentare. Sistematicamente quando arrivavo al punto che lo scrittore era stato un nazista e che all’età di novant’anni era stato internato in un ospedale psichiatrico, alla fine il cliente si infervorava e non c’era più niente da fare. Si intestardiva a dire che gli scrittori fascisti dovrebbero essere messi al bando e, quando gli spiegavi che anche Pirandello era fascista, a quel punto quello affermava che non era la stessa cosa ed era inutile dirottarlo su altri libri, alzava i tacchi e se ne andava indignato. Dopo qualche settimana quello stesso cliente ritornava e io, memore del suo comportamento, evitavo di dirottarlo su colui che non deve essere nominato.

Ora voglio dire, non è che Hamsun sia Hitler. Inoltre a quel tempo purtroppo molte persone di genio hanno aderito per convinzione o convenienza al nazismo. Adesso che facciamo non leggiamo Céline perché era uno sporco borghese nazista e antisemita? Non leggiamo D’Annunzio perché era un nazionalista, Pirandello perché per opportunismo ha aderito al fascismo e Curzio Malaparte perché prima di diventare comunista è stato fascista? Il fatto che all’epoca si disprezzasse la borghesia è un dato di fatto e il nichilismo è una terra di nessuno dove, se ti va bene tiri le conclusioni di Camus, ma che, se ti fai trascinare dal male, arrivi ai totalitarismi.

A furia di censurare gli scrittori per le loro posizioni politiche e non dare una possibilità alle loro opere di essere lette si arriverebbe a negare persino il valore letterario di Dostoevskij perché era uno slavofilo antisemita.

Tuttavia è sbagliato fermarsi alla superficie e infatti quando leggiamo Delitto e castigo, L’idiota o I fratelli Karamazov rimaniamo positivamente colpiti dal fatto che Dostoevskij ci insegni che la speranza sia l’ultima a morire, che anche nel malvagio ci sia possibilità di redenzione attraverso la sofferenza interiore e che non ci sia niente di più importante del valore e della dignità della vita umana.

Allo stesso modo io dico che bisogna dare una possibilità a questo povero capro espiatorio di Knut Hamsun, che per le sue idee politiche sbagliate ha pagato abbastanza a causa di una società ipocrita – non c’è niente di più disumano che mandare in manicomio uno scrittore di novant’anni per le sue esternazioni politiche quando tutti i norvegesi all’epoca erano nazisti – e che il suo genio letterario è indubbio.

Di certo non è inferiore al grande Franz Kafka che, al pari di Hamsun, ha portato il monologo interiore e il flusso di coscienza a livelli sublimi, e merita altrettanto rispetto.

Alla fine tutto sta nell’avere pensiero critico e quindi nel saper distinguere ciò che è bene da ciò che è male.

Probabilmente la scelta di vivere esclusivamente del lavoro in fattoria e degli introiti come scrittore l’hanno portato a guardare con sospetto alla società borghese, alla democrazia liberale e all’ideologia del progresso. Tuttavia alla radice del suo disprezzo a mio modo di vedere ci deve essere stata l’esperienza come migrante negli Stati Uniti d’America e l’aver fatto in gioventù lavori precari. Per Hamsun il lavoro volto al semplice guadagno è da disprezzare perché annulla l’uomo. Inoltre l’influsso che ha avuto la cultura tedesca nella sua formazione l’ha portato ad avere una sorta di riverenza per tutto ciò che è tedesco e quando si ama troppo qualcosa si rischia di prendere un abbaglio.

Molto spesso l’assegnazione del premio Nobel per la Letteratura crea un polverone di polemiche, per cui alla fine non si è contenti del vincitore. All’epoca invece perfino grandissimi scrittori come Thomas Mann asserirono che nessuno meritava il premio quanto Hamsun. Nel secondo dopoguerra Ernest Hemingway dichiarò che Hamsun gli aveva insegnato a scrivere; mentre nel nuovo millennio Karl Ove Knausgård, il più importante scrittore norvegese contemporaneo, ha ricordato Hamsun nella saga autobiografica La mia battaglia, che sfortuna vuole che in norvegese si scriva Min kamp ricordando per assonanza quello scempio di Mein kampf di Hitler.

In conclusione Hamsun invita a metterci in discussione nel profondo minando le nostre certezze e le nostre convenzioni sociali insegnandoci come in Pan che, l’unica alternativa tra la verità e la menzogna e tra la natura e la realtà, è il sogno:

 

«Amo tre cose, dico allora. Amo il sogno d’amore di un tempo, amo te e amo quest’angolo di terra.»

 «E cosa ami di più?»

 «Il sogno.»

 

D’altra parte, come scrive Shakespeare nella Tempesta, non siamo della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni?


Roberto Cavallaro - Un Libro per Stare Bene