mutualpass.it Rss https://www.mutualpass.it/ MutualPass - La Card Salute è Benessere it-it Tue, 15 Sep 2020 10:53:56 +0000 Fri, 10 Oct 2014 00:00:00 +0000 http://blogs.law.harvard.edu/tech/rss Vida Feed 2.0 info@emovus.it (Emovus srls) info@emovus.it (Emovus srl) Mediacontent https://www.mutualpass.it/vida/foto/logo.png mutualpass.it Rss https://www.mutualpass.it/ 15 settembre 2020 - Giornata Mondiale della consapevolezza sul Linfoma https://www.mutualpass.it/post/1211/1/15-settembre-2020-giornata-mondiale-della-consapevolezza-sul-linfoma https://www.mutualpass.it/post/1211/1/15-settembre-2020-giornata-mondiale-della-consapevolezza-sul-linfoma]]> Il 15 settembre di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale della consapevolezza sul Linfoma, un’occasione per sensibilizzare sui linfomi e diffondere le novità in termini di ricerca e innovazione terapeutica su patologie che, solo in Italia, affliggono circa 150 mila persone.

Il linfoma è una malattia tumorale del sistema linfatico: l’apparato costituito da cellule e tessuti che si occupano della difesa dell’organismo dagli agenti esterni e dalle malattie. Si sviluppa da un’alterazione delle cellule linfocitarie presenti all’interno dei linfonodi, della milza, del timo e del midollo osseo. Il linfoma può interessare queste aree, ma anche gli altri organi.

I linfomi sono classificati in due categorie, i linfomi di Hodgkin, che sono relativamente rari, e i linfomi non Hodgkin, che hanno un’incidenza 5 volte superiore. Il primo tipo, che prende il nome dal medico che per primo l’ha scoperto, colpisce soprattutto in due fasce d’età: tra i venti e i trent’anni e oltre i settant’anni, il secondo tipo, invece, colpisce principalmente gli adulti.

Secondo i dati diffusi dalla FIL, Fondazione Italiana Linfomi, oggi è possibile affermare che l’80% dei pazienti affetti da linfoma di Hodgkin e il 60% dei linfomi non-Hodgkin può guarire.

Il tema di quest’anno è “Small Things Build Confidence”. Vivere con il linfoma può lasciare una persona insicura, con molte domande, preoccupazioni e dubbi e la fiducia, che spesso deriva dalle informazioni e dal supporto, gioca un ruolo significativo nelle esperienze e nei risultati sanitari positivi per i pazienti.


Medika, la Card della Salute

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Tue, 15 Sep 2020 10:53:56 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1211/1/15-settembre-2020-giornata-mondiale-della-consapevolezza-sul-linfoma
Si torna a scuola - Cosa c’è da sapere? https://www.mutualpass.it/post/1210/1/si-torna-a-scuola-cosa-c-e-da-sapere https://www.mutualpass.it/post/1210/1/si-torna-a-scuola-cosa-c-e-da-sapere]]> Il 14 settembre riaprono gli istituti scolastici in molte regioni d’Italia, in altre invece sono previsti slittamenti al 16, 20 o 24 settembre. Ecco qualche norma da rispettare per evitare il contagio:

 

Mascherina e Igiene

Durante l’orario di lavoro il personale scolastico è tenuto ad indossare la mascherina. I soli docenti possono toglierla in classe durante le ore di lezione, salvo rimetterla se gli studenti si avvicinano. Gli alunni possono non indossare la mascherina durante le lezioni a patto che si rispetti il metro di distanza. La mascherina è obbligatoria all’arrivo, all’uscita e durante gli spostamenti per tutti gli studenti di età superiore ai 6 anni.

Le regole di igiene sono quelle stabilite dal Comitato Tecnico Scientifico per tutta la durata della pandemia, igienizzazione o lavaggio delle mani frequente, evitando il contatto con le mucose di occhi e bocca.

 

Banchi singoli

Tutte le scuole garantiranno il distanziamento sociale in classe grazie all’uso di banchi monoposto.

 

Ingressi scaglionati

Per evitare assembramenti, le singole scuole potranno scegliere di utilizzare ingressi scaglionati ed eventuali doppi turni.

 

Trasporti

Sui mezzi di trasporto pubblico locale, sui trasporti ferroviari e sugli scuolabus è consentita la capienza fino all’80% del totale, con l’obbligo di utilizzo della mascherina.

 

In caso di febbre

Studenti e personale scolastico dovranno misurare la temperatura corporea a casa, con più di 37.5° è necessario rimanere a casa. In caso di sospetta infezione da Covid i genitori sono tenuti ad informare il proprio medico che richiede il test diagnostico. Alcune regioni provvederanno alla misurazione della temperatura direttamente all’ingresso a scuola, evitando però, il rischio di assembramenti.

 

Didattica digitale integrata

Gli insegnanti potranno avvalersi anche di lezioni da svolgere online, seguendo le linee guida sulla didattica digitale integrata e sfruttando l’esperienza maturata nei mesi di lockdown


Medika, la Card della Salute

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Mon, 14 Sep 2020 10:42:01 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1210/1/si-torna-a-scuola-cosa-c-e-da-sapere
Messina prima del terremoto - Il Corso Cavour https://www.mutualpass.it/post/1209/1/messina-prima-del-terremoto-il-corso-cavour https://www.mutualpass.it/post/1209/1/messina-prima-del-terremoto-il-corso-cavour]]> Nell’aristocratico Corso Cavour, la via maestra per eccellenza e il cuore della città, dove sono concentrati molti istituti pubblici e scolastici e dove si aprono piazze importanti, come quelle del Duomo e della chiesa Annunziata dei Teatini, via commerciale per la nutrita presenza di negozi ed esercizi vari, il Palazzo Brunaccini dei principi di S.Teodoro ostenta con malcelata soddisfazione una targa marmorea che ricorda il soggiorno di Goethe, nelle sue stanze, dal 10 al 13 maggio 1787.

Dal 1897, don Vincenzo Irrera ha aperto il frequentatissimo “Bar Moderno” dove oltre a pranzi e colazioni è possibile gustare birre gelate, caffè espresso, liquori e “cioccolatte”.

Il passeggio è fitto…
La dirimpettaia fontana di Gennaro, del 1602, invita scenograficamente ad entrare nel Corso, ed è subito una sequela di bei complessi monumentali: la chiesa di San Francesco alle Stimmate del 1625; il Palazzo della famiglia Alliata, che fu sede del Senato dopo il terremoto del 1783 e fino alla costruzione del Palazzo Municipale; le rovine della chiesa di S. Domenico, prima ospedale dei Cavalieri Templari; la chiesa di S. Nicolò “al Corso”, edificata nel 1573 su progetto del Calamech; la statua dell’Immacolata in marmo bianco, opera di Giuseppe Buceti del 1757, che troneggia nella piazza della Concezione; il Palazzo della Prefettura; il Regio Liceo Ginnasio Maurolico, nell’ex Casa dei Teatini; la splendida chiesa seicentesca della SS. Annunziata, del grande architetto modenese Guarino Guarini e, nella piazza omonima, la statua di Don Giovanni d’Austria col fondale scenografico della facciata di Palazzo Avarna, opera cinquecentesca di Andrea Calamech. Con le fontane dei “Quattro Cavallucci”, i “quattru cavadduzzi”, con allusione a quattro statue con putti a cavalcioni di cavalli marini, scolpite dal catanese Giovan Battista Marino su disegno di Gaetano Ungaro nel 1642, ai quattro canti di piazza Santa Maria La Porta, il Corso Cavour ha termine.

Il passeggio è fitto… per un momento, immergiamoci anche noi…


Nino Principato

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Thu, 10 Sep 2020 09:35:13 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1209/1/messina-prima-del-terremoto-il-corso-cavour
8 Settembre 2020 - Giornata Mondiale della Fisioterapia https://www.mutualpass.it/post/1208/1/8-settembre-2020-giornata-mondiale-della-fisioterapia https://www.mutualpass.it/post/1208/1/8-settembre-2020-giornata-mondiale-della-fisioterapia]]> Istituita nel 1996, su iniziativa della WCPT (World Confederation for Physical therapy), la Giornata Mondiale della Fisioterapia, celebrata l'8 Settembre di ogni anno, segna l'unità e la solidarietà della comunità globale della terapia fisica. L’obiettivo è quello di riconoscere il lavoro che i fisioterapisti svolgono per i pazienti e più in generale per la comunità. Anche in Italia è l’occasione per sensibilizzare i cittadini sui benefici e sull’importanza del ruolo del fisioterapista.

Usando la Giornata mondiale della terapia fisica come focus, WCPT mira a supportare le organizzazioni nei loro sforzi per promuovere la professione e far progredire la loro esperienza, con risultati sempre più importanti.

Il tema della Giornata del 2020 si concentrerà su "riabilitazione e COVID-19". La fisioterapia può svolgere un ruolo importante nella riabilitazione di persone che hanno contratto gravemente il COVID-19. Questi corrono il rischio di incontrare (gravi) limitazioni fisiche, emotive, e cognitive e hanno bisogno di una specifica riabilitazione per riprendersi dagli effetti della ventilazione assistita, dell’immobilizzazione prolungata e del riposo a letto.

Potrebbero soffrire di: Funzione polmonare compromessa, grave debolezza muscolare, rigidità articolare, stanchezza, mobilità limitata e capacità di svolgere le attività quotidiane, delirio e altri disturbi cognitivi, difficoltà a deglutire e comunicare, disturbi della salute mentale e bisogni di supporto psicosociale

Il fisioterapista può aiutare a: Mobilitazione precoce e rimettersi in movimento, esercizi semplici, tornare alle attività della vita quotidiana, recupero polmonare, gestire l'affanno, far fronte alla fatica, trovare l'equilibrio tra essere attivi e riposarsi.


Medika, la Card della Salute, conta, tra i propri convenzionati, alcuni tra i migliori professionisti del settore:

New Delta s.r.l. Centro di Fisiokinesiterapia

KineCenter Centro medico di riabilitazione funzionale

Dott. Davide Milone Fisiatra

Studio Fisiokinesis Fisioterapia, Osteopatia, Chinesiologia

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Tue, 8 Sep 2020 08:10:05 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1208/1/8-settembre-2020-giornata-mondiale-della-fisioterapia
MusikaTherapy - Le 5 canzoni più belle di Carmen Consoli https://www.mutualpass.it/post/1206/1/musikatherapy-le-5-canzoni-piu-belle-di-carmen-consoli https://www.mutualpass.it/post/1206/1/musikatherapy-le-5-canzoni-piu-belle-di-carmen-consoli]]> Il 4 settembre 1974, a San Giovanni La Punta, in provincia di Catania, nasce Carmela Carla Consoli, in arte Carmen Consoli

Già a quattordici anni Carmen era una vera e propria forza. Il pubblico non la metteva in soggezione e si esibiva nei locali catanesi con un gruppo chiamato "Moon's dog party". 
Nel 1995 collabora per la realizzazione di un cd tributo a Franco Battiato, cantando "L'animale". La sua inconfondibile voce rimane impressa a chiunque abbia avuto modo di sentirla la prima volta.

Sempre in quell’anno partecipa a Sanremo giovani con la canzone "Quello che sento" e nel 1996 arriva la chiamata a Sanremo big, dove presenta la canzone "Amore di plastica", scritta con la collaborazione di Mario Venuti.

Dopo il grande successo Carmen torna a nel 1997 con "Confusa e felice", divenuto ormai un suo cavallo di battaglia. Con il secondo album solista, Carmen ottiene il tanto ambito disco di platino, facendo breccia definitivamente nei cuori di migliaia di fan.
Nel 1998 duetta con Mario Venuti nel brano "Mai come ieri” e nello stesso anno produce il terzo cd, "Mediamente isterica", titolo che le porterà maggior fortuna e che verrà celebrato in un tour lungo tutta l'Italia. 

Dopo una piccola pausa, alle soglie del 2000, Carmen torna con "In bianco e nero", sempre ottimamente piazzato nelle classifiche italiane.

Nel lungo elenco delle sue collaborazioni, oltre al già citato Mario Venuti, si trovano anche La Crus, Irene LaMedica, Paola Turci, Natalie Merchant, Lula, Marco Parente, Nuovi Briganti, Francesca Lago e altri ancora. Il suo quinto cd "Stato di necessità" ha goduto di un lancio più internazionale, contando anche su una versione pensata apposta per il mercato francese.

I lavori successivi sono stati "L'anfiteatro e la bambina impertinente" (2001), "L'eccezione" (2002), "Un sorso in più" (2003), "Eva contro Eva" (2006), "L'uomo che ama" - Musiche originali del film (2008), "Elettra" (2009). Per niente stanca (2010-2012), L'abitudine di tornare (2015) e l’Eco di sirene (2017).

In occasione del suo 46 esimo compleanno vogliamo proporvi 5 dei suoi successi più grandi:

 

5 - Fiori d'arancio (2002)

 

4 - Venere (1997)

 

3 - Confusa e Felice (1997)

 

2 - Amore di plastica (1996)

 

1 - L'ultimo bacio (1999)

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Fri, 4 Sep 2020 08:33:31 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1206/1/musikatherapy-le-5-canzoni-piu-belle-di-carmen-consoli
Giovanni Verga, cantastorie italiano https://www.mutualpass.it/post/1207/1/giovanni-verga-cantastorie-italiano https://www.mutualpass.it/post/1207/1/giovanni-verga-cantastorie-italiano]]> Per compare Turiddu quel colpo di pugnale è risultato fatale. Non lo vedete disteso in una pozza di sangue nel campo di fichi d’india della Canziria? A quella mangiauomini di gnà Pina, detta la Lupa, è proprio impossibile resistere con quegli enormi e profondi occhi neri che vi divorano con uno sguardo. Per non parlare dei seni vigorosi, pronti a sbatterveli in faccia per potervi avere a tutti costi.

Provate a chiedere al genero Nanni, che ama la moglie Maricchia ma ogni volta casca come una pera alle avances insistenti della suocera. La sua coscienza è in crisi e neanche le forze dell’ordine sembrano riuscire a porre fine a questa situazione incresciosa, che mette in disonore la povera Maricchia. Per Nanni non resta che farsi giustizia da solo. Gliela farà vedere lui alla Lupa di che pasta è fatto.

Attenzione, sta per arrivare quel linguacciuto di compare Ciolla. Tutti si avvicinano al Caffè dei Nobili per sentire quel che ha da dire su quell’arrivista di mastro don Gesualdo Motta, appena accasato con quella bellezza nobiliare pallida ed evanescente di donna Bianca Trao. Neanche l’aver dato ospitalità a mezzo mondo durante l’epidemia di colera ha fatto mutare i giudizi della gente sul possidente. Soltanto Diodata sembra provare gratitudine nei suoi confronti. Che cosa ne sarà di mastro don Gesualdo?

Adesso spostate lo sguardo al monastero delle suore di clausura di Catania. L’epidemia di colera è passata, eppure suor Maria è sempre febbricitante. Il suo cuore palpita per Nino, ma per non contravvenire alle volontà del padre e della matrigna ha deciso egualmente di portare avanti la vocazione religiosa vacillante. Sfortunatamente sua sorella ha sposato il giovane amato da Maria e, quel che è peggio, hanno preso casa proprio di fronte al monastero e li vede scambiarsi tenerezze dalla finestra. Riusciranno a reggere il cuore e la mente di suor Maria?

Con questo caldo però non si può non andare al mare. Li vedete laggiù i faraglioni di Aci Trezza? Se riuscite a focalizzare lo sguardo vedrete la silhouette di una donna del gran mondo, che si chiede lamentandosi come sia possibile vivere in un paese di mare dove non accade niente di interessante. L’amico scrittore la guarda basito e gli spiega che per gli abitanti di Aci Trezza è impossibile cambiare aria e desiderare una vita migliore, perché sono radicati nel loro paese come l’ostrica allo scoglio. A sentire parlare di quelle ostriche alla donna di mondo è venuta l’acquolina in bocca, ma lo scrittore la porta di tutto punto all’osteria della Santuzza a bere un bel bicchiere di vino e fargli vedere la fine che ha fatto Ntoni Malavoglia.

Che fate siete più orbi di zio Santoro? Non lo vedete quel cetriolo e minchione di Ntoni seduto al bancone dell’osteria del paese a bere a scrocco il vino di massaro Filippo? Che delusione per il nonno padron Ntoni, la madre Maruzza la Longa e i fratelli che sgobbano da mattina a sera per riacquistare la casa del nespolo, perduta per non aver saldato in tempo il debito dei lupini a causa del naufragio della Provvidenza. A padron Ntoni non resta che confidare nel nipote Alessi, più responsabile e volenteroso del fratello maggiore e degno erede di questa famiglia di pescatori segnata dalla sventura.

Di queste e altre storie è stato cantore Giovanni Verga, di cui il 2 settembre si celebrerà il centottantesimo anniversario della nascita.

Discendente di un ramo cadetto della nobiltà siciliana legato ai baroni di Fontanabianca, Verga è nato a Catania il 2 settembre 1840 dal possidente terriero Giovanni Battista Verga Catalano e da Caterina di Mauro, esponente della borghesia catanese[1]. Il territorio ibleo costituirà fonte di ispirazione per Giovanni Verga, che ne farà lo scenario principale delle sue novelle e dei suoi romanzi. Tuttavia ridurre lo scrittore catanese a narratore verista della Sicilia dell’Ottocento e dei primi del Novecento è quanto più di sbagliato si possa commettere. Allo stesso modo a mio parere è sbagliato pensare che ci sia un primo Verga romantico, un secondo realista-galante e un terzo verista. Queste tre correnti letterarie sono sempre presenti nello scrittore, soltanto che di volta in volta per coerenza con la tematica e la struttura narrativa dell’opera considerata – novella o romanzo che sia – un genere prevale sugli altri. Tutto ciò si evince scandagliando la sua vita.

Fin da giovane Giovanni Verga dimostrò un’inclinazione e una passione viscerali per la scrittura. Cresciuto leggendo i romanzi storici di Chateaubriand, Victor Hugo e Guerrazzi e i feuilleton francesi di Alexandre Dumas padre, Eugene Sue e Feuillet, Giovanni Verga scrisse all’età di quindici anni il romanzo storico di impronta romantica Amore e Patria che, rimasto inedito, incontrò l’entusiasmo del professore don Antonio Abate, fervente patriota di idee repubblicane, che provava molta stima per lo scrittore in erba, mentre fu duramente stroncato e giudicato immaturo dal canonico Mario Torrisi, che gliene sconsigliò la pubblicazione.

Gli studi superiori condotti sotto la guida di don Antonio Abate diedero all’aspirante scrittore una solida formazione letteraria e filosofica grazie alla lettura delle opere di Dante, Petrarca, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, Vincenzo Monti, Alessandro Manzoni, quel dannato Hegel e il romanzo storico-patriottico I tre dell’assedio di Torino di Domenico Castorina, “lontano parente di Verga”[2].

Quando Verga si iscrisse controvoglia alla facoltà di legge dell’Università di Catania nel 1858, mise mano al suo secondo esperimento narrativo: il romanzo I carbonari della montagna. L’opera, pubblicata a proprie spese in quattro volumi tra il 1861 e il 1862, narra della rivolta dei carbonari calabresi contro il regime di Gioacchino Murat ed evidenzia la partecipazione dello scrittore siciliano alla riflessione politica risorgimentale.

Lo sbarco dei Mille di Garibaldi suscitò l’entusiasmo del giovane autore il quale aderì alla Guardia Nazionale, ma la scarsa inclinazione alla vita militare e l’aver assistito alle misure repressive contro i moti insurrezionali popolani dovuti all’aumento del dazio sul macinato e alla mancata assegnazione delle terre ai contadini suscitarono in lui un forte ribrezzo per la violenza dimostrata tanto da una parte quanto dall’altra e, dopo aver versato 3.100 lire alla Tesoreria Provinciale, ottenne l’esonero dopo quattro anni di servizio e riprese l’attività di scrittore a tempo pieno.

L’esonero dal servizio militare non deve essere inteso come un rinnegamento da parte di Verga della causa unitaria sabauda. La conferma si ha nella novella Libertà (Domenica del Corriere, 1882; Novelle rusticane, 1883) in cui Verga racconta attraverso il punto di vista impersonale gli eccidi di Bronte, descrivendo in maniera vivida e realistica come un giornalista sul campo la violenza istintiva e irrefrenabile della popolazione contro i galantuomini (vale a dire i nobili, i possidenti, i preti, i gendarmi, i professionisti e i commercianti) perché era stata promessa la libertà, ossia la concessione delle terre ai contadini. Verga descrive la violenza del popolo come l’onda spumeggiante di un mare in tempesta che si riversa implacabile con falci in mano e le urla di A te che si ripetono cadenzate come un’allitterazione poetica contro l’ipocrita e gaudente classe dirigente e non solo, visto che tra le vittime dell’insurrezione c’è anche la prostituta gnà Lucia per essere in peccato mortale.

La voce narrante critica aspramente la violenza popolare, ma allo stesso tempo ne prova compassione per la repressione attuata dal “generale piccino sopra il suo gran cavallo nero, innanzi a tutti, solo”[3]. Il generale in questione è Nino Bixio che, dopo aver bestemmiato a destra e a manca, fucilerà cinque persone – tra cui lo scemo di paese – e riporterà l’ordine. Il narratore inoltre prova compassione per i familiari dei rivoltosi, che aspettano invano davanti al carcere nella speranza di poter far visita ai propri cari, e mette in luce la lentezza burocratica della giustizia nell’emettere il verdetto di colpevolezza contro gli insorti.

In questa bellissima novella Verga nell’adottare il punto di vista neutro e impersonale non può però fare a meno di esprimere un’opinione, per quanto velata, sulla libertà e sull’organizzazione sociale del nuovo Stato. In quest’opera, come nelle altre opere veriste, ci rendiamo conto come la pretesa di imparzialità del verismo o naturalismo sia di fatto impossibile, perché lo scrittore non può separarsi da ciò che è e alla fine il suo modo di essere e il suo pensiero in qualche modo si presenteranno nella descrizione dei personaggi.  

Se leggiamo infatti con attenzione Libertà ci accorgiamo come in Verga fin da subito emerga la condanna della violenza in tutte le sue forme e, la compassione che prova nei confronti della popolazione in rivolta, non è una condivisione della loro battaglia, ma semplicemente partecipazione umana alle ingiustizie sociali da lui ritenute inevitabili e ineliminabili. Nell’affermazione amara del carbonaio in manette si evince come per lo scrittore catanese i rivoltosi abbiano frainteso il concetto di libertà, che non deve intendersi in senso sociale (libertà positiva) ma politico (libertà negativa):

Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: – Dove mi conducete? – In galera? – O perché? Non mi è toccato neppure un palmo di terra! Se avevano detto che c’era la libertà![4]

Ciò che mette in discussione Verga non è l’organizzazione sociale – per un possidente come lui è inimmaginabile che i contadini possano appropriarsi e sappiano ben gestire e mettere a frutto le terre demaniali – ma l’arbitrarietà del potere – il quale non avrebbe dovuto gestire l’insurrezione uccidendo in maniera fredda e indiscriminata – e l’inefficienza della giustizia, la cui lunghezza dei processi suscita negli accusati un’attesa logorante.                               

Nei primi anni dell’Unità d’Italia Verga si distinse come giornalista politico e fondò con Nicolò Niceforo, noto come Emilio Del Cerro, e l’ex insegnante Abate il settimanale politico Roma degli Italiani in cui si batté per uno Stato con un forte potere centrale. La battaglia anti-regionale portò Verga e Niceforo alla separazione da Abate, che era per un’Italia unita in cui alla Sicilia fosse riconosciuta l’autonomia amministrativa, e inaugurarono il periodico L’Italia contemporanea, che ebbe però breve vita. L’unico numero pubblicato è però di notevole importanza poiché contiene la prima novella verista di Verga: Casa da thè (1862).

In seguito Verga diede vita all’Indipendente, di cui cessò la pubblicazione dopo dieci numeri, e si dedicò alla stesura del romanzo storico di ambientazione veneta Sulle Lagune, uscito a puntate sulla rivista fiorentina Nuova Europa dal 13 gennaio al 15 marzo 1863, che narra della storia d’amore tra un ufficiale austro-ungarico e una giovane veneziana nell’attesa della guerra risorgimentale che porrà fine alle angherie e ai soprusi del potere asburgico.

Molto importante si rivelerà il periodo fiorentino, in cui apprendiamo che Verga non lo era soltanto di nome ma anche di fatto.

Il 5 febbraio 1863 morì il padre di Giovanni Verga e nel 1865 il futuro autore de I Malavoglia avvertì la necessità di andare a Firenze, capitale del Regno d’Italia dal 1865 al 1871, nella speranza di entrare nel milieu intellettuale e affermarsi come scrittore in modo tale da vivere esclusivamente del suo reddito. Il giovane ventitreenne avvertiva poche possibilità di successo nell’angusta e provinciale realtà culturale siciliana e riteneva impossibile non solo farsi un nome, ma anche ottenere l’agognata indipendenza economica se avesse continuato a scrivere in Sicilia. A Firenze avrebbe vissuto in un clima culturale più vivace e con i contatti giusti avrebbe potuto inserirsi nei salotti letterari più alla moda.

È in questo contesto che Verga ottiene il suo primo successo commerciale con il romanzo realistico-galante a sfondo autobiografico Una peccatrice, edito dalla casa editrice torinese Negro nel 1866. In questo romanzo l’autore ripercorre attraverso il protagonista Pietro Brusio la storia d’amore intrattenuta con una nobildonna piemontese, che nel romanzo prende il nome di Narcisa Valderi contessa di Prato, e la vita mondana catanese. Non è difficile immaginarsi compare Giovannino Verga passeggiare in un caldo pomeriggio d’estate lungo la via Etnea con questa bella forestiera del gran mondo per poi sedersi al tavolino di un caffè per ristorarsi con una buona granita. Pietro Nardi nella Vita di Giovanni Verga, contenuta nell’edizione Mondadori de I Malavoglia da lui curata, afferma che la storia d’amore tra lo scrittore emergente e la “peccatrice” era ben nota presso l’opinione pubblica catanese.

Con La peccatrice Verga riuscì a farsi riconoscere come artista rivelando al mondo letterario il suo ingegno eccezionale e anche le sue capacità amatorie.

A partire dal 1869 lo scrittore catanese si trasferirà stabilmente a Firenze, dove vi resterà fino al 1871. In questi anni legherà con il fedelissimo amico di penna Luigi Capuana e stringerà una fragile amicizia interessata e contrassegnata dalla competizione amorosa con il giovane poeta catanese Mario Rapisardi. Questi si mobilitò per introdurre il conterraneo nella cerchia letteraria fiorentina fornendogli la lettera di presentazione per Francesco Dell’Ongaro, tra le massime autorità letterarie fiorentine del tempo.

Giovannino non si presentò subito da Dell’Ongaro perché, sebbene avesse provveduto a rinnovare il corredo prima della partenza da Catania, si rese conto, una volta giunto a Firenze, di essere fuori moda e non voleva sfigurare davanti all’illustre letterato. Una volta procuratosi l’abito il ventinovenne catanese si presentò al critico letterario, che spese innumerevoli parole d’elogio per il romanzo Una peccatrice e lo fece inserire nei più importanti circoli letterari fiorentini: come quelli della signora Swanzberg, distinta pittrice tedesca dell’epoca madre di due bellissime fanciulle dotate per il canto, e della scrittrice Ludmilla Assing, anche questa tedesca, che segnalerà il romanzo sopracitato alla Neue Freie Presse di Vienna.

A Firenze Verga frequentò inoltre stabilmente i teatri nella speranza di affermarsi anche come autore teatrale di rilievo e divenne un frequentatore assiduo dei ristoranti e dei caffè di punta dell’epoca, come ad esempio il Caffè Michelangelo.

Il 1869 si rivelerà un anno decisivo per lo scrittore catanese. Proprio il 23 giugno di quell’anno inizierà la stesura di Storia di una capinera, il suo primo capolavoro e che, grazie all’intermediazione di Dell’Ongaro, riuscirà a pubblicare nel 1871 con l’editore milanese Lampugnani.

Scritto interamente a Firenze, Storia di una capinera è un romanzo epistolare di notevole bellezza che narra della travagliata e impossibile storia d’amore tra la novizia suor Maria e il giovane Nino durante l’epidemia di colera che colpì la provincia di Catania negli anni ’50 dell’Ottocento. Una volta scoppiata l’epidemia Maria, al pari delle altre novizie, torna alla casa paterna per trascorrere il periodo di autoisolamento, vale a dire il lockdown. Qui ritrova la matrigna e l’amata sorella, a cui Maria pettina i capelli con piacere e che loda per essere sempre alla moda, e trascorre le serate con Nino e la sua famiglia. Il contatto con la bellezza della natura e in seguito la lacerante passione d’amore per Nino metteranno a dura prova la vocazione religiosa di Maria che, una volta terminata l’epidemia di colera, rientrerà in convento per ritrovarsi cornuta e bastonata. Infatti non soltanto sarà costretta a portare a termine la formazione religiosa obbedendo alla volontà della famiglia, ma dovrà inoltre accettare il matrimonio tra sua sorella e Nino e, quel che è peggio, se li ritroverà ad abitare nel palazzo antistante alla camera del convento in cui dimora in preda a una febbre delirante che la condurrà alla morte.

Il conflitto interiore di Maria tra volere e dovere, tra la libertà di amare l’uomo che desidera e l’obbedienza alla volontà della famiglia di prendere i voti, è descritto a mio parere da Verga con una grazia senza pari e che fanno di Storia di una capinera un capolavoro degno di questo nome.

Inoltre emerge un fatto storico, quale l’epidemia di colera degli anni ’50 dell’Ottocento, che ha segnato in maniera indelebile la memoria di Verga e che riporterà anche in altre opere, come nei due romanzi del ciclo dei Vinti I Malavoglia (1881) e Mastro Don Gesualdo (1889).

Ad ogni modo Firenze e la sua società mondana non resteranno fuori dai margini nella narrativa dello scrittore. Il periodo fiorentino infatti diventerà lo scenario per la trilogia galante composta dai romanzi Eva (1873), Tigre Reale (1873) e Eros (1875), in cui si avverte l’influenza della Dama delle camelie di Dumas figlio e del realismo di Flaubert.

A Firenze Verga tenterà senza successo la carriera teatrale scrivendo per la musa De Paladini, prima attrice dell’Arena Nazionale, la commedia Rose caduche, in cui un giovane scrittore si innamora follemente di un’attrice e che, secondo i critici e biografi verghiani Giulio Cattaneo e Lina Perroni, è una trasposizione del romanzo Una peccatrice, e che costituisce la conferma della tendenza dello scrittore siciliano a far derivare le sue opere teatrali da precedenti opere narrative, novelle o romanzi che siano.

In questi anni particolarmente interessante è il legame che Giovanni Verga intrattiene con Giselda Fojanesi, di cui diventerà trombamico, e per il cui amore entra in competizione con Rapisardi. Alla fine Fojanesi sposerà Rapisardi il 12 febbraio del 1872, ma Verga non romperà i ponti con la sua ex fiamma; anzi – come vedremo – continuerà a mantenere con lei un rapporto epistolare molto intenso.

Il legame con Giselda Fojanesi è stato molto probabilmente fonte di ispirazione per il romanzo sentimentale-borghese Il marito di Elena del 1882, in cui l’autore analizza le dinamiche di coppia all’interno della famiglia borghese, narrando le vicende di un marito cornuto il cui tentativo di avere la compassione dell’opinione pubblica viene accolto con biasimo. In questo romanzo emerge il disprezzo di Verga per la ricchezza e lo spreco delle classi agiate e possiamo dedurre perché sia rimasto uno scapolo impenitente per tutta la vita.

L’ipotesi che il legame con Giselda Fojanesi sia stato a fondamento del romanzo sopracitato è a mio parere suffragata dal fatto che nel 1883, ossia un anno dopo la pubblicazione de Il marito di Elena, il misterioso, riservato e taciturno Giovanni Verga, che nelle serate mondane osserva e ascolta con attenzione tutto ciò che lo circonda, sia stato la causa della rottura tra i coniugi Rapisardi. Dopo la scoperta di una lettera della moglie Giselda a Verga in cui si evinceva il perdurare di un solido legame d’amicizia, confermato dal fatto che l’autore siciliano si impegnava a far pubblicare i bozzetti narrativi di ambientazione toscana dell’amica scrittrice, Rapisardi ebbe delle scenate di gelosia che incrinarono il suo matrimonio. Verga, da parte sua, prese le difese dell’amica e la loro amicizia si consolidò alla faccia di quel grandissimo cornuto di Rapisardi.

Dal 1872 Verga si trasferì a Milano dove entrò in contatto con la cerchia artistica degli Scapigliati, tra cui ricordiamo Iginio Ugo Tarchetti, celebre autore di Fosca, e incitò l’amico Capuana a trasferirsi nella città meneghina per “vivere alla gran d’aria”[5].

Oltre a non essere più la capitale d’Italia Firenze, anche per le vicende personali descritte in precedenza, aveva perso attrattiva per lo scrittore siciliano. Milano era già all’epoca la capitale dell’editoria italiana e lì si trovavano le correnti letterarie del momento. Qui approfondì la narrativa naturalista di Zola e strinse amicizia con il traduttore svizzero Rod (primo traduttore francese de I Malavoglia), scrittori affermati come Antonio Fogazzaro (Malombra e Piccolo mondo antico) e Matilde Serrao (Il ventre di Napoli) ed emergenti come Federico De Roberto, discepolo che si batterà con ardore per il riconoscimento della grandezza letteraria di Verga.

Negli anni milanesi Verga scriverà la trilogia fiorentina comprendente Eva, Tigre reale ed Eros in cui, oltre alle influenze francesi menzionate in precedenza, si avvertono anche i punti di contatto con la scapigliatura dorata milanese, quella del mondo del lusso e della galanteria. Ma soprattutto si affermerà come scrittore verista con la novella Nedda (1874), il romanzo I Malavoglia, le raccolte di novelle Vita dei campi poi Cavalleria Rusticana e altre novelle (1880-1882), tra cui non possiamo menzionare La Lupa e Rosso Malpelo, e le Novelle Rusticane (1883).

La storia della giovane operaia raccoglitrice di olive Nedda la cui bellezza è segnata dal lavoro nei campi e che pur lavorando sodo non riesce a uscire da una vita di stenti lasciò il segno all’epoca nel lettore italiano. La novella è in effetti un racconto scritto magnificamente in cui il lettore non può non sentirsi partecipe alla sorte della povera ragazza che, dopo aver perso la madre, si innamora del cagionevole contadino Janu, il quale dopo aver preso la febbre malarica cade dalla scala su cui era salito per la rimondatura degli ulivi e, ferito gravemente, muore sulla strada verso casa, facendo di Nedda Di Gaudio, detta la Varannisa, una ragazza madre. La protagonista si ritroverà a fare i conti con le maldicenze del paese al punto che le sarà impedito di frequentare la messa al santuario della Madonna della Ravanusa a cui è molto devota. Nedda partorirà una bambina rachitica che, non riuscendo a provvedere al suo sostentamento, morirà nel giro di breve tempo nello stesso letto su cui era spirata la madre e loderà la Vergine Maria per averle tolto la figlia, impedendole in questo modo di vivere una vita di stenti come la sua.

La novella lascia nel lettore una serie di immagini forti e nette come in una lastra fotografica a cui il lettore non può rimanere indifferente.

Con il romanzo I Malavoglia Verga inaugura il ciclo dei Vinti, che in tutto avrebbe dovuto comprendere cinque romanzi: I Malavoglia, Mastro don Gesualdo, La duchessa de Leyra, L’onorevole Scipione e L’uomo di lusso.

Di questo ciclo riuscirà a portare a termine soltanto i primi due e, per ironia della sorte, vinto anche lui come i personaggi del ciclo narrativo in questione, proverà il rimpianto di non aver concluso il suo progetto letterario più ambizioso imprecando a santo diavolone come i personaggi de I Malavoglia.

Con il ciclo dei Vinti Verga si pose l’obiettivo ambizioso di descrivere l’evoluzione delle passioni umane e della ricerca di una vita migliore, dalle classi più umili alle classi più agiate, ponendo nell’ideale dell’ostrica lo strumento di indagine con cui analizzare quest’evoluzione affiancandolo a un differente uso del registro linguistico e dei punti di vista, in base alla classe sociale considerata, e a un uso massiccio del discorso indiretto, del discorso indiretto libero e del discorso diretto nella struttura romanzesca.

Quest’operazione permetterà a Verga di scrivere i due capolavori romanzeschi per cui è maggiormente ricordato, I Malavoglia e Mastro don Gesualdo che però all’epoca, ad eccezione degli elogi dei veristi Capuana e De Roberto, del naturalista Rod e qualche altro, non furono molto apprezzati dai lettori italiani. In particolare inizialmente I Malavoglia non fu accolto positivamente per avere una struttura linguistica e narrativa completamente differente dai romanzi borghesi verghiani e lo stesso editore, il milanese Treves – che pubblicò anche Mastro don Gesualdo – non fu particolarmente entusiasta del romanzo verista dell’autore siciliano, non cogliendone la portata innovatrice all’interno della narrativa italiana.

Personalmente penso che Treves non abbia amato I Malavoglia perché non ha letto il romanzo nel momento giusto della sua vita. Inoltre probabilmente non l’avrà letto ad alta voce, modulando l’intonazione così come fanno gli attori, i cantastorie e i maestri pupari, poiché a quel punto si sarebbe reso conto della vivacità espressiva e della forza linguistica del testo.

Io stesso mi ricordo che da adolescente non fui particolarmente entusiasta dell’opera quando alle superiori la professoressa ci costrinse a leggere per le vacanze estive I Malavoglia di Verga, Il Piacere di D’Annunzio, Il Gattopardo di Tomasi Lampedusa e La coscienza di Zeno di Italo Svevo. Se gli ultimi due li lessi con grande entusiasmo perché erano più nelle mie corde, le avventure di quel dannato esteta di Andrea Sperelli le trovai di una pesantezza pazzesca e lo stile di D’Annunzio troppo borioso e di una ricercatezza inopportuna – la pallida ombra del cinico Oscar Wilde –, mentre la lettura de I Malavoglia subito dopo il bellissimo terzo capitolo del naufragio della Provvidenza, che tanto mi rimase impresso da scrivere una delle mie prime poesie, mi risultò noiosa e la interruppi. Non sto a raccontare la delusione mista a rabbia della professoressa d’italiano quando volutamente non avevo portato a termine le letture estive.

Quando ho ripreso il romanzo per la stesura di quest’articolo commemorativo della nascita di Verga mi sono entusiasmato all’opera; ma riconosco ancora che il quarto, il quinto e il sesto capitolo non siano particolarmente riusciti e, considerate notevoli capacità narrative di Verga, l’autore avrebbe potuto fare di meglio. Tuttavia ci sta che in un romanzo qualche capitolo non funzioni e pertanto riconosco che I Malavoglia sia un romanzo all’altezza della sua fama. Oggi infatti sono un lettore molto più maturo e con un bagaglio di esperienze maggiori: per cui riesco a comprendere il tormento che vive padron Ntoni per la perdita del carico di lupini presi in credenza da quell’usuraio pezzo di fango di zio Crocifisso, come anche altri passaggi romanzeschi che in gioventù mi sembravano distanti anni luce dalle problematiche adolescenziali che provavo come tutti i giovani di questo mondo.

Se nei Malavoglia e Mastro don Gesualdo il ragionamento di fondo è lo stesso, vale a dire il pensiero fatalista pessimistico alla base della riflessione verghiana, tuttavia l’ideale dell’ostrica si manifesta in maniera differente nei due romanzi.

Nei Malavoglia l’ostrica rappresenta l’impossibilità degli umili di sradicarsi dalle proprie radici e auspicare un miglioramento delle condizioni di vita. Tutti coloro che provano a migliorare il proprio status come Ntoni Malavoglia (il nipote maggiore di padron Ntoni) e Lia, la più giovane dei Malavoglia, proveranno l’amarezza della sconfitta. La sorte peggiore tuttavia sarà riservata al figlio di padron Ntoni, Bastianazzo, che morirà nel naufragio della Provvidenza, e al nipote Luca, che morirà nella battaglia navale di Lissa del 1866, a bordo della Re d’Italia, dopo una strenua resistenza al nemico austro-ungarico, dimostrando valore e attaccamento al giovane regno italiano.

Nel romanzo molto importante è anche lo scontro generazionale, non soltanto tra il nonno padron Ntoni e il nipote Ntoni Malavoglia, ma anche tra gli stessi giovani appartenenti a differenti fasce d’età.

A tal proposito si può evidenziare come Ntoni Malavoglia e il fratello minore Luca sperimentino in maniera totalmente diversa l’obbligo della leva militare.

Ntoni vivrà a Napoli il lato gioioso del servizio di leva, quello del fascino della divisa, stringendo diverse relazioni amorosedi cui si vanterà non poco al suo ritorno ad Aci Trezza – con donne dagli abiti di pizzo che gli si avvicinano soltanto vedendolo. Di questa esperienza conserverà dolci ricordi ma trarrà l’insegnamento – che nonostante il punto di vista impersonale e oggettivo Verga fa capire di biasimare – che per riuscire nella vita non bisogna fare nulla, come dimostrano i membri dell’alta società che sono serviti e riveriti senza muovere un chiodo, e che pertanto non ci si deve impegnare nel lavoro, ancor meno se manuale e particolarmente faticoso; che le femmine sono inaffidabili e volubili e che bisogna  infine trascorrere tutti i santi giorni all’osteria della Santuzza a tracannare vino come una spugna.

A niente servono gli sforzi del povero padron Ntoni a convincere suo nipote, che facendo così si rende ridicolo e dimostra di essere un cetriolo e un minchione, causando un forte dispiacere a lui, a sua madre Maruzza detta La Longa e anche ai fratelli, in particolare alla laboriosa Mena e al responsabile Alessi, un Malavoglia degno di questo nome, che porterà avanti l’attività di pescatori tramandata in famiglia di generazione in generazione.

Ntoni alla fine, dopo la morte della madre colpita dal colera ed essere stato in carcere per aver aggredito il carabiniere don Michele che aveva mostrato interesse verso la sorella Lia, non potrà che abbandonare Aci Trezza, dal momento che si sente fuori luogo, e la famiglia non può far niente per trattenerlo come l’ostrica allo scoglio, poiché ha bisogno di fare le sue esperienze e di trovare la sua strada.

Il fratello Luca, invece, sperimenterà – come abbiamo visto –   il lato negativo del servizio di leva, che si ritroverà a svolgerlo nel pieno della terza guerra d’indipendenza. La sua morte in battaglia farà di Luca un genio famigliare, come quelli degli antichi romani, arricchendo il mito del focolare della famiglia Malavoglia, che ha già tra le sue fila il compianto Bastianazzo. Spesso si dice che “dei morti non si parla mai male” e a tal proposito padron Ntoni ricorderà sempre con affetto il suo caro nipote morto per la patria.

Nel romanzo la città di Messina viene menzionata due volte: all’inizio della leva di Ntoni, con il treno che si trova a dover attraversare lo Stretto per sbarcare in continente, e al momento del ritorno dei sopravvissuti al conflitto bellico.

Molto interessante è il resoconto della guerra che fa uno dei soldati all’osteria della Santuzza e che menziona un bersagliere, di ritorno a Messina, che aveva combattuto a Custoza, sul fronte veneto, e gli aveva raccontato di come la paura di essere colpito dalle pallottole nemiche spinga i soldati a gettarsi per terra e nascondersi il più possibile per evitare di finire ammazzati e tornare a casa sani e salvi.

Messina è un crocevia all’interno del romanzo che segna in sordina i destini dei personaggi ed è testimone dei cambiamenti radicali che avvengono nelle loro vite. Infatti come le correnti dello Stretto cambiano direzione e nel loro riproporsi non sono mai uguali, così i personaggi del romanzo, tanto quelli principali come i membri della famiglia Malavoglia quanto i personaggi comprimari e secondari quale il soldato messinese incontrato sul treno, non tornano mai come sono partiti, come dimostra il cambiamento repentino della visione del mondo di Ntoni Malavoglia oppure, come dimostra il caso di Luca, non tornano più.

Particolarmente interessante è inoltre il rapporto che Verga fa tra il resoconto della battaglia navale di Lissa da parte dei due soldati della marina italiana e le cantate dei paladini di Francia dei cantastorie catanesi:

In quel crocchio, invece dell’asino caduto, c’erano due soldati di marina, col sacco in spalla e le teste fasciate, che tornavano in congedo.

Intanto si erano fermati dal barbiere a farsi un bicchierino d’erbabianca. Raccontavano che si era combattuta una gran battaglia di mare, e si erano annegati dei bastimenti grandi come Aci Trezza, carichi di soldati; insomma un mondo di cose che parevano quelli che raccontano la storia d’Orlando e dei paladini di Francia alla Marina di Catania, e la gente stava ad ascoltare colle orecchie tese, fitta come le mosche[6].

La bellezza de I Malavoglia risiede nella capacità di Verga di delineare la psicologia dei personaggi in azione, attraverso il discorso indiretto e diretto, e fornire delle immagini fortemente impressioniste che restano incastonate nella mente del lettore. A me ad esempio sono rimaste particolarmente impresse le descrizioni del naufragio della Provvidenza, la disperazione di Maruzza in attesa di Bastianazzo sulla sciara di Aci Trezza; il dialogo alla finestra nel pieno della notte tra Mena Malavoglia e Alfio Mosca, incarnazione di un amore reticente che non potrà essere soddisfatto, o ancora il pianto di Mena sotto l’albero di nespolo oppure il litigio di Ntoni Malavoglia con Piedipapera per la rispettabilità dell’onore di Barbara Zuppidda di cui è innamorato.

Infine il romanzo ci insegna che la lettura non deve mai essere imposta, ma al contrario deve essere frutto dell’iniziativa del lettore. In un passo del romanzo lo speziale di idee repubblicane cerca di invogliare Ntoni Malavoglia alla lettura dei quotidiani per portarlo dalla sua parte ma il giovane, che aveva imparato a leggere quando aveva fatto il soldato, si stancherà subito della lettura e tornerà a gozzovigliare come al suo solito.         

In Mastro don Gesualdo l’ideale dell’ostrica si manifesta, invece, come attaccamento senza speranza alla roba. A nulla servirà a mastro don Gesualdo dimostrare che anche un muratore dell’area di Vizzini può diventare un possidente borghese e nobilitarsi con il matrimonio, poiché sarà sempre considerato un arrivista e, nonostante il bene profuso dando lavoro e offrendo ospitalità e cura – si pensi alla vicenda del colera  – alla fine si sentirà né carne né pesce e, da un lato, sarà considerato un traditore dagli esponenti della propria classe d’origine, incluso il padre e, dall’altro lato, un po’ come i Florio a Palermo, non sarà mai considerato a pieno titolo un nobile dalle antiche casate iblee in decadenza, come ad esempio i Trao con cui si era imparentato attraverso la moglie.

A mio parere il personaggio più avido e attaccato alla roba non è mastro don Gesualdo, che non esita a privarsi del denaro accumulato per finanziare i moti carbonari del ’21 o per aiutare e fornire ospitalità alla gente durante l’epidemia di colera o offrire le migliori cure alla moglie morente; ma la baronessa Rubiera, donna di origini borghesi il cui senso degli affari l’ha portata a nobilitarsi come il protagonista del romanzo, che perfino da paralitica riesce a manifestare la propria avidità e non lesina biasimo a quello scapestrato del figlio don Ninì Rubiera, dedito a sperperare l’eredità famigliare in donne e gioco d’azzardo.

A mio giudizio Mastro don Gesualdo è il vero capolavoro di Verga con la sua varietà di registri linguistici, il modo estremamente realistico in cui l’autore descrive la vita quotidiana, mondana e affaristica di Vizzini e dintorni e la profondità psicologica dei personaggi. L’autore riesce nell’intento di trascinare il lettore nei possedimenti di mastro don Gesualdo, gli fa vivere con entusiasmo la vendita all’asta per l’acquisto delle terre demaniali; o ancora trasforma il lettore in un invitato alla serata di gala dell’alta società aristocratica catanese, in un passeggiatore tra le strade di Vizzini col rischio di essere trascinato in una conversazione con persone che non si vorrebbe vedere neanche per sogno – come quel pettegolo che mette sempre zizzania di compare Ciolla  – o ancora in un frequentatore abituale del Caffè dei Nobili che, mentre partecipa con fervore alle discussioni da bar, getta uno sguardo languido e fugace alle belle donne che passeggiano per strada.

Nei Malavoglia c’è l’intento da parte dell’autore di non essere così realistico e veritiero come nel secondo romanzo del ciclo dei Vinti. Aci Trezza e i suoi abitanti infatti sono a mio modo di vedere più che altro uno stato mentale. Nell’incipit del romanzo, ad esempio, apprendiamo che il paese ha un sindaco – che in seguito si rivelerà essere mastro Croce Callà, che viene comandato a bacchetta dalla figlia Betta – quando in realtà è una frazione del comune di Aci Castello.

Molto interessante è anche la diversità e varietà di sapori e pietanze che c’è nei Malavoglia e in Mastro don Gesualdo. Nel primo c’è una prevalenza del salato e fa venire voglia di mangiare cozze, fritto di mare, acciughe salate, tonno e pesce spada il tutto accompagnato da un buon bicchiere di vino; mentre nel secondo romanzo si ha la sensazione di essere a un buffet squisitissimo, che va dalla buonissima ricotta di Vizzini fino al rigenerante e dissetante sorbetto al limone.

Tra i personaggi del romanzo merita particolare attenzione la figura di Isabella Motta-Trao, successivamente duchessa di Leyra, figlia di mastro don Gesualdo e Bianca Trao, che vivrà un’impossibile storia d’amore con un cugino coetaneo durante l’epidemia di colera e che il padre don Gesualdo costringerà a sposare l’influente nobile palermitano duca di Leyra nella speranza di darle un futuro migliore e ampliare il prestigio e il patrimonio di famiglia. Questo matrimonio si rivelerà infelice per Isabella e infruttuoso per il padre che, per arricchire la dote matrimoniale della figlia e soddisfare l’ambizione del genero, si troverà costretto a cedere parte del patrimonio acquisito col duro lavoro.

Verga si auspicava di tratteggiare meglio l’evoluzione del personaggio di Isabella duchessa di Leyra nel terzo romanzo del ciclo dei Vinti: La duchessa de Leyra. Di questo romanzo Verga scrisse soltanto i primi due capitoli che uscirono postumi, nel 1922, nelle pagine de La Lettura del Corriere della Sera grazie all’intervento del fedelissimo Federico De Roberto.

Subito dopo la pubblicazione di Mastro don Gesualdo Verga entrò in un blocco creativo che gli impedì di portare a termine la saga narrativa su cui scommetteva la propria carriera di scrittore. Lo scrittore si recò più volte a Palermo per reperire i documenti necessari a dare rigore storico al romanzo, ma la difficoltà a creare una struttura romanzesca tale da mettere in evidenza la vacuità e la vanità aristocratiche gli impedirà di procedere oltre nella stesura dell’opera.

A mio modo di vedere bisogna considerare anche che Verga era conscio che con Mastro don Gesualdo aveva scritto un romanzo talmente perfetto in cui rintracciamo in maniera più matura e compiuta tutte le tematiche, le tecniche e gli stili narrativi – storico, realista e verista – adottati da Verga fino a quel momento e che non aveva alcuna intenzione di ripersi. D’altronde bissare il successo con un romanzo migliore era un’impresa di non poco conto e, non è un caso, che l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Verga sarà Dal tuo al mio del 1906, in cui riprende le tematiche borghesi che gli avevano dato ampia popolarità.

Negli ultimi anni della sua vita Verga, stanco della vita mondana milanese, si ritirò a Catania per gestire meglio i possedimenti di famiglia e dedicarsi alla scrittura con maggiore tranquillità. In questo periodo adotterà i nipoti e intratterrà una relazione importante con la contessa Dina di Sordevolo continuando con coerenza e determinazione a non legarsi troppo con le donne, a manifestare la propria contrarietà al matrimonio e a sostenere tesi scettiche – se non addirittura atee – in campo religioso.

Come autore teatrale Verga ottenne successo con Cavalleria Rusticana, trasposizione di una sua celebre novella, da cui poi Mascagni trarrà l’ancor più celebre opera lirica. In seguito l’autore siciliano avrà una vertenza con il compositore per il riconoscimento dei diritti d’autore, da cui ne risulterà vincitore, ottenendo un compenso di cinquanta tremila lire, che all’epoca era una bella somma.

Negli ultimi anni di vita Verga divenne un frequentatore abituale del Circolo dell’Unione di Catania e in campo politico espresse posizioni sempre più conservatrici e nazionaliste. Già intorno agli anni ’80 aveva manifestato il proprio assenso alla repressione del movimento dei lavoratori dei Fasci Siciliani attuata dal capo del Governo Francesco Crispi e adesso approvava con entusiasmo la politica nazionalista e coloniale in terra africana, guardando con simpatia a Benito Mussolini e al giovane partito fascista.

La sera del 24 gennaio del 1922, di ritorno dal Circolo dell’Unione, Verga rientrò a casa e, dopo aver chiuso a chiave la porta della camera da letto come di consueto, fu colpito da una trombosi da cui non si riprenderà più. Alle otto del mattino del giorno dopo la cameriera, non riuscendo a entrare in camera per svegliare lo scrittore, chiamò i soccorsi, che non poterono fare nulla. Verga rimase agonizzante per tre giorni, senza riprendere conoscenza e, dopo che la famiglia gli diede l’estrema unzione senza obbedire alla sua volontà, morì “alle dieci e venti della mattina del 27[7].

A mio modo di vedere il miglior modo di avvicinare i lettori all’opera di Verga, in particolare gli studenti, è di immergersi nella lettura di Cavalleria rusticana e La lupa. Questi due racconti di amore e vendetta sono brevi e avvincenti e, presentando una prevalenza dei dialoghi sulla prosa ridotta all’osso, sono in linea con la comunicazione essenziale dei social network e potrebbero suscitare l’interesse degli adolescenti in piena tempesta ormonale.

In conclusione a centottant’anni dalla nascita, Verga con le sue novelle e i suoi romanzi si conferma come il cantastorie italiano capace di cogliere le contraddizioni, gli aneliti e le disfatte delle classi sociali italiane in lotta tra tradizione e progresso nella speranza impossibile di una vita migliore.

Roberto Cavallaro                  

 


[1] Per la data e il luogo di nascita ho deciso non tener conto da quanto riferito da Wikipedia, ma da quanto riporta lo studioso Piero Nardi in Giovanni Verga, I Malavoglia, in Vita di Giovanni Verga, a cura di Piero Nardi, Edizioni Scolastiche Mondadori, Milano, 1972.   

[4] Ibidem.

[5] Giovanni Verga, I Malavoglia, in Vita di Giovanni Verga, a cura di Piero Nardi, Edizioni Scolastiche Mondadori, Milano, 1972, p. 42.  

[6] Giovanni Verga, I Malavoglia, op. cit., pp. 190-191. 

[7] [7] Giovanni Verga, I Malavoglia, in Vita di Giovanni Verga, a cura di Piero Nardi, op. cit., p. 45.

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Tue, 1 Sep 2020 09:49:24 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1207/1/giovanni-verga-cantastorie-italiano
Messina prima del terremoto - La Via Garibaldi https://www.mutualpass.it/post/1198/1/messina-prima-del-terremoto-la-via-garibaldi https://www.mutualpass.it/post/1198/1/messina-prima-del-terremoto-la-via-garibaldi]]> Come in una vecchia fotografia dall’intenso color seppia, ingiallita dalle macchie del tempo divoratore, Messina “fin de siècle” ci appare immersa nell’idilliaco clima di tranquillità di un piccolo mondo dimesso, pacato, sereno, formicolante di varia umanità e pulsante di vita. Approfittiamo di questa smagliatura, che si è aperta nella smisurata trama del tempo, per osservare come si viveva allora in questa vecchia, cara, irripetibile città…

Estate di fine Ottocento…
La via Garibaldi, originariamente Ferdinanda, realizzata per decisione del Senato dopo il terremoto del 1783 dagli architetti Basile, La Vega e Arena, è percorsa dalla banda cittadina che, esaurita la rituale sfilata, si va dirigendo alla Villa Mazzini, bell’esempio di giardino inglese iniziato nel 1832 e abbellito con gusto dal Berceau.

Dalla settecentesca chiesa delle Anime del Purgatorio alle Fornaci, la via Garibaldi si sviluppa fra due nastri di case a quattro e cinque piani, cadenzata dagli eleganti negozi con complicate efflorescenze Art Nouveau della premiata ditta di pasticceria Antonio Carbonaro, dei magazzini di alta moda di Tommaso Gullì che vanta accurate confezioni di “soprabiti per borghesi, militari, guardie e fattorini”, del ristorante rosticceria Scardino con le sue specialità di “arancini, polli, rosbiff, fritti caldi, sangue dolce, rinfreddi e salsicce”.

Un uomo, appoggiato a un idrante, si è accorto degli armeggi di un fotografo intento a riprendere l’inizio della via Garibaldi con a destra la Porta Messina per la classica “cartolina ricordo”, e assume una posa la più ricercata possibile con un sorriso malandrino. I bei palazzi si susseguono uno dopo l’altro: il Palazzo Senatorio opera del 1803 di Giacomo Minutoli e il Palazzo della Camera di Commercio in bellissimo stile neoclassico, disegno degli architetti Giacomo Fiore e Giuseppe Munagò, entrambi affacciati sulla grande piazza del Municipio; il Palazzo del Prefetto, già Palazzo del Priorato dei Cavalieri di Malta, architettura di Leone Savoja del 1877 e accanto, la monumentale chiesa di San Giovanni di Malta della prima metà del Seicento, progetto degli architetti Francesco e Curzio Zaccarella, padre e figlio, mentre alla tribuna lavorò Jacopo del Duca nella seconda metà del Cinquecento.

E ancora, il ristorante Duilio, il Caffè nuovo, il Caffè Gambrinus accanto al neoclassico Teatro Vittorio Emanuele II del celebre architetto napoletano Pietro Valente (1852), dove si dà convegno la migliore società mentre al “Centofanti” i “viveurs” applaudono, spellandosi le mani, graziose ballerine scandalosamente discinte che ogni sera si esibiscono in una torbida atmosfera satura di fumo e profumo.
Estate di fine Ottocento…

Nino Principato

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Mon, 17 Aug 2020 10:33:02 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1198/1/messina-prima-del-terremoto-la-via-garibaldi
Gli anni invisibili - Rodrigo Hasbún https://www.mutualpass.it/post/1205/1/gli-anni-invisibili-rodrigo-hasb&250n https://www.mutualpass.it/post/1205/1/gli-anni-invisibili-rodrigo-hasb&250n]]> Gli anni invisibili di Rodrigo Hasbún è un romanzo edito da Sur, tradotto da Giulia Zavagna, che narra della storia di due amici ex compagni di scuola, Julian e Andrea, che decidono di rincontrarsi in un bar di Houston per fare definitivamente i conti con quel terribile marzo di ventun anni fa.

Entrambi sono molto cambiati da quando erano adolescenti e le esperienze che hanno vissuto hanno stravolto sogni, obiettivi e priorità della loro vita.

A cercare il contatto è stata Andrea, che in realtà non si chiama così come allo stesso modo non sappiamo il vero nome di Julian, per comprendere meglio cosa ha indotto l’ex compagno di scuola a scrivere il romanzo su quel tragico marzo che ha sconvolto le loro esistenze e definito il loro modo di essere.

Seppur, come nota Andrea, Julian si sia preso delle libertà romanzesche, l’amico scrittore ha descritto in maniera molto vivida la vita degli adolescenti boliviani di Cochabamba degli anni ’90.

All’epoca Julian era molto amico di Ladislao, l’aspirante videomaker che ha avuto una tresca con l’insegnante statunitense Joan, e lui sperava di diventare un cantante di successo con la sua band grunge. Ascoltava Pearl Jam e Nirvana fino allo spasimo, mentre il suo amico Ladislao andava pazzo per Soul to Squeeze dei Red Hot Chili Peppers perché inneggiano alla vita. Aveva una cotta per Luisa e un giorno chiese perdono a una mucca, che soltanto qualche settimana prima di quel marzo di ventun anni fa aveva riempito a sassate in un momento di crisi adolescenziale.

Neanche per Andrea quel periodo era stato tutto rose e fiori. Aveva scoperto di essere incinta del suo ragazzo Humbertito, che aveva capito di non amare e, decisa a nascondere la gravidanza e ad abortire il prima possibile, tentò di tutto per porre riparo al danno e allo stesso tempo, grazie all’assenza dei genitori, a dare vita alla festa più indimenticabile della scuola dove il gruppo di Julian si sarebbe esibito per presentare in prima assoluta il videoclip della loro nuova canzone realizzato da Ladislao.

Che cosa è successo alla festa di Andrea di quel maledetto marzo di ventun anni fa? E cosa ne è stato dei compagni di scuola?

Con Gli anni invisibili Rodrigo Hasbún ci consegna un romanzo fresco e incalzante con una prosa asciutta che va dritta al punto e ci induce a riflettere su come gli anni dell’adolescenza definiscono ciò che siamo.

Il romanzo presenta a mio parere delle riflessioni molto interessanti: come ad esempio il ruolo che hanno gli imprevisti nel determinare gli eventi del passato che non riusciamo a dimenticare e che ci hanno segnato nel profondo oppure, riprendendo un testo del filosofo Paul Virilio, che cosa sogneremo una volta che tutto diventerà visibile al mondo. Una riflessione molto attuale dal momento che viviamo in una realtà sempre più tecnologica e interconnessa in cui rendiamo visibile agli altri la nostra vita.

In conclusione Gli anni invisibili è il libro perfetto da leggere questa estate sotto l’ombrellone per chi voglia leggere un romanzo scorrevole e coinvolgente con parecchi spunti di riflessione interessanti.     


Roberto Cavallaro

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Tue, 11 Aug 2020 09:55:05 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1205/1/gli-anni-invisibili-rodrigo-hasb&250n
Lo Spettacolare sbarco di Don Giovanni d’Austria https://www.mutualpass.it/post/1204/1/lo-spettacolare-sbarco-di-don-giovanni-d-austria https://www.mutualpass.it/post/1204/1/lo-spettacolare-sbarco-di-don-giovanni-d-austria]]> Si svolgerà sabato 8 agostoLo Spettacolare sbarco di Don Giovanni d’Austria” presso il Castello del San Salvatore.

Una versione rivisitata per rispettare le disposizioni anti Covid-19 e che sarà dunque fruibile solo attraverso la versione live streaming.

“L’emergenza epidemiologica - spiega il presidente dell’associazione Aurora Fortunato Manti - ha inevitabilmente condizionato l’edizione 2020 ma ritenevamo giusto, nel segno della continuità, esserci. Un segnale anche di speranza per la ripartenza. Ci siamo chiesti cosa potevamo trarre di positivo da questa esperienza e pur consapevoli che niente potrà mai sostituire la calorosa presenza del pubblico abbiamo raggiunto la consapevolezza che la trasmissione live streaming dell’evento ci offre un’opportunità. Quella di varcare i confini della nostra terra, della nostra città. La tecnologia che tanto ci ha dato nei mesi di isolamento oggi diventa ancor di più strumento di condivisione, ci consente di allargare la platea degli spettatori rendendo protagoniste così tutte le città della rete dell’area del Mediterraneo.”

L’evento sarà trasmesso in diretta sulle emittenti televisive Rtp e TCF sulle pagine facebook “Lepanto network” e “Gazzetta del Sud” e sul sito Vaiefai.it 

La scaletta prevede alle 19:54 la tradizionale Cerimonia dello Sposalizio del Mare durante la quale, come già da 3 anni suggerito dai veneziani, il sindaco della città di Messina Cateno De Luca pronuncerà la formula di rito che lega Messina al suo mare.

Alle ore 20:00 il corteo con la partecipazione dei seguenti gruppi storici: Compagnia Rinascimentale della Stella, Tercio Viejo de Sicilia, il Gruppo Storico Marduk di Rometta, Gruppo rievocazione storica Mili S.Pietro, carrozze storiche Molonia.

Spettacolazione con sbandieratori e musici. Momento scenico con l’arrivo e l’accoglienza del Senato messinese a Don Giovanni, anche quest’anno interpretato dall’attore Mauro Failla, e ai Comandanti Sebastiano Venier, Agostino Barbarigo e Giannandrea Doria.

A concludere sulla terrazza sotto la Stele della Madonnina il concerto dell’Ottetto d’Archi Siciliano, diretto dal M. Orazio Baronello con la Soprano solista Giulia Greco.

Tutti i momenti saranno trasmessi in diretta live streaming.

L’edizione 2020 è arricchita da due eventi collaterali. Il primo evento è rappresentato dalla mostra storico-iconografica: “Fra Oriente e Occidente” presso il Teatro Vittorio Emanuele scoperto di via Laudamo. Un viaggio attraverso le immagini nella tradizione popolare dell’Opera dei Pupi. La mostra è visitabile gratuitamente.

Il secondo evento è in programma venerdì 7 agosto presso la Camera di Commercio di Messina. Alle ore 17:00 è prevista la visita al Palazzo della Camera. L’ingresso sarà contingentato con mascherina in rispetto delle normative anti contagio Covid 19. Alle 18:30 invece Malvasie senza confine. Convegno dibattito sul tema “Due mari, tre DOC: Malvasia, Faro e Mamertino.

Conferenza, esposizione di prodotti, degustazioni a cura della camera di Commercio, Fondazione Its Albatros, NonsoloCibus, Marco Polo Project- Venezia, Istituto di istruzione Sup. “G. Minutoli”, Associazione Aurora.

I colleghi della stampa che volessero seguire dal vivo l’evento sono pregati di accreditarsi inviando nominativo per consentire la predisposizione degli spazi necessari a garantire il distanziamento.

 

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Thu, 6 Aug 2020 18:29:47 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1204/1/lo-spettacolare-sbarco-di-don-giovanni-d-austria
30 Luglio 2020 - Giornata dell’Amicizia https://www.mutualpass.it/post/1203/1/30-luglio-2020-giornata-dell-amicizia https://www.mutualpass.it/post/1203/1/30-luglio-2020-giornata-dell-amicizia]]> Il 30 luglio si festeggia la Giornata Mondiale dell’Amicizia, proclamata nel 2011 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con lo scopo di stimolare iniziative di pace e costruire ponti tra le comunità.

Attraverso l’amicizia tra popoli, paesi, culture e individui si può contribuire ad ottenere una stabilità duratura, costruire una rete che porti sicurezza e stimolare la gente a credere e lavorare per il bene comune.

È un'iniziativa che segue la proposta fatta dall'UNESCO di definire la cultura della pace come un insieme di valori, atteggiamenti e comportamenti che respingono la violenza e si sforzano di prevenire i conflitti affrontando le loro cause alla radice al fine di risolvere i problemi. 

In questa giornata carica di buoni sentimenti non dimenticare di fare gli auguri a tutti i tuoi amici!


Medika, la Card della Salute

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Thu, 30 Jul 2020 10:26:03 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1203/1/30-luglio-2020-giornata-dell-amicizia
E si accendono le luci https://www.mutualpass.it/post/1200/1/e-si-accendono-le-luci https://www.mutualpass.it/post/1200/1/e-si-accendono-le-luci]]> Il mondo dello spettacolo riaccende le luci nel rispetto delle norme anti-Covid. Dalla musica al teatro tutti, dagli addetti ai lavori al pubblico, avvertono la necessità di ripartire perché la cultura e l’arte bisogna alimentarle se non si vuole che scompaiano dalle nostre vite. Non possiamo infatti tenere chiuso il sipario se vogliamo una scena artistico-culturale vivace e stimolante.

A Messina, per esempio, il Retronouveau per la Festa della musica del 21 giugno ha organizzato una serata in cui i vari musicisti di Messina hanno avuto modo di suonare come solisti e far conoscere la propria musica. Dopo aver ricevuto le varie adesioni l’organizzazione del locale ha strutturato la scaletta che prevedeva, nel rispetto delle misure legislative sul Coronavirus, l’esibizione di ogni singolo musicista per la durata massima di venti minuti circa. C’è stata qualche eccezione, come quando sul palco si è esibito un duetto di synth e percussioni, ma il tutto nel rispetto delle norme sul distanziamento sociale. C’è stata anche la possibilità di utilizzare il camerino adiacente al palco per riscaldare le dita prima della propria esibizione, ma in questo caso si era tenuti a scegliere se scendere subito dal palco affinché il musicista potesse esibirsi o restare in camerino nell’attesa del proprio turno. Quest’ultima fu la scelta che presi quel giorno quando ebbi la possibilità di suonare tre miei brani strumentali di basso subito dopo la performance di un bravo batterista.

Se l’utilizzo della mascherina era obbligatorio per il personale, per artisti e spettatori era richiesto semplicemente agire con responsabilità e buon senso. Magari, come capita quando incontri una vecchia amica o un vecchio amico, si allentano un po’ le remore e ci si lascia andare con l’affetto ma non è che per questo si debba diventare paranoici.

La serata al Retronouveau del mese scorso mi ha fatto pensare al romanzo La ballata di Jonny Valentine di Teddy Wayne che con un linguaggio satirico e contemporaneo, in cui non mancano gli hashtag e i tag che utilizziamo più o meno tutti, descrive la vita di una giovane popstar di nome Jonny Valentine alle prese con la tournée del suo secondo album. L’album non sta vendendo quanto il primo e la madre manager e il suo entourage senza scrupoli cercano di farglielo notare al protagonista, che trova il proprio sfogo alla solitudine dell’artista e all’ansia da prestazione in un videogioco.

Sebbene il protagonista sia ispirato a una popstar come Justin Bieber e allo star system del mondo musicale, tuttavia le domande che lui si pone e i problemi che si trova a vivere sono propri di tutti gli artisti: dalle star affermate ai morti di fame.

Ad esempio una delle domande che si pone Jonny è la seguente:

Perché qui sopra ci sono io e non uno di loro? Rog dice […] perché hanno bisogno di intrattenimento e di evasione almeno quanto hanno bisogno di mangiare e bere[1].

 

Oppure quando si interroga sul rapporto con le fans:

Mi fa sempre strano quando le ragazze piangono ai concerti. Non è come quando piange Jane, perché è triste, o di tanto in tanto anche perché è felice. È che pensano di amarmi. Ma si può amare davvero solo quando si ricambia. Loro invece amano l’idea di me. E quello si può fare anche con qualcuno che non sa neanche come ti chiami[2].

 

Una delle frasi più belle del romanzo di Wayne è “la musica è un talento che bisogna coltivare[3] che riassume lo spirito della Festa della musica del Retronouveau e che ha fatto sentire tutti i presenti una comunità. A tal proposito non si può non menzionare la bella iniziativa della band dei Jester, che con la playlist Spotify Adduma sta playlist ha coinvolto le varie band messinesi dimostrando come a Messina e provincia la musica sia più viva che mai in questo periodo così alieno e spersonalizzante.

Anche il cinema prova a fare del proprio meglio per ripartire dal lockdown. A tal proposito segnalo la stagione estiva del cinema Apollo che in collaborazione con il Museo Regionale di Messina ha organizzato un calendario di film all’aperto, che si è dovuto scontrare con Giove pluvio, ma che con film come L’ufficiale e la spia di Roman Polanski, Joker di Todd Philips, Picciridda di Paolo Licata e tanti altri saprà ritagliarsi il proprio spazio nel panorama culturale messinese.

Sulle orme della Pizia di Delfi riprende le proprie attività il Teatro Greco di Siracusa che ha pianificato un programma alternativo, “Inda 2020 Per voci sole”, in sostituzione delle rappresentazioni classiche a causa dell’emergenza pandemica.

Il programma prevede principalmente monologhi e monodrammi teatrali e musicali. Si inizierà con il dramma musicale L’isola della luce di Nicola Piovani (libretto di Vincenzo Cerami) con la partecipazione della cantante e attrice partenopea Tosca e dell’attore Massimo Popolizio.

Il dramma, che riprende versi di vari poeti tra cui Omero e Byron e riferimenti ad Einstein, tratta di come Hermes ruba la cetra ad Apollo il quale dopo essere riuscito a farsi restituire lo strumento ripristinerà la luce e trasformerà la filosofia in musica e in poesia.

A seguire si prevedono spettacoli come il monodramma Da Medea a Medea con Lunetta Savino, che verrà rappresentato il 17 luglio, in cui verranno ripresi la tragedia di Euripide e i successivi adattamenti come le versioni di Seneca e di Pasolini.

La scelta del dramma di Euripide è quanto mai azzeccata in quanto ci possiamo riconoscere nelle situazioni che abbiamo vissuto o a cui abbiamo assistito durante i mesi del lockdown.

Nell’edizione classica della tragedia tradotta dal grecista Ettore Romagnoli riscontriamo nel passo in cui Medea risponde al re di Corinto Creonte, il quale ha deciso di mandare in esilio la straniera moglie di Giasone affinché possa sposare la figlia di cui l’argonauta si è innamorato, che i saggi esperti nel loro campo scientifico (nel caso del Coronavirus pensiamo ai medici e ai ricercatori) sono malvisti dal popolo quando tentano di trasmettere nuovi concetti e ancor di più lo sono quando dimostrano di avere una conoscenza diversificata:

[…]ché se nuovi esprimi

fini concetti al vulgo, un perditempo,

e non un dotto sembrerai. Se poi

migliore sembrerai di quanti han fama

di saper vario, in uggia ai cittadini

verrai. Tale destino anch'io partecipo.

D'invidia a questi, d'acrimonia a quelli,

la mia scïenza è obbietto; eppure, è piccola

scïenza; e tu paventi adesso, ch'abbia

a patire da me qualche gran male[4].

 

Altri riferimenti impliciti all’emergenza sanitaria – ma che valgono anche come insegnamenti di vita di cui dobbiamo farne tesoro – vanno rintracciati nell’invito della nutrice a condurre una vita mediocre (nel senso di comune) fondata sulla misura poiché, quando non c’è, la vita umana è segnata dalle sciagure[5] e nell’affermazione di Giasone che dove ci sono leggi e giustizia, come in Grecia, non c’è spazio per l’arbitrio della forza in cui ciascuno si trova alla mercé dei costumi barbari:

[…] Primo, ne l'Ellade

abiti adesso, e non in terra barbara;

e sai giustizia, e l'uso delle leggi,

e non l'arbitrio della forza; e tutti

gli Ellèni sanno che sei dotta, e sei

venuta in fama: se abitato agli ultimi

confini avessi della terra, niuno

fatto di te parola avrebbe[6].

 

Tra le curiosità va segnalato come Giasone paragoni la moglie Medea al mostro dello Stretto Scilla, la bella ninfa reggina di cui Glauco si era innamorato e che la gelosa maga Circe ha trasformato in un mostro sanguinario, a causa del sortilegio rancoroso che ha provocato la morte della principessa, del re e che si conclude con l’infanticidio dei due figli, vittime di un amore degenerato in odio:

[…] Oh, niuna tanto

osato avrebbe delle donne ellene

da me neglette, che te scelsi a sposa,

te mia nemica, te rovina mia,

leonessa e non donna, e ch'hai natura

selvaggia più della tirrena Scilla[7].

 

Euripide conclude il suo dramma affermando che nella vita umana accade che gli avvenimenti sembrano conclusi, ma in realtà sono in uno stato di incertezza in cui tutto può succedere e che, alla fine, accade qualcosa in cui si trova la soluzione che permette agli esseri umani di ritornare alla normalità:   

Molte cose in Olimpo sollecita

il Croníde; e i Celesti deludono

ben sovente ogni attesa. Molte opere

imperfette restaron, che al termine

parean giunte: parea che niun esito

altre avessero; e un Dio schiuse un tramite[8].

 

Se per Euripide l’intervento è necessariamente divino, e non avrebbe potuto essere diversamente se non avesse voluto essere condannato a morte per empietà, a mio modo di vedere la soluzione alle problematiche umane – tra cui la pandemia di Coronavirus – non può essere altro che frutto della ricerca scientifica.

Il riferimento alla conclusione della Medea di Euripide non può tuttavia non farci riflettere sull’importanza delle feste religiose per la collettività dei fedeli e per l’identità di un popolo.

A causa dell’impossibilità di gestire l’affluenza e di ottemperare alle misure anti Covid quest’estate assisteremo alla sospensione di feste religiose a fondamento della devozione e dell’identità dei siciliani come ad esempio la festa palermitana di Santa Rosalia (detto anche u festinu) del 14 e 15 luglio e la Vara messinese del 15 agosto.

In particolare vorrei focalizzarmi sulla festa di Santa Rosalia.

La Santuzza dal capo cinto di rose che nel 1624 salvò Palermo dalla peste, subentrando alle sante Cristina, Oliva, Agata e Ninfa come patrona della città, non sarà celebrata con il corteo del Cassaro seguito dalla sfilata del Carro trionfale, che ogni anno hanno un allestimento differente, e neanche dalla processione dell’urna d’argento a cui si accompagna il grido Viva Palermo e Santa Rosalia. In sua vece ci sarà un Festino virtuale, che prevede la trasmissione gratuita da parte di tutte le emittenti televisive richiedenti del lungometraggio Palermo Sospesa-il festino che non c’è di Costanza Quatriglio. I commercianti del Cassero manterranno comunque viva la festività allestendo le vetrine come di consueto, mentre le celebrazioni religiose si svolgeranno sul sagrato della cattedrale: il 14 alle ore 19.00 l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice pronuncerà il discorso alla città, mentre il 15 si terrà la solenne esposizione dell’urna.

Anche a Messina la situazione non sarà tanto diversa. La processione della Vara del 15 agosto sarà sostituita dall’esposizione del carro festivo in Piazza Duomo.

Il riferimento alle due festività religiose siciliane non è casuale. Dacia Maraini nel suo ultimo romanzo epistolare Trio, scritto e ultimato durante il lockdown, mette in evidenza il legame storico e affettivo tra Messina la nobile e Palermo felicissima nella storia d’amicizia tra la messinese Agata e la palermitana Annuzza.

Nel maggio del 1743 a Messina scoppia la peste che di lì a poco si diffonderà in tutta la Sicilia. Agata e Annuzza sono amiche fin dall’infanzia ma sono innamorate dello stesso uomo, Girolamo, che ha sposato Agata, con cui ha avuto una figlia, ma allo stesso tempo è innamorato della palermitana Annuzza. Girolamo sta vivendo una crisi d’amore e di certo la peste non sembra aiutarlo a prendere una decisione. Agata si trasferisce con Girolamo e la figlia a Castanea nella casa della signora Cannavò mentre la nubile Annuzza, temendo che la peste possa colpire la capitale palermitana, si trasferisce con la sorella e la tata nella tenuta di Casteldaccia. Le due amiche però continuano a scriversi lettere nonostante l’epidemia e l’amore per lo stesso uomo e faranno di tutto affinché la loro amicizia resista alle reciproche gelosie d’amore, rimembrando gli anni della gioventù e in particolare le lezioni di cucito di suor Mendola, le letture di capolavori come Il Cid di Corneille o La vita è sogno di Calderon de la Barca e le mangiate da leccarsi i baffi di gremolata (granita) di fragola.

 

Castanea, 7 luglio 1743

Cara Annuzza, [...] Mi hai fatto ridere con i tuoi ricordi del ricamo, di suor Mendola e della Madonna stupita. [...] Io sono diventata una maestra del ricamo. A Messina andavo, su richiesta, dalle suore del convento di Santa Agata, a insegnare l’arte del cucito. [...] Ti ricordi suor Mendola come correva con quell’ago fra le dita corte e nocchiute? A te veramente piaceva solo leggere e avevi sempre un libro nascosto nella tasca [...] Ecco, non so se l’amicizia sia nata in quella sala da ricamo, sotto la bacchetta di suor Mendola, oppure prima, quando venivo nel tuo giardino e leggevamo insieme il Cid, e tua madre, gentilmente, mi offriva la gremolata di fragole [...]

Un abbraccio da

Agata[9]

 

L’estate di quest’anno sarà con molta probabilità una stagione sospesa tra sogno e realtà e tra sentimento e dovere, ma il mondo della cultura e dell’arte non si tira indietro e farà di tutto per allietarci.

D’altronde gli stessi Litfiba ce lo ricordano nella canzone Lo spettacolo:

Allora si parte

E notte e si accendono le luci

Rotto il ghiaccio balleremo coi fantasmi

Lo spettacolo deve ancora cominciare

Lo spettacolo deve ancora cominciare[10]


Roberto Cavallaro                        


[1] Teddy Wayne, La ballata di Jonny Valentine, trad. it. di Chiara Baffa, Minimum & Fax, Roma, 2014, p. 87.  

[2] Ivi. p. 91.

[3] Ivi, p. 77.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Dacia Maraini, Trio, Rizzoli, Milano, 2020, pp. 33-35.

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Wed, 29 Jul 2020 09:40:36 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1200/1/e-si-accendono-le-luci
Arte dopo Covid19 https://www.mutualpass.it/post/1201/1/arte-dopo-covid19 https://www.mutualpass.it/post/1201/1/arte-dopo-covid19]]> La gestione dell'epidemia del Covid19 ha accelerato processi già in corso nell'ambito della produzione artistica, della fruizione e del mercato, sia a livello locale sia a livello nazionale.

Racconto il mio punto di vista non avendo la pretesa di essere esaustivo per una riflessione che, come per tutti i fatti storici, ha bisogno di tempo per maturare.

Sul fronte della produzione, il feroce blocco imposto dalle istituzioni governative non ha modificato i processi creativi. Anzi, gli artisti hanno avuto più tempo per creare. Fin dall’origine del blocco, ho messo su una radio on line con l'artista Federico Bonelli della Fondazione olandese Trasformatorio. Per radioantidoto.org si trasmette da Messina, Amsterdam, Bruxelles, Lugano, Copenaghen, Taiwan etc. La radio è un esperimento aperto di produzione culturale, ha ormai oltre cinquanta redattori tra l'Europa e gli altri continenti. Nato come momento di conforto e confronto in un frangente di particolare esasperazione degli effetti dell'epidemia, oggi è un luogo di produzione e scambio di contenuti culturali di grande qualità.

Durante il blocco sono stato coinvolto nel codesign di un magazine d'arte, ho prodotto tre nuovi video per il mio progetto di videopoesia "Adesso Premium", e un format documentario sulle "Città che si vedono nei quadri". Sulla coda del blocco sono stato contattato dal collettivo Rosy Crew per la curatela di una mostra a Palermo sul tema delle "Distopie", inaugurata il 12 luglio al Santamarina Bistrot. Attualmente sto lavorando a un progetto editoriale sulle persone, medici e pazienti, che frequentano gli ospedali.

Tra gli artisti che ho seguito nella produzione di progetti posso segnalare certamente il lavoro di RE con che con "L'esperimento di libertà temporale" ha fatto molto parlare di sé, il giovane scultore Giuseppe Raffaele che durante il blocco ha lavorato a nuove opere con nuovi materiali. Altri, come Nuuco, ad esempio, hanno lavorato per pianificare e progettare nuovi percorsi creativi, altri ancora, come Antonio Fester Nuccio, hanno prodotto opere in quantità industriale, quasi come per un esorcismo produttivista. Critici come Dario La Mendola hanno usato il blocco per lanciare un'opera editoriale. Quella di La Mendola in particolare mi sembra interessante e degna di accompagnarci in una riflessione globale che vada molto oltre i discorsi di arte per arte. 

Sul fronte della fruizione culturale il distanziamento sociale ha costretto al blocco delle attività di un intero settore, peraltro già fragile e profondamente provato dal regime di austerità che dal 2007 a oggi è stato imposto a tutti i settori dell'economia con i risultati che abbiamo visto. Si sono fermate le mostre istituzionali e private, le gallerie, i concerti, teatri e i cinema. Non entro in merito alle misure di prevenzione del virus, posso commentare però le parole del Presidente del consiglio in data 13 maggio 2020: «Gli artisti ci fanno tanto divertire a appassionano».

Queste dichiarazioni suonano paradigmatiche di tutto un pensiero strategico sull’arte in Italia nell'ultimo ventennio: arte come intrattenimento, come divertimento come piacere personale. È una visione strettamente correlata a quella, poverissima, dell'economia come inizio e fine di ogni attività umana. Le nazioni egemoni in Europa, come Francia e Germania, hanno dedicato soldi e tempo alla difesa di artisti e creativi. E non lo hanno fatto perché sono più ricchi di noi. La cultura è il destino dei popoli, il nerbo su cui si alligna la politica di potenza delle nazioni egemoni, il centro su cui s’innesta il programma al futuro. Non si tratta di un accessorio di un gioiello e neanche di una cornice per discorsi politici.

La cultura è il centro della democrazia perché cittadini culturalmente stimolati costituiscono i mattoni di una comunità più solida, in grado di competere con le altre nazioni: non esiste la solidarietà tra nazioni, se non in funzione d’interessi geopolitici. L'epidemia l'ha dimostrato chiaramente. 

Alla cultura appartiene anche il settore dell'informazione. Come spiega bene la parola, l'informazione da forma alla coscienza civile dei popoli. Anche in questo campo l'economicismo ha fatto scempio dei valori positivi e fondanti della cultura per promuovere un narcisismo iperindividualista che sta mettendo a repentaglio il futuro stesso del Paese. Dall'economicismo discende pure la chiusura attuale di siti e monumenti sprovvisti degli strumenti finanziari per aggiornare i sistemi di sicurezza in funzione anticovid.

Il modello dei musei italiani è funzionale al grande mantra del turismo come centro di ogni attività di fruizione culturale. È una visione inadeguata per un paese della taglia dell'Italia. Il turismo è il motore economico di nazioni in via di sviluppo, l'idea dell'Italia come giacimento di beni culturali da sfruttare in senso economico è da rigettare totalmente.

Il Patrimonio culturale deve essere considerato come strumento produttivo per il futuro della nazione, le fondamenta, la prospettiva progressiva e non come il reliquiario da far ammirare ai viaggiatori elemosinando 10 euro per vedere capolavori assoluti. Non sto dicendo che il turismo non è importante e che non bisogna curare e implementare questo settore, solo che è fondamentale uscire dalla retorica passatista dell'Italia come museo a cielo aperto, piuttosto bisogna investire il più possibile per imitare e superare, con nuove opere, l'eredità del nostro stesso patrimonio.

Per quanto riguarda le esperienze di fruizione organizzate su internet, non ho prestato molta attenzione alle modalità virtuali promosse, se non per esigenze di catalogazione e di studio. Certo grande successo ha avuto per esempio la mostra del maestro Pasquale Marino, come sempre instancabile artefice in tutti i campi.  Ma dal mio punto di vista, la mostra virtuale deve essere considerata come l'estrema ratio per eventi non realizzabili. Sono contrario alla virtualità dell'esposizione come sistema permanente. Per me l'arte è un fatto umano, quindi relazionale e personale. Sono contrario all’abuso dei social piuttosto che della socialità. L'abuso di Internet e di questi strumenti può essere considerato uno strumento di forte limitazione biologica delle facoltà individuali. Per quanti mi riguarda le multinazionali di internet rappresentano dei problemi per la prosperità degli Stati e il raggiungimento di quegli obiettivi di eguaglianza sociale così come designato dalla Costituzione italiana. Amazon, Facebook Google e Microsoft hanno economie, grandezza e peso strategico superiore agli stati medesimi, si muovono come potenze geopolitiche e per certi versi anche ostili alle potestà dei singoli stati. Vanno fortemente ridimensionati.

L’arte in Italia dopo il blocco per Covid19 è come prima e anche un poco peggio. Gli artisti bussano alle porte delle istituzioni per l’ennesima richiesta di aiuto. In realtà gli artisti hanno già il potere e non devono chiedere niente a dei personaggi che ormai sono dei concorrenti sul fronte delle arti performative e dell’intrattenimento. Non credo che sia necessario fare degli esempi su questo argomento. Gli artisti hanno tutto il potere creativo per mettere in discussione l’attuale assetto politico sociale della Penisola, però devono uscire dal conformismo e dell’omologazione.

Sono sicuro che in altri Paesi il futuro dell’arte è assicurato da un apparato statale che è perfettamente consapevole del valore strategico della produzione culturale. Ho già fatto degli esempi ma aggiungo: gli Stati Uniti sono un paese enormemente indebitato, un paese che economicamente non dovrebbe esistere, eppure investe nella cultura, e nel cinema in particolare, una quantità enorme di denaro. Nei prossimi anni in Arabia Saudita nasceranno venti musei.  Da noi ormai si avanti coi bandi e coi progetti,  non parliamo dei progetti europei dove il finanziamento per la cultura è solo al 60% del totale.  L’Italia si sta facendo fagocitare dagli interessi geopolitici delle altre potenze anche in questo campo. Gli artisti contemporanei e i curatori d’arte italiani all’estero vengono guardati con sospetto se non proprio con una certa sufficienza, a volte del tutto ingiustificata. Sono stato a contatto con gli ambienti della c.d. “avanguardia europea”, spesso si tratta di cose vecchie su cui è spruzzata un poco di questa morale censoria e liberticida del “politicamente corretto”. In sostanza si tratta di vecchie pacchi e pacchetti su cui manca la riflessione di una serietà critica che viene respinta a priori. 

L’arte in Italia sta scomparendo perché sta scomparendo il Principe. Non mi riferisco tanto al Principe di Machiavelli,  figura che per forza di cose è legata al Rinascimento e all’Italia di quel periodo. Mi riferisco alla mancanza di figure guida dotate di qualità culturali e politiche in grado di sviluppare un discorso sul futuro che abbia nell’Italia l’unico interesse possibile da realizzare. Io sono contrario alla retorica europea e a ogni forma di cessione di sovranità, esattamente come lo sono tutti i governi dell’Unione Europea, tranne quello italiano.

Oggi vediamo tanti manager e politici inaugurare mostre e opere d’arte bruttissime, di scarsissimo valore,  tra il plauso generale dei giornalisti e il silenzio imbarazzato dei critici. L’Italia è in una crisi sistemica da oltre trenta anni, questo dato di fatto sta diventando quasi tragicomico. Abbiamo poeti da vespasiano ginnasiale osannati sui giornali come Ungaretti. Non ci siamo, dobbiamo uscire subito dal pensiero schiavile dell’arte che non serve a niente, dell'arte come spreco di denaro, dobbiamo investire il più possibile nella cultura, nella ricerca e nell’educazione, adesso.  Su questo punto bisogna fare quanto più possibile per convincere gli Italiani e i nostri rappresentanti politici: ormai è tardi, forse troppo tardi.

In Italia la grettezza ha raggiunto vertici di mostruosità così abnormi che quando si vuole fermare il ragionamento di qualcuno si dice: "non fare filosofia". Durante il blocco, ho visto Carlo Verdone in tv: si vergognava di leggere Seneca e cercava di cambiare discorso. Poi vediamo i giornali fare gli elogi della Germania, il paese filosofico per eccellenza. Ripeto, non ci siamo. C'è un modello antropologico e culturale da rifare da capo, temo che l'élite non sia in grado di concepirlo, temo che faranno nuovamente spazio a interessi stranieri pur di non cambiare. 

Gli artisti mi hanno insegnato che l'arte non è solo la bellezza, l'arte è tutto, il collegamento con il mondo, il modo in cui il mondo si rappresenta. Il Covid19 ci dà la possibilità di immaginare e di essere un futuro diverso, totalmente.


Mosè Previti ©2020

 

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Wed, 22 Jul 2020 10:04:51 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1201/1/arte-dopo-covid19
Alle 18.30 la presentazione del libro "Protocollo Contagio" https://www.mutualpass.it/post/1202/1/alle-1830-la-presentazione-del-libro-protocollo-contagio- https://www.mutualpass.it/post/1202/1/alle-1830-la-presentazione-del-libro-protocollo-contagio-]]> Quello che non ci hanno detto sulla Pandemia e perché è stato l'evento più previsto del XXI secolo. In Sicilia ci sono stati 276 morti per Coronavirus, circa 50.000 nuovi casi di disoccupazione ed un calo del fatturato pari a 3 miliardi.

Volete sapere chi e perché poteva evitare tutto questo?

Oggi, 20 luglio ore 18.30, presso il Bar Dolce Vita di Piazza Duomo a Messina, Leonardo Romeo presenterà di "Protocollo Contagio", il libro-inchiesta di Franco Fracassi e Federica Ipsaro Passione che risponde a queste domande, mettendo in fila temporalmente nomi e cognomi, informazioni, cablogrammi, fonti ed avvenimenti tutti pubblici ma che non ci hanno raccontato su questa Pandemia.

“Protocollo Contagio” è un’inchiesta internazionale che parla anche dell’Italia, in particolare della Val Seriana, che si è trasformata nel vero buco nero del pianeta. Ma è anche una stupefacente storia di uomini e donne straordinari, di eroi e di eroine. Un’incredibile vicenda umana lunga vent’anni, degna di una spy story e anche di un romanzo di avventura.

“Protocollo contagio” è, infine, un omaggio a coloro che hanno sacrificato la loro vita nel tentativo di salvare le nostre. Primo tra tutti un medico marchigiano, Carlo Urbani, senza il cui coraggio saremmo stati travolti dal coronavirus tanti anni fa.


Medika, la Card della Salute

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Mon, 20 Jul 2020 09:36:57 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1202/1/alle-1830-la-presentazione-del-libro-protocollo-contagio-
“C’era una volta il Covid in Italia”: benvenuti nel paese delle opportunità ed incongruenze https://www.mutualpass.it/post/1199/1/-c-era-una-volta-il-covid-in-italia-benvenuti-nel-paese-delle-opportunita-ed-incongruenze https://www.mutualpass.it/post/1199/1/-c-era-una-volta-il-covid-in-italia-benvenuti-nel-paese-delle-opportunita-ed-incongruenze]]> E così giunti al mese di luglio, il governo domandò:<< Cosa volete che io riapra, l’Università o le discoteche?>>. Ma questa volta il popolo non scelse come al tempo di Gesù e Barabba perché, a distanza di 2000 anni, il mondo è ben diverso. No, non siamo diventati improvvisamente tutti più buoni né eticamente più riflessivi. Semplicemente ci siamo adattati alla quotidianità che ci circonda, nella quale il concetto di bene/male o giusto/sbagliato sono ormai allo stesso livello. E non è tanto l’animo o lo spirito umano ad essere cambiato, ma piuttosto le nostre esigenze quotidiane.

Dopo lunghi mesi di lockdown, nei quali si paventava la rinascita di un mondo migliore, ci siamo scontrati con una realtà dura e cruda. Da una parte i tanti sogni andati in frantumi, dall’altra il bisogno di ricostruire in fretta sulle macerie dell’emergenza globale. In mezzo centinaia, migliaia, milioni di persone totalmente abbandonate al loro destino senza alcuna guida o punto di riferimento. Purtroppo, storicamente, sappiamo bene che in un contesto di caos generale o si reagisce come comunità oppure può nascere il seme di un regime autoritario.

Oggi, in questa afosa estate 2020, l’Italia è ferma al palo vittima degli errori del passato e condannata dalle incongruenze. Sono proprio quest’ultime le vere protagoniste della nostra vita post lockdown, capaci di influenzare tutto ciò che ci sta attorno. Se è vero che il Covid-19 ha messo in luce tutte le falle di un sistema malato, è altrettanto vero che la crisi sanitaria ed economica ci ha catapultato in una nuova dimensione. Un mondo nel quale tutto è il contrario di tutto, dove non ci sono più regole ed il nostro paese viaggia su binari e velocità diverse. Siamo passati dal terrore assoluto verso il virus, al menefreghismo più totale.

Perché è successo questo? Semplice, è tutta una questione di opportunità. A partire dai media e dai mezzi di informazione nei quali sono scomparse le notizie ed i dati legati alla pandemia. Nonostante lo scoppio di diversi nuovi focolai, il Covid non è più un trend topic. Per non affrontare il problema, lo si ignora gratuitamente. Tutto ciò ha comportato la nascita di un nuovo dibattito generale che si può sintetizzare così: “Perché le università sono chiuse mentre le discoteche no?” Sembra banale dirlo, ma è tutta una questione di opportunità. Impossibile, in piena estate, chiedere di bloccare il turismo o la movida italiana. Spiagge piene di gente, locali riaperti e quella voglia di evadere dopo una lunga chiusura forzata.

Allo stesso tempo, però, regole super rigide negli istituti statali, governativi e scuole blindate manco fosse la seconda guerra mondiale. Ed allora, ci chiediamo noi, dove sta la coerenza e l’equilibrio? Che piano di ripresa c’è da settembre in poi? Anche in questo caso la risposta è semplice e lapidaria: l’Italia viaggia a corrente alternata alla ricerca di una soluzione assoluta che non esiste. Ma, alla fine, queste sono semplici riflessioni noiose che lasciano il tempo che trovano. Bisogna divertirsi e vivere questa estate di libertà: facciamoci il bagno ma con la mascherina, ubriachiamoci di mojito ma bevendo con la cannuccia, torniamo a giocare a calcetto ma la doccia ognuno a casa sua. Scateniamoci sino al 31 agosto, poi da settembre rigidità assoluta e torniamo alle misure di sicurezza.

In fondo il peggio è passato, il Covid lo ricorderemo, tra qualche anno, come quell’influenza che ha bloccato il calcio. Ripartiamo con le nostre vite e dimentichiamoci del passato. Non fermatevi a riflettere, ma cogliete ogni opportunità vi si presenti: in fondo siamo in Italia, il paese delle grandi incongruenze.


Ernesto Francia

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Fri, 10 Jul 2020 10:34:09 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1199/1/-c-era-una-volta-il-covid-in-italia-benvenuti-nel-paese-delle-opportunita-ed-incongruenze
Come un animale - Filippo Nicosia https://www.mutualpass.it/post/1197/1/come-un-animale-filippo-nicosia https://www.mutualpass.it/post/1197/1/come-un-animale-filippo-nicosia]]> Andrea è un professore di Lettere che ha deciso di trasferirsi a Manziana, un paese in provincia di Roma. Con sé si è portato una cinquantina di libri tra cui romanzi e racconti di Cortázar, McCarthy, Silone e Pavese. Quello di Andrea non sembra un trasferimento temporaneo. C’è qualcosa che lo tormenta da cui non riesce a liberarsi. Da che cosa fugge Andrea? Dal passato o dal presente? Riuscirà a trovare la serenità in questo paese della campagna laziale?

Tra una lettura e l’altra il forestiero si getta a capofitto nella cattura di insetti e fa un salto in paese per le spese quotidiane dove viene guardato di cattivo occhio come fosse un alieno. Presto nella vita di Andrea entrano a far parte Silvy, la vicina del Sud della Francia sposata col veterinario cowboy Matteo, e Yuri Cattani, un ragazzo di strada di pasoliniana memoria che vorrebbe studiare e diventare un giorno un pilota di Formula 1 ma la famiglia si oppone con risolutezza.

Silvy e Yuri cercheranno di far uscire Andrea dal bozzolo della solitudine in cui si è rinchiuso, rispettando la sua volontà di non voler raccontare molto di sé.

In particolare Yuri metterà in discussione la vita di Andrea, che crede nel valore della letteratura ma sembra aver perso l’entusiasmo per il suo lavoro. Quando il giovane viene a sapere che il nuovo arrivato è un insegnante di Lettere gli chiede di dargli ripetizioni per l’esame di recupero di settembre in cambio della riparazione dell’auto, rimasta danneggiata da quella volta che si era impantanata.

Dopo aver superato le prime ritrosie Andrea si convince delle buone intenzioni di Yuri e tra loro si instaurerà un legame che arricchirà entrambi. Durante le sue lezioni il professore fa leggere a voce alta all’allievo i libri di McCarthy, Silone e Pavese per fargli scoprire il contagio positivo della letteratura e quindi il senso di identificazione e la vitalità che i lettori possono rintracciare in un’opera narrativa. D’altra parte Andrea comprende di essere ancora in grado di offrire qualcosa agli altri e si affeziona sempre di più a Yuri.

Tuttavia qualcuno sembra che voglia rendere difficile la vita del nostro protagonista. Da qualche tempo Andrea riceve minacce e aggressioni sempre più pesanti. Chi sarà mai? Perché colpiscono anche chi gli sta accanto?

Come un animale di Filippo Nicosia è un romanzo edito da Mondadori che tratta di paternità, vendetta e redenzione con uno stile pieno di suspense e di tensione che mi ricorda molto i romanzi western americani e soprattutto i romanzi thriller a sfondo esistenziale anglosassoni come Caleb Williams di William Godwin, in cui l’indagine psicologica ricopre un ruolo di primo piano. Come nel romanzo del padre di Mary Shelley anche qui ci troviamo in una storia di vendetta e redenzione come ho menzionato in precedenza. Andrea mi ricorda molto per cultura e spirito tormentato il personaggio Ferdinando Falkland, incapace di fare pace con se stesso per qualcosa che vuole tenere segretamente nascosto. D’altronde anche Yuri ha il desiderio di acculturarsi e migliorarsi di Caleb Williams, ma a differenza di quest’ultimo ha a mio parere più rispetto per la riservatezza altrui.

Un’altra opera a cui mi ha fatto pensare il romanzo è l’Iliade. Come Achille Andrea cova dentro di sé un’ira funesta che si manifesta nell’abbandono del campo di battaglia della vita e aspetta che faccia la sua apparizione un novello Patroclo (Yuri) per far riemergere l’indole apparentemente perduta. Inoltre il personaggio di Silvy ha una positiva somiglianza con Briseide. Nella sua veste rosa antico e le chiome somiglianti alle fronde degli alberi secolari, la francese Silvy è contesa tra due uomini e prova l’inquietudine delle principesse straniere trasformate in schiave e che nonostante tutto tentano in tutti i modi di essere felici. La schiavitù di Silvy però a differenza di quella di Briseide riguarda una vita che ha scelto ma che comincia a starle stretta.

Come un animale è un romanzo che vi sorprenderà poiché l’autore, dopo aver mostrato il suo lato solare alla Camus nel debutto Un’invincibile estate, vi rileverà con uno stile asciutto, diretto e serrato il suo lato più ombroso, crepuscolare e mistery che accrescerà il vostro amore per la lettura.


Roberto Cavallaro  

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Wed, 8 Jul 2020 09:32:09 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1197/1/come-un-animale-filippo-nicosia
6 Luglio 2020 - Giornata del Bacio https://www.mutualpass.it/post/1196/1/6-luglio-2020-giornata-del-bacio- https://www.mutualpass.it/post/1196/1/6-luglio-2020-giornata-del-bacio-]]> Il 6 luglio di ogni anno si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale del Bacio, festa nata in Gran Bretagna nel 1990, ma presto diffusa in tutto il mondo con l’obiettivo di ricordare, con una giornata ad esso dedicata, quanto può essere importante un bacio.

Aiuta a mantenere viva la coppia e rende più forte l'amicizia, ma non solo, un bacio ha effetti benefici per il nostro organismo.

Con un bacio appassionato di 10 secondi condividiamo circa 80 milioni di batteri, secondo gli esperti della Netherlands Organisation for Applied Scientific Research, ma tutto questo non fa male, anzi rinforza le nostre difese immunitarie.

E se non bastasse, sappiate che i baci possono essere efficaci per calmarci, ridurre l'ansia e farci sentire meno stressati perché diminuiscono il cortisolo, l'ormone dello stress, e aumentano invece i livelli di serotonina, l'ormone del buonumore.

In più, quando le labbra si uniscono in un bacio, i vasi sanguigni si dilatano, favorendo il flusso del sangue e portando un abbassamento della pressione. Baciarsi poi allena i muscoli facciali. Secondo uno studio inglese, richiede il coordinamento di 146 muscoli, tra cui 34 facciali e 112 posturali.

La 'ricetta' per una relazione in salute, secondo un sondaggio britannico di qualche anno fa, prevede 5 baci al giorno. Per chi vuole recuperare il tempo perduto, si può partire già da oggi. 

Il bacio è stato anche fonte di ispirazione per moltissimi artisti e oggi vogliamo proporvi la nostra classifica degli 8 dipinti più belli che hanno come tema proprio il bacio!

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sun, 5 Jul 2020 11:01:09 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1196/1/6-luglio-2020-giornata-del-bacio-
3 Luglio 2020 - Giornata senza Sacchetti di Plastica https://www.mutualpass.it/post/1195/1/3-luglio-2020-giornata-senza-sacchetti-di-plastica https://www.mutualpass.it/post/1195/1/3-luglio-2020-giornata-senza-sacchetti-di-plastica]]> Il 3 Luglio di ogni anno si celebra il Plastic Bag Free Day, l’iniziativa mondiale che mira ad eliminare l’uso dei sacchetti di plastica monouso, tra le principali fonti d’inquinamento.

Al fine di limitare la quantità di sacchetti di plastica monouso alcuni paesi stanno optando per divieti, imposte o diverse forme di accordi. L’uso dei sacchetti di plastica è una vera una minaccia imminente e chiara, tuttavia riuscire a far rispettare i divieti non è semplice, serve infondere una cultura di rispetto verso il nostro pianeta.

In media, i sacchetti di plastica vengono utilizzati per 25 minuti ma sono necessari dai 100 ai 500 anni affinchè si disintegri. Ogni minuto vengono usati circa 1 milione di sacchetti di plastica e, solo in Europa, ogni persona usa 500 sacchetti ogni anno.

I sacchetti di plastica monouso sono:

1- Cattivi per il pianeta: impiegano centinaia di anni per degradarsi e non solo inquinano l'ambiente ma danneggiano direttamente molti organismi viventi

2- Mal progettati: Non ha senso produrre qualcosa che dura 100 anni quando verrà usato per alcuni minuti. È una contraddizione il fatto che in una società a perdere nulla duri mentre i prodotti cattivi sono per sempre.

3- Esteticamente brutti: I sacchetti riutilizzabili sono molto più cool!

4- Costosi: i produttori non si assumono la responsabilità per l'impatto del loro prodotto. I sacchetti di plastica sono economici da produrre ma molto costosi da smaltire.

5- Culturalmente cattivi: incarnano il messaggio della società usa e getta che sta distruggendo il pianeta.

6- Sleali: Le generazioni future soffriranno dell'inquinamento causato dai sacchetti di plastica, senza trarne alcun vantaggio. Le generazioni future non votano, ma contano.

L’Italia nella lotta alle plastiche monouso ha sempre avuto un primato: è stata la prima nazione europea a mettere al bando i sacchetti per la spesa consentendo soltanto l’utilizzo di quelli compostabili già nel 2011. ​​Nel 2021 entrerà in vigore una nuova direttiva europea che metterà al bando definitivamente molti prodotti usa e getta in plastica.


Medika, la Card della Salute

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Fri, 3 Jul 2020 09:46:28 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1195/1/3-luglio-2020-giornata-senza-sacchetti-di-plastica
Paura, o non paura, questo è il coronavirus! https://www.mutualpass.it/post/1194/1/paura-o-non-paura-questo-e-il-coronavirus https://www.mutualpass.it/post/1194/1/paura-o-non-paura-questo-e-il-coronavirus]]> Fin dall’antichità la paura è stata fonte di disordine e nei momenti di crisi si è sempre temuto che potesse portare a una diffusione della violenza tale da mettere a rischio l’esistenza stessa della società politica.

Se consideriamo lo studio delle società primitive realizzato da antropologi come Franz Boas (L'organizzazione sociale e le società segrete degli indiani Kwakiutl, 1897), Bronislav Malinowski (Argonauti del Pacifico Occidentale, 1922), Marcel Mauss (Il sacrificio, 1899; Saggio sul dono,1923) e René Girard (La violenza e il sacro, 1972) comprendiamo come istituzioni politiche quali il dono e il sacrificio servissero a garantire la sopravvivenza e il consolidamento della società stessa.

Nello studio comparativo sul potlàc dei Kwakiutl nordamericani analizzati da Boas e il kula delle popolazioni melanesiane studiate da Malinowski, Mauss definisce il dono come un fatto sociale totale.

Il dono è infatti quella forma di scambio precedente al baratto e alla moneta fondata sulla reciprocità. Nelle società primitive il dono non è una pratica disinteressata, poiché crea in chi lo riceve un obbligo a contraccambiare se non vuole essere disonorato e scomunicato dalla comunità. Pertanto il dono crea una socialità obbligatoria e rinsalda i legami sociali all’interno della tribù. Colui che ha ricevuto il dono non deve contraccambiare immediatamente, ma prima o poi dovrà farlo, non solo se non vuole essere scomunicato ed esiliato – nell’ipotesi migliore – ma anche perché gli oggetti sono dotati di un’anima, detta mana, che accresce la propria potenza e genera il rischio della violenza all’interno della comunità finché il dono non viene contraccambiato.

Il riferimento a queste società politiche non ci deve far incorrere nell’errore di ritenerle barbare e irrazionali e che non abbiano nulla da insegnarci. Inoltre, come rileva Mauss, la concezione della gratuità del dono va attribuita al Codice Giustiniano del tardo Impero Romano e alla diffusione del cristianesimo e pertanto non è stato sempre così e soprattutto non in tutte le culture.

Seppur non più in questi termini anche noi attribuiamo un valore sacro agli oggetti e nel periodo del lockdown abbiamo provato la paura di non poter più svolgere quei riti, come ad esempio prendersi un caffè al bar con l’amico o l’amica, in cui gli oggetti si intrecciano all’abitudine e alla socialità e di cui, giustamente, non possiamo farne a meno.

Tuttavia oggetti come libri, strumenti audio dal giradischi alle applicazioni musicali e strumenti audiovisivi come le Smart Tv, i computer, le console di videogiochi e gli smartphone e i tablet con le loro app di messaggistica e i social network e la possibilità di coltivare nelle mura domestiche passioni, come ad esempio la musica e il disegno, sono stati utili per combattere il senso di solitudine e la paura del contagio. La tecnologia infatti ci ha permesso di sentirci meno soli e perfino le bistrate console di videogiochi non sono da condannare, poiché hanno permesso ai giovani di restare in contatto con gli amici sfidandosi in rete ed evitando quella che il sociologo Émile Durkheim definisce anomia sociale, vale a dire quell’assenza di norme sociali e norme morali che regolano entro limiti appropriati il comportamento degli individui. Durkheim teorizza questo concetto nel saggio Il suicidio (1897) notando come negli Stati dove l’anomia è più presente ci sia un aumento del tasso di suicidio, mentre negli Stati dove prevale la solidarietà sociale il tasso di suicidio diminuisca.

Il caso di Messina del signore anziano che ha sparato alla titolare di un tabacchino di Provinciale e che poi si è suicidato perché impossibilitato a scommettere a causa delle misure coronavirus valorizza la teoria di Durkheim. La sua impossibilità a soddisfare il bisogno di scommettere e non avere altri interessi sostitutivi gli ha suscitato una paura incontrollabile che l’ha condotto a una violenza inaudita che si è risolta con la morte.

Tra gli scienziati sociali che meglio hanno compreso il rapporto tra la violenza e il sacrificio non si può non ricordare René Girard che nell’opera La violenza e il sacro ha evidenziato come la violenza scaturita dal desiderio mimetico, vale a dire tutti desiderano ciò che hanno o desiderano gli altri, abbia generato il sacro (inteso come proiezione della violenza) e il sacrificio, che è quella istituzione all’origine delle società umane. Il sacrificio animale o umano lo rintraccia tanto nelle società primitive studiate dagli antropologi quanto nei testi sacri come la Bibbia e in quelli letterari: dai tragici greci come Euripide e Sofocle fino a scrittori moderni come Shakespeare (Troilo e Cressida è tra le opere menzionate) e Dostoevskij (Il sosia).                      

Il sacrificio è inteso da Girard come quell’istituzione politica che permette agli uomini di canalizzare la violenza verso un capro espiatorio al fine di eliminare la violenza e istituire o consolidare il vincolo sociale. Durante il sacrificio vengono scelti l’assassinio sacrificale e la vittima sacrificale, quest’ultima non è l’autore della violenza ma un sostituto sacrificale che farà da capro espiatorio. La scelta di sacrificare il capro espiatorio era dovuta al fatto che se si fosse sacrificato il colpevole ci sarebbe stato un contagio ravvicinato e non mediato, con il risultato che la violenza sarebbe raddoppiata mettendo in crisi l’esistenza della società.

Per questo motivo gli aztechi praticavano il sacrificio umano e i coloni spagnoli incapaci di relativismo non riuscivano a capire che per loro era un’istituzione politica a fondamento del loro ordinamento sociale. Per loro un’istituzione che noi moralmente non approveremmo era garanzia di libertà e sicurezza e avrebbero continuato a vivere secondo i loro costumi senza morire per epidemia e trasformarsi a causa dell’evangelizzazione. Sarebbe come ostinarsi a pensare che le dottrine filosofiche di Platone e Aristotele potessero applicarsi al di fuori delle polis greche. Per loro ad esempio la Persia rappresentava la peggiore delle tirannidi e nessun persiano, neanche il più sapiente, poteva lontanamente avere concezione del bene per il semplice fatto che non fosse greco.

Platone poteva pensare che Dionigi il tiranno di Siracusa potesse aspirare a essere un governante filosofo, rimanendone deluso, ma di certo non poteva pensare che quel monarca dispotico zoroastriano e fratricida di Artaserse II di Persia potesse essere capace di buon governo.

Il sacrificio come istituzione politica che espelle la paura e la violenza dalla comunità per garantire la sopravvivenza e il consolidamento dell’ordinamento politico e sociale lo rintracciamo anche in tribù tuttora esistenti come i Ciukci (la tribù siberiana più imparentata a livello genetico con gli Indiani d’America) studiati dall’antropologo esperto di tribù indiane nordamericane Robert Lowie (Primitive Society, 1920) e gli amazzonici Kaingang studiati dall’americano Jules Henry (Jungle People, 1941).

Nei Ciukci il sacrificio ha una funzione di violenza preventiva. Quando attaccano e uccidono un membro di una tribù rivale loro non consegnano al nemico l’autore dell’omicidio, ma scelgono di sacrificare loro stessi un membro della loro tribù per impedire l’atto di rappresaglia e realizzare la pacificazione tanto interna quanto esterna. In questo modo si ha una sorta di pareggio dei conti senza ulteriore spargimento di sangue e tutto torna come prima.

Nei Kainkang il sacrificio assume le forme di un suicidio collettivo, una sorta di guerra di tutti contro tutti alla Thomas Hobbes (Leviatano, 1651), quando la violenza è stata causata da un soggetto esterno alla comunità di appartenenza e soltanto la ripresentazione dell’altro, non necessariamente lo stesso soggetto autore della violenza, può porre fine alla violenza indiscriminata. Per i Kainkang altro è tutto ciò che è esterno alla tribù e possono essere tanto gli oggetti quanto le persone. Quest’ultime possono essere tanto gli appartenenti a un’altra tribù Kainkang, anche qualora ci siano legami di parentela, tanto persone di un’altra etnia come i brasiliani. Se per esempio si ha un caso di adulterio, il reato viene risolto pacificamente se è stato commesso dal padre, fratello, zio o altro membro facente parte della tribù, ma se è stato commesso da un brasiliano come ad esempio l’ex calciatore neroazzurro Luis Nazario da Lima detto Ronaldo loro impazziscono e cominciano a uccidersi e soltanto l’apparizione di un altro soggetto estraneo alla comunità, ad esempio l’ex calciatore brasiliano dell’Inter Adriano, pone fine alla follia omicida e i Kainkang continuano a sopravvivere come tribù.

Lo sviluppo del pensiero filosofico liberale ha fatto sì, per fortuna, che la maggior parte dei paesi democratici fondassero i propri ordinamenti giuridici sul principio di laicità, che bisogna intendere come religione civile, e l’affermazione dei diritti dell’uomo ha portato in molti Stati all’abolizione della pena di morte e alla concezione di una giustizia fondata sull’equità, sulla solidarietà e sulla redistribuzione. Si pensi ad esempio al principio di solidarietà intergenerazionale a fondamento della giustizia redistributiva sancito dalla Corte Costituzionale italiana con la sentenza n. 173 del 2016[1].

A mio modo di vedere se consideriamo concetti propri dello strutturalismo come anomia e fatto sociale concedendo un’apertura a elementi psicologici propri di Girard (che non è uno strutturalista), quali ad esempio desiderio mimetico e violenza mimetica, si possono comprendere i fenomeni sociali e i casi concreti più disparati come ad esempio l’omicidio di Lorena Quaranta avvenuto in pieno lockdown. Il fidanzato reo confesso Antonio de Pace ha dichiarato al PM che ha ucciso la fidanzata perché temeva di essere stato contagiato dal coronavirus, ma l’indagine ha confermato come ci fossero motivi personali oscuri. Questo è uno di quei casi interessanti dove la società influenza l’individuo in cui allo stesso tempo elementi psicologici accrescono la paura e determinano un’esplosione della violenza che conduce alla morte. Al momento dell’arresto il ventottenne vibonese ha dichiarato che la causa scatenante l’omicidio è stata l’ansia provocata dalla situazione generale legata al coronavirus[2] e di ritenere di essere stato contagiato[3] (fatto sociale), ma il giudice nel condannarlo considera gli elementi psicologi poiché De Pace è stato riconosciuto colpevole “di omicidio volontario aggravato dai futili e abbietti motivi e dalla circostanza di aver agito contro la convivente”[4].

È stato appurato poi come il colpevole dopo aver picchiato, accoltellato e strangolato a morte l’ex fidanzata abbia tentato il suicidio e una volta che la notizia della morte di Lorena è stata data dai mass media, De Pace sia stato bombardato sui social network di messaggi di violenza verbale in cui gli si augurava la castrazione e la morte[5]. Ci troviamo così in un caso in cui il desiderio mimetico, inteso da Girard come desiderio di essere l’altro o di avere l’oggetto desiderato attraverso un modello che funge da mediatore, provoca un contagio mimetico della violenza. De Pace desidera restare in salute e l’amore, oggetti desiderati anche da Lorena, ma futili e abietti motivi suscitano in lui la paura di perderli entrambi e lo inducono a uccidere Lorena che ritiene la causa della sua perdita; a questo punto tutti noi ci identifichiamo giustamente con Lorena ma, mentre la maggior parte di noi si sono limitati a biasimare e condannare l’atto, alcuni del popolo dei social network sono stati contagiati dalla violenza e si sono lasciati trasportare dalla rabbia. Per fortuna l’esistenza delle leggi, che vietano l’accesso all’oggetto che ha dato origine alla violenza, fa sì che tutto venga risolto all’interno della legalità e che quel criminale di De Pace possa scontare la condanna comminatagli.

L’idea che noi desideriamo quello che desiderano gli altri Girard l’ha elaborata in un saggio di critica letteraria dal titolo Menzogna romantica e verità romanzesca (1961) analizzando alcuni capolavori del romanzo moderno dal Don Chisciotte di Cervantes a I demoni di Dostoevskij.

Per esempio Don Chisciotte desidera la vita di cavaliere errante che di volta in volta gli suggerisce il suo eroe romanzesco Amadigi di Gaula. Chisciotte legge e rilegge con fervore il romanzo cavalleresco spagnolo di Garci Rodriguez de Montalvo e le avventure che vive con Sancho Panza, anche quella famosa della lotta contro i mulini al vento, sono dettate dal fatto che lui vuole essere alla stregua del suo eroe.

Il visionario Chisciotte e il realista Sancho hanno una visione completamente diversa della realtà e in un passo del capitolo XVIII il cavaliere errante l’attribuisce alla paura del suo scudiero:

– Signor padrone, che il diavolo mi porti, se si vede né un uomo, né un gigante, né un cavaliere di tutti quelli che dice lei. Io per lo meno non ne vedo neanche uno.

Che sia effetto d’incanti come i fantasmi di stanotte?

–   Che dici mai? – riprese Don Chisciotte – non senti il nitrito dei cavalli, il suono dei pifferi, il rullo dei tamburi?

–  Io sento solamente molte pecore e molti montoni che belano.

Ed era proprio la verità, perché i due greggi erano già vicini.

– La paura che hai – replicò Don Chisciotte – non ti fa né vedere né sentire bene. Uno degli effetti della paura infatti è quello di turbare i sensi, e di far che le cose non appaiano come sono; ma se hai tanta paura, ritirati da una parte e lasciami solo, che io solo basto a dar vittoria alla parte a cui porterò aiuto[6].

In I demoni Dostoevskij nell’affermare la dignità e sacralità della vita umana racconta le vicissitudini di un gruppo di rivoluzionari nichilisti russi intenti attraverso una serie di attentati terroristici a rovesciare lo Stato zarista per instaurare un regime fondato sul terrore in cui possano trovare spazio gli ideali libertari e nichilisti.

Tra i personaggi del romanzo merita particolare attenzione il nichilista Kirillov che, rinchiuso nella casa di Filippov in cui sta in affitto in una sorta di autoisolamento, decide come un capro espiatorio di firmare la confessione redatta anticipatamente da Pëtr Stepanovič Verchovenskij per assumersi la colpa dei delitti non commessi di Šatov e Fëdka e, attraverso il suicidio, asserire il principio che siccome Dio non esiste ciascun uomo è dio e, dal momento che l’attributo della divinità è il libero arbitrio e lui l’ha scoperto, con la sua morte potrà affermare la propria rivolta e permettere agli uomini di vivere in un mondo libero senza Dio.

Per tre anni ho cercato l’attributo della mia divinità e l’ho trovato: l’attributo della mia divinità è il Libero Arbitrio! È tutto ciò con cui io posso dimostrare il punto supremo della mia rivolta e la mia nuova paurosa libertà. Poiché essa è assai paurosa. Io mi uccido per affermare la rivolta e la mia nuova paurosa libertà[7].

Kirillov, sostiene Girard, è arrivato a questa idea tramite Stavrogin, il protagonista del romanzo, che funge da mediatore per aspirare a essere nulla. In effetti anche Stavrogin si suiciderà ma per motivi diversi: per il dissidio insolubile tra il senso di colpa dei delitti commessi e l’incapacità di accettare alcuna redenzione. Subito dopo il suicidio la madre Varvara Petrovna e Darja Pavlovna troveranno il seguente biglietto:

Non accusar nessuno. Io stesso[8].   

 Alla fine non ci resta che accogliere il messaggio positivo dello scrittore fallito Stepan Trofimovič Verchovenskij, padre assente di Pëtr, che in punto di morte sosterrà la dignità e sacralità della vita umana a prescindere da qualsiasi ideale in cui si creda.

A tal proposito non possiamo non ricordare L’uomo in rivolta (1951) di Albert Camus in cui il grande filosofo e romanziere esistenzialista afferma che l’unica rivolta che possa porre termine all’assurdo è quella fondata sul pensiero meridiano, vale a dire quel criterio che permette all’insorto di affermare una libertà relativa che trovi il proprio limite nella dignità della vita umana. Con il mi rivolto dunque siamo l’uomo in rivolta mostra la misura e il limite alla natura umana. Tanto la non violenza assoluta quanto la violenza sistematica delle ideologie (rivoluzione francese, comunismo e fascismo) negano la rivolta. La prima consegna l’uomo alla servitù e all’accettazione delle ingiustizie, mentre l’ideologia ponendo un valore al di sopra della vita umana “distrugge positivamente la comunità vivente e l’essere che ne riceviamo”[9]. L’insorto è un uomo inquieto che non trova pace perché “sa il bene e fa il male”[10]. La rivolta per mantenersi deve rifiutare l’omicidio e scegliere il libero dialogo.

La virtù dell’insorto risiede nel difendere la vita, la solidarietà umana, la giustizia e la libertà senza cedere all’omicidio. Tuttavia ne è tentato e nel caso in cui dovesse uccidere deve acconsentire alla propria morte come fece il rivoluzionario russo Kaliayev, che nell’uccidere il granduca Sergej Romanov nell’attentato del 15 febbraio 1905 è andato serenamente incontro alla propria condanna a morte il 23 maggio del medesimo anno. Camus afferma che Kaliayev ha rivelato agli uomini dove inizia e termina la rivolta. Nell’attuare l’attentato ai danni del granduca il rivoluzionario si assicurò che fosse da solo in carrozza e non in compagnia della moglie e dei nipoti come avvenne nel tentativo del 15 febbraio. Quella volta Kaliayev alla vista della granduchessa Elizaveta Fëdorovna e soprattutto dei bambini Marija Pavlovna e Dmitrij Pavlovič decise di non eseguire l’attentato in quanto vittime innocenti. Nell’essersi assegnato questo limite Camus ha riconosciuto in Kaliayev il primo rivoluzionario ad avere riconosciuto il valore della vita umana nella sua dignità. Inoltre il rivoluzionario non ha mai negato la propria responsabilità personale.

La vicenda di Kaliayev è stata rappresentata superbamente da Camus nella tragedia I giusti (1949). In particolare nell’atto quarto lo scrittore algerino è riuscito a dare dignità letteraria alla celebre conversazione avvenuta in prigione, prima dell’esecuzione, tra Kaliayev e la granduchessa Elizaveta Fëdorovna:

LA GRANDUCHESSA. Non c’è amore lontano da Dio.

KALIAYEV. Sì, l’amore per le creature.

LA GRANDUCHESSA. Le creature sono abbiette. Che si può fare altro se non annientarle o perdonarle?

KALIAYE. Morire con loro.

LA GRANDUCHESSA. Si muore soli. È morto solo, lui.

KALIAYEV (con disperazione). Morire con loro! Oggi quelli che si amano devono morire insieme per essere riuniti. L’ingiustizia separa, la vergogna, il dolore, il male che si fa agli altri, il crimine separano. Vivere è una tortura poiché vivere separa…[11]   

Nelle parole di Camus risuonano le parole della poesia Il sogno della vita dello stesso Kaliayev:

Un istante, e la vita se ne va

Un sogno così triste e molesto

Si spegne in un'ombra vaga, distante

Come il ronzio della sera, nel silenzio.

Semplicemente, scivola il velo dagli occhi
Negli anni dell'adolescenza
Un istante, e niente più favole
Agghindate di tinte smaglianti

Appena un po' più in là del sogno,
Tutto riappare in un attimo,
La vita vissuta nel tormento
E il volto di una gioia lontana.

Noi, derubati fin dall'infanzia,
Figli bastardi della vita orba:
Cosa abbiamo ricevuto in eredità?
Vendetta e dolore, e sì, la muta vergogna...

Cosa possiamo dare al popolo,
A parte libri, tediosi e intelligenti,
Per aiutarlo a trovare la libertà?
Solo un istante della nostra vita...[12]

Una concezione differente della violenza è espressa dalla filosofa esistenzialista Hannah Arendt, che nel saggio Sulla violenza (1970) sostiene che la violenza e il potere siano fenomeni distinti che tuttavia appaiono insieme. Il potere si fonda sul consenso del popolo e non sulla violenza o il comando e quando è presente costituisce il fattore primario e predominante e pertanto ha la meglio sulla violenza. Questa ha invece carattere strumentale e per potersi realizzare ha bisogno di una guida, della forza umana e della giustificazione del fine che si è posto. Per Hannah Arendt la violenza deve terminare quando prende il potere altrimenti si trasforma in terrore, che è quella forma di governo che si instaura quando la violenza non abdica dopo aver destituito il potere costituito e rimane in una posizione di controllo.

A mio parere questa concezione del rapporto violenza-potere la rintracciamo nella storia nelle vicende degli strateghi ateniesi Pericle e Alcibiade e in letteratura nel dittico romanzesco dello scrittore argentino Roberto Arlt costituito da I sette pazzi (1929) e I lanciafiamme (1931).

Nell’orazione funebre ai soldati ateniesi caduti nella Guerra del Peloponneso contro gli spartani lo storico Tucidide nel Libro II della Guerra del Peloponneso nel trascrivere il discorso dello stratego Pericle mette in rilievo come è vero che la legge ad Atene sia sovrana, garantisca la tutela dell’offeso e sia rafforzata dalle leggi non scritte fondate sul sentimento comune. Ciò perché c’è il consenso alla forma di governo democratica che ha permesso agli ateniesi la più grande libertà, data dalla possibilità integrare la cura degli affari privati (lavoro, affetti, svago) alla partecipazione alla vita politica.

Certo, si potrebbe obiettare che le continue crisi di potere di quegli anni che hanno portato al passaggio dalla democrazia all’oligarchia (governo dei quattrocento, governo dei cinquemila e governo dei trenta tiranni) smentiscano il pensiero di Hannah Arendt. In realtà non è così. I cambiamenti di potere non sono avvenuti perché non si credeva nella sovranità della legge ma perché a causa delle ingerenze esterne di spartani e persiani e al variare degli interessi economici è cambiato il consenso a fondamento del potere, determinando così una forma di governo o l’altra.

Le vicende di Alcibiade ci illuminano sull’argomento. Il fatto che lo stratega ateniese identificasse il bene pubblico ateniese con il suo interesse personale lo rende spregiudicato e traditore, ma non un cittadino che non riconoscesse la sovranità della legge.

Il caso della spedizione siciliana è emblematico. Nei giorni preparativi alla partenza qualcuno aveva mutilato le Erme, le statue di Ermes agli incroci delle strade, e si sparse la voce che l’autore dell’atto vandalico fosse Alcibiade. Il motivo era che l’assemblea aveva assegnato il comando della spedizione a Nicia e non a Alcibiade, con grande delusione dello stratego che a differenza dell’altro fin dall’inizio dei lavori si era battuto per sostenere la richiesta di aiuto di Segesta, in guerra contro Siracusa, per accrescere la potenza di Atene.

All’epoca abbattere statue non era cosa da poco e in particolare quelle sacre. La mutilazione delle Erme fu interpretata dalla popolazione come un gesto di cattivo auspicio che avrebbe fatto fallire la missione e nacque un caso giudiziario.

Plutarco nelle Vite Parallele sostiene che Androcle aveva procurato dei falsi testimoni per accusare lo stratego e i suoi amici di profanazione sacra dei Misteri Eleusini. Alcibiade, temendo un rafforzamento degli avversari, si dichiarò favorevole a un rapido processo pur sapendo che rischiava la condanna a morte. L’assemblea invece votò per processare l’accusato al ritorno dalla spedizione. L’assenza di Alcibiade favorì la fazione avversaria come temeva lo stratego, il quale quando arrivò con la sua flotta a Catania venne fermato dalla trireme ateniese Salaminia. Alcibiade promise agli araldi di seguirli fino ad Atene con la sua nave, ma ne approfittò per fuggire a Thurii (presumibilmente l’odierna Rossano Calabro). A questo punto l’assemblea dichiarò lo stratego colpevole in contumacia, lo condannò a morte, gli confiscò tutte le proprietà e venne messa una taglia a chi avesse ucciso qualcuno dei latitanti.

Allora Alcibiade cominciò a tremare contro Atene, fornendo informazioni strategiche agli amici dei siracusani su come difendere Messina e impedendo agli ateniesi di conquistare la città. Durante la battaglia per la conquista della città dello Stretto Lamaco trovò la morte e con l’assegnazione del comando delle truppe a Nicia la spedizione ateniese andò di male in peggio.

In seguito durante il suo esilio autoinflittasi Alcibiade tramò contro Atene stringendo alleanze con spartani e persiani. In uno dei discorsi sofistici fatti agli spartani, Tucidide racconta nel saggio storico già citato in precedenza, Alcibiade afferma che va contro la sua patria perché non si sente sicuro come cittadino. Il suo rifiuto a consegnarsi ad Atene è dovuto al fatto che non si riconosce più nell’attuale governo, non nella legge, e che per amor di patria è disposto a tutto per rovesciarlo in modo da poter continuare a vivere come cittadino.

Alcibiade riuscirà a rientrare ad Atene nel 407 a.C., dopo la rielezione a stratego e aver permesso agli ateniesi di vincere nelle battaglie navali di Abido e Cizico (410 a.C.). Al momento del suo rientro in patria ad Atene era tornata la democrazia. Alcibiade riuscì a riottenere le proprie proprietà e a ottenere la cancellazione dei processi giudiziari contro di lui. Riuscendo a convincere l’assemblea del suo pentimento dovette limitarsi a scontare come pena la conduzione della processione eleusina per convincere la popolazione della sincerità del suo pentimento.

Alcibiade rientrò però a Atene nel giorno della festa della Plinteria, il giorno più sfortunato dell’anno per gli ateniesi al punto che in quella data sarebbe stato opportuno che non accadesse niente di rilevante. Quel giorno effettivamente si rivelerà infausto per lo stratego. La sconfitta della flotta navale ateniese nella battaglia di Nozio farà cadere Alcibiade in disgrazia e i suoi nemici, riuscendo a convincere l’assemblea a revocargli la carica militare che tanto lo aveva distinto, non gli lasciarono altra scelta di andare nuovamente in esilio. Il risultato sarà la sconfitta degli ateniesi nella guerra del Peloponneso e l’uccisione dello stratega in Frigia avvenuti entrambi nel 404 a.C.[13]

La riflessione di Hannah Arendt trova conferma, come ho già menzionato in precedenza, nei romanzi I sette pazzi e I lanciafiamme dello scrittore argentino Roberto Arlt. In questo dittico romanzesco di una genialità fuori dal comune, rilanciato in Italia da Sur edizioni, il protagonista Remo Erdosain è un inventore fallito che vuole realizzare fiori metallizzati e ha derubato la ditta in cui lavora come esattore. Erdosain non accetta le ingiustizie ma al contempo la frustrazione, causata dal fatto che svolge un lavoro che non lo soddisfa, e l’ansia di umiliazione lo spingono a tradire la moglie Elsa con prostitute e ragazzine ingenue alla ricerca dell’amore puro fino ad aderire al progetto rivoluzionario della società segreta dell’Astrologo, che intende rovesciare il potere attraverso la gestione di una catena di bordelli. L’Astrologo intende utilizzare ideologie differenti e popolari come fascismo, comunismo e anarchismo per coinvolgere nel suo progetto insurrezionale tanto i militari quanto i cittadini comuni delusi e frustrati dal mancato riconoscimento del proprio talento, come Erdosain, in modo tale da dimostrare il fallimento dello Stato borghese e capitalista e affermare la verità della menzogna.

Su questo poggia la parte più grande della teoria dell’Astrologo: gli uomini possono venir scossi solo con le menzogne. Lui dà al falso la consistenza del vero; persone che non si sarebbero mai mosse per raggiungere nulla, gente disfatta da ogni tipo di disillusione, resuscitano nella verità delle sue menzogne. Lei, forse, vuole qualcosa di più grande? […] «Ecco: proprio questo. Il fatto è che a noi manca il coraggio di compiere imprese enormi. Ci immaginiamo che l’amministrazione di uno stato sia più complicata di quella di una casa modesta e nei fatti che accadono mettiamo un eccesso di romanzesco, di romanticismo idiota»[14].

Per l’Astrologo Erdosain è fondamentale per il successo del progetto rivoluzionario perché, grazie ai suoi studi di chimica volti a realizzare delle rose di metallo che non perdessero il loro colore naturale, può installare delle fabbriche di fosgene, gas mortale fondamentale per il successo della rivoluzione. Altre figure memorabili come il magnaccio Ruffiano Melanconico, Bomberg l’Uomo che vide la Levatrice, il Cercatore d’Oro e la prostituta Hipólita la zoppa svolgeranno un ruolo fondamentale negli schemi dell’Astrologo, la cui castrazione è pari al disprezzo e all’insoddisfazione per la realtà. La violenza diventa così inevitabile e conferma la teoria espressa da Arendt di come essa sia l’opposto del potere e quando diventa prevalente significa che il potere sta per svanire.

Per concludere vorrei mettere in evidenza come in questi mesi di lockdown e crisi economica forme economiche come la redistribuzione (sussidi e bonus statali di aiuto al reddito) e la reciprocità (donazioni alla ricerca per il coronavirus, donazioni di cibo al personale sanitario, voucher e buoni acquisto) si siano rivelate degli antidoti alla paura della gente in difficoltà economica di sentirsi abbandonati e lasciati al proprio destino. Queste modalità di scambio integrate all’economia di mercato hanno riportato di attualità la riflessione dell’economista e antropologo Karl Polanyi, il quale in La grande trasformazione (1944) afferma che la redistribuzione si ha quando c’è un centro politico capace di raccogliere le risorse e di distribuirle alla collettività mentre la reciprocità è quella forma di scambio determinata da fattori extraeconomici e la si rintraccia all’interno della famiglia.

In realtà il lockdown ha rivelato, in certi casi, che gli individui siano capaci di gesti altruisti e solidari al di là del contesto familiare e senza che ci sia un ritorno economico poiché, visto le difficoltà che attraversano tutti, il semplice fatto di fare del bene aiuta a stare meglio e a sconfiggere la paura.                            

Roberto Cavallaro        


[6] Miguel de Cervantes, Don Chisciotte, in Famiglia Cristina edizioni San Paolo vol. 1,, trad. it. di Ferdinando Carlesi, Mondadori (su licenza di), Milano, 1995, p. 146.  

[7] Fëdor Michajlovič Dostoevskij, I demoni, trad. it. di Rinaldo Küfferle, Mondadori, Milano, 2016, p. 759. 

[8] Ivi, p. 828.

[9] Albert Camus, L’uomo in rivolta, trad. it. di L. Magrini, Bompiani, Milano, 2010, p. 318.

[10] Ivi, p. 312.

[11] Albert Camus, I giusti, in Tutto il teatro, trad. it. di François Ousset, Bompiani, Milano, 2003.

[14] Roberto Arlt, I sette pazzi, trad. it. di Luigi Pellisari, Edizioni SUR, Roma, 2015, pp. 204-205. 

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Wed, 1 Jul 2020 08:48:50 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1194/1/paura-o-non-paura-questo-e-il-coronavirus
“Come i rami di un albero”. Davide Bertuccio fotografa la vita degli italiani in quarantena. https://www.mutualpass.it/post/1191/1/-come-i-rami-di-un-albero-davide-bertuccio-fotografa-la-vita-degli-italiani-in-quarantena https://www.mutualpass.it/post/1191/1/-come-i-rami-di-un-albero-davide-bertuccio-fotografa-la-vita-degli-italiani-in-quarantena]]> Marzo 2020. Un mese che ha segnato la storia recente del nostro paese. L’Italia si ferma, stretta nella morsa di un nemico invisibile chiamato Covid-19. L’emergenza Coronavirus cambia completamente la vita di ognuno di noi e lo scorrere del tempo quotidiano da frenetico muta in lento ed inesorabile. Questo contesto così difficile fa da cornice al progetto fotografico “Come i rami di un albero”. 100 scatti, 100 italiani, un’unica piattaforma: Skype. Proprio attraverso questo mezzo di comunicazione online, il fotoreporter messinese Davide Bertuccio ha voluto dare testimonianza della quotidianità italiana al tempo del Covid-19. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare la sua esperienza.

Come è stato vivere in piena zona rossa per te che abiti a Milano?

“Molto strano. Fin da subito si è capita la gravità della situazione. Mi ricordo che i primi giorni a Milano si avvertiva, per le strade, una sensazione di paura anche solo nel respirare. Non sono stati momenti facili da superare.”

Da dove nasce l’idea di questo nuovo progetto?

“L’idea nasce ad inizio quarantena durante una delle tante videochiamate con gli amici. Per scherzo un’amica mi ha chiesto di fotografarci tutti online su Skype. Da lì ho iniziato a ragionarci nei giorni successivi, pensando al potere della fotografia nel raccontare storie anche da casa. Per me è stato davvero inusuale perché sono abituato a viaggiare, incontrare le persone, intervistarle e poi fotografarle.”

“Come i rami di un albero”, perché hai scelto questo nome?

“Il titolo è nato quasi naturalmente. Io ho vissuto chiuso in casa da solo ed ho sentito la mancanza del verde, degli odori e dei suoni della natura. Da qui ho immaginato me stesso come il tronco di un albero e poi i rami rappresentano tutte le storie racchiuse nelle cento fotografie. Il tutto fatto dalla mia cucina attraverso gli screen delle conversazioni online su Skype.”

Come affronta la vita un fotografo chiuso in casa?

“Davvero pesante dover rimanere confinato e sentirsi privato della propria libertà sia fisica che artistica. Poi per me che sono un animale sociale è stato davvero difficile affrontare questi mesi da solo. Mi è mancato il contatto umano, vivere le persone giornalmente. Le sole videochiamate online non bastavano assolutamente.”

Cosa ti ha colpito della vita degli italiani in quarantena?

“La resilienza degli italiani, quella forza di andare avanti ogni giorno. La cosa più bella è stata la partecipazione di tutti a questo progetto con entusiasmo. Non è stato difficile trovare cento persone e, tra queste, c’erano anche diversi sportivi come Sergio Scariolo vice allenatore dei Toronto Raptors in NBA. Tutti accomunati dal dover rimanere chiusi in casa, ma li ho trovati tutti propositivi nel voler andare avanti ed uscire dall’emergenza. Abbiamo tutti remato nella stessa direzione e questo, per me, significa essere una nazione unita.”

Si è parlato molto di smart working, credi che il mondo cambierà dopo questa emergenza?

“Considero utopistica l’idea che il mondo cambi specialmente dal punto di vista umano. Per quanto riguarda lo smart working è stato un bene per molte aziende ma anche per molti lavoratori. Lo considero un cambiamento positivo nel breve periodo poi, alla lunga, si ritornerà alla normalità di un tempo.”

Quali sono i tuoi progetti futuri?

“Al momento ne ho alcuni ma sono ancora in fase embrionale. Nell’immediato devo completare un lavoro che avevo iniziato prima della quarantena. Racconterò la vita di un personaggio che è stato presentatore Rai e che si è saputo reinventare tante volte nel corso del tempo. Una storia che si basa sulla voglia di non mollare mai. Durante la quarantena ho realizzato anche un altro lavoro su un matrimonio ai tempi del Coronavirus.”

Hai in cantiere nuovi lavori su Messina quando ritornerai in riva allo Stretto?

“Ancora non so quando tornerò a casa sia per motivi lavorativi sia per il consueto boom dei prezzi. Adesso mi dedicherò a ripartire a pieno regime con il lavoro e spero di poter passare, come ogni anno, una parte della mia estate a Messina. L’anno scorso ho realizzato un lavoro sulla presenza delle microplastiche nelle acque dello Stretto; sicuramente, nel bene o nel male, racconterò qualche altra storia della mia città.”

Ernesto Francia


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Fri, 19 Jun 2020 10:49:57 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1191/1/-come-i-rami-di-un-albero-davide-bertuccio-fotografa-la-vita-degli-italiani-in-quarantena
La paura al tempo del Covid: tra disinformazione, fake news ed abuso dei social. https://www.mutualpass.it/post/1193/1/la-paura-al-tempo-del-covid-tra-disinformazione-fake-news-ed-abuso-dei-social https://www.mutualpass.it/post/1193/1/la-paura-al-tempo-del-covid-tra-disinformazione-fake-news-ed-abuso-dei-social]]> “Il virus non esiste. Le morti sono causate dalle onde del 5G che ci sta bruciando piano piano. Il Covid-19 è stato creato in laboratorio dai cinesi per attaccare gli Stati Uniti. L’Europa vuole distruggere l’Italia come la Grecia.”

Potrei continuare senza sosta, riempiendo pagine riguardanti gli slogan di questi mesi d’emergenza. Teorie, studi, rivelazione, complottismi: nel periodo di lockdown tutto fa notizia, tutto diventa “virale”.

Sembra un gioco di parole ma è così: la disinformazione a mezzo social si è diffusa molto più velocemente del Covid stesso. Ma le fake news non sono il reale problema della nostra quotidianità. Ciò che, invece, bisogna tenere sotto controllo è la paura che si innesca nella popolazione. E se, da una parte, ogni giorno conviviamo con diverse forme di paura, dall’altra adesso siamo di fronte ad un fenomeno oscuro che ha avvolto tutto il mondo. Il Covid-19 non ce l’avrebbe fatta da solo, aveva bisogno di “alleati” ben più forti ed organizzati; ed è qui che entrano in gioco i mezzi di comunicazione, i media e, soprattutto, i social network. Prima di addentrarci nell’argomento di oggi, però, è bene fare una precisazione scontata ma anche necessaria: le teorie complottistiche le consideriamo la più alta forma di fake news.

Chiarito questo è palese che questi mesi hanno rappresentato un momento storico unico nella vita dell’uomo. In un’epoca altamente globale, il Covid-19 ha unito veramente tutti i continenti stringendoli in una condizione di incertezza e paura. Sentimenti che albergano nell’animo umano da sempre e che condizionano, inevitabilmente, la vita di tutti i giorni. Ed è proprio nelle debolezze umane che si insinuano coloro che vogliono creare il caos. Quest’ultimo è un elemento che non deve essere necessariamente considerato dal punto di vista negativo. Se da una parte, infatti, il Covid è diventato strumento per creare paura e terrore, dall’altra è stata l’occasione per provare a ricostruire dei nuovi sistemi. Potremo giungere a delle conclusioni definitive solo in futuro, osservando la ripresa costante post emergenza. Ciò che, invece, è di interesse quotidiano riguarda la condizione della popolazione.

Convivere con un nemico invisibile, ha creato le condizioni ideali per catturare l’attenzione generale. In un clima così teso e difficile, i mass media hanno giocato un ruolo fondamentale. Al pari delle istituzioni, infatti, gli organi di informazione avevano una responsabilità massima nei confronti dei cittadini. Purtroppo una situazione così straordinaria e storica non è stata gestita al meglio. Basti pensare alle conferenze giornaliere riguardati il Covid in Italia. Col passare dei giorni, il tutto si è ridotto ad un lungo elenco di numeri nel quale si è persa ogni forma di umanità. La vita umana ridotta ad un semplice dato numerico privo di ogni forma di dignità. A tutto questo vanno aggiunte le foto ed i video che sui social network hanno cominciato a diffondersi in maniera incontrollata.

In principio furono le note vocali su whatsapp che descrivevano gli ospedali del nord Italia come campi di battaglia in stile guerra del Vietnam. Poi arrivarono le foto delle bare di ogni genere da Bergamo alle fosse comuni di New York. Infine i video che hanno dato il colpo di grazia. In questo senso ne abbiamo di tutti i gusti: dai farmaci miracolosi contro il Covid, ai laboratori cinesi passando alle liti in treno per le mascherine di qualche giorno fa. Proprio quest’ultimo esempio rappresenta pienamente il cittadino medio che esce da questa emergenza. Un essere umano svuotato di ogni forma d’umanità, aggressivo e totalmente controllato dalla paura e dall’isterismo.

E’ chiaro che non è una condizione generale comune a tutti, ma è necessario intervenire e non voltarsi dall’altro lato. Oggi, più che mai, la popolazione ha bisogno di certezze. Per questo i mezzi di comunicazione diventano fondamentali ed hanno l’obbligo di assumersi questa responsabilità. Purtroppo sta anche al singolo cittadino decidere di informarsi, riuscendo a superare quel limbo di mediocrità che il lockdown ha aiutato. La disinformazione e le fake news continueranno a circolare, questo è un dato assodato. Tuttavia è proprio in questo momento di grave svantaggio, che i mezzi di comunicazione veri devono scendere in campo in maniera netta ed inequivocabile.

In un periodo storico nel quale un click vale più di una grande verità, l’uomo ha veramente bisogno di un sostegno a 360°. Il rischio concreto è che la situazione sfugga completamente di mano ed, allora, non sarà colpa del Covid ma di noi stessi. La paura ci accompagnerà sempre nelle nostre vite: sta a noi decidere se dominarla o farci dominare.


Ernesto Francia

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Thu, 18 Jun 2020 10:33:51 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1193/1/la-paura-al-tempo-del-covid-tra-disinformazione-fake-news-ed-abuso-dei-social
Preservativi per l’influenza https://www.mutualpass.it/post/1173/1/preservativi-per-l-influenza https://www.mutualpass.it/post/1173/1/preservativi-per-l-influenza]]> Preservativi contro il raffreddore!

di Enzo Caruso

 

Se qualcuno, nel leggere il titolo, ha pensato ai profilattici come rimedio per i mali stagionali, è stato certamente tratto in inganno da una delle tante pubblicità che riempivano le pagine della Gazzetta di Messina e delle Calabrie nel tardo Ottocento.

La reclame del 1889, richiamata nel titolo, è riferita infatti al verbo “preservare”, nel senso che assumendo le “famose” pillole della Catramina Benelli, era possibile preservarsi dal raffreddore. Le pillole, a base di un olio vegetale, simile come aspetto al catrame, erano prodotte dalla società farmaceutica A. Bertelli & Co., fondata a Milano nel 1888 dal chimico bresciano Achille Bertelli (1855 - 1925).

Eccone le scheda:

DenominazionePillole di Catramina dolcificate

Indicazioni: raccomandate nella cura della tosse, raffreddore, bronchite e nelle affezioni catarrali.

Composizione (una pillola):

Catramina (olio di catrame) gr. 0,00088

Estratto Belladonna gr. 0,00060

Estratto Ipecaquana F.U. gr. 0,00190

Estratto Piligala idro-alcool. gr. 0,00462

Estratto Lactuca virosa gr. 0,02200

Miele Centrifugato gr. 0,03600

Zucchero di latte gr. 0,28700

Produttore: Società Anonima di Prodotti Chimico-Farmaceutici A. Bertelli & C. – Milano

Confezionescatola di latta

ScatolificioStab. G. Casanova – S.P. D’Arena

 

Ed ecco la pubblicità della cura e dell’uso delle pasticche (preservativi) apparsa sulla Gazzetta:

Cura. Se siete già presi dall’influenza fate seguire ad un buon purgante replicatre dosi di un potente febbrifugo (bisolfato di chinino, antipirina, antifebbrina, e..); calmata la febbre e il dolor di capo, completate la cura col prendere parecchie volte al giorno una pillola di Catramina Bertelli che preserva dal catarro o lo toglierà  in breve risparmiandovi una ricaduta od una più grave malattia polmonare o bronchiale.

Preservativi. Se avete la fortuna di essere immuni dall’influenza, usate invece di un potente antisettico-anticatarrale che vi preserverà dalla malattia o quanto meno ne mitigherà di molto la forza quando il germe dell’infezione serpeggi già nel vostro sangue. Il solo antisettico-anticatarrale che il nostro stomaco possa tollerare, lo abbiamo ancora nelle pillole di Catramina Bertelli. Una di queste pillole, lasciata sciogliere in bocca o anche solo ingoiata, presa parecchie volte al giorno, risponde perfettamente allo scopo come la pratica ha già dimostrato.

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Mon, 15 Jun 2020 09:52:32 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1173/1/preservativi-per-l-influenza
Stoner - John Williams https://www.mutualpass.it/post/1190/1/stoner-john-williams https://www.mutualpass.it/post/1190/1/stoner-john-williams]]> Quando qualche settimana fa ho letto sull’account Instagram della Fazi Editore che a breve scadranno i diritti di Stoner e che i proprietari hanno deciso di rivenderli a un’altra casa editrice mi è venuta una stretta al cuore.

Pubblicato nel 1965 Stoner di John Williams per molti anni passa inosservato finché nel 2003 la New York Review Books decide di ristamparlo. In breve tempo il romanzo diviene un fenomeno letterario, vendendo più di 50.000 copie e suscitando l’interesse delle case editrici d’oltreoceano. Nel 2012 la Fazi pubblica l’iconica edizione tradotta da Stefano Tummolini bissando il successo americano grazie all’operato dei librai, alle ottime recensioni e al passaparola dei lettori.

Il romanzo narra della storia di William Stoner, un professore di letteratura inglese dell’Università del Missouri. Apparentemente la sua vita monotona non sembra interessante, ma non è affatto così.

Cresciuto in una povera famiglia di agricoltori Stoner inizialmente si trasferisce a Columbia (Missouri) per laurearsi in Agricoltura, ma il corso di letteratura inglese tenuto dal professore Sloane si rivelerà per il giovane studente una rivelazione sulla via di Damasco. In particolare la lezione sul sonetto n. 73 di William Shakespeare convincerà il protagonista a cambiare il piano di studio. Stoner trascorrerà così i suoi anni universitari a comprendere le opere letterarie dei più grandi scrittori inglesi, approfondendo con interesse la letteratura inglese medievale e rinascimentale.

Dopo la laurea William Stoner si renderà conto che per lui la vita sarà tutta in salita e nonostante tutto, parafrasando il drammaturgo francese Racine, si consacrerà ciecamente al proprio destino. Stoner perderà uno dei suoi migliori amici nella Grande Guerra, sposerà Edith con cui avrà una bambina ma che le renderà la vita un inferno e la sua carriera accademica verrà ostacolata dal collega Hollis Lomax, un professore dalla gobba prominente esperto di letteratura inglese del XIX secolo che in seguito diventerà capo del dipartimento. Soltanto a quarant’anni Stoner conoscerà l’amore grazie alla breve relazione con la giovane insegnante Katherine Driscoll.

Alla fine della sua vita William Stoner comprenderà di essere un fallito, ma al momento della morte rivelerà al lettore delle verità che testimoniano tutta la sua grandezza intellettuale.

Con Stoner John Williams ha dimostrato di essere uno dei grandi della letteratura americana perché, fattore non scontato, è riuscito a trasformare la vita monotona di un professore frustrato in una storia appassionante che, grazie a una scrittura scorrevole, avvolgente e mai banale, riesce a incollare il lettore fino all’ultima pagina.

Stoner è uno di quei libri che quando lo si regala a qualcuno si può star tranquilli che non si farà una brutta figura. Quando lo scrisse penso che John Williams fosse in stato di grazia, una condizione ideale che non capita a tutti gli scrittori e che quando succede ha il sapore di un’epifania joyciana.


Roberto Cavallaro                  

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Wed, 10 Jun 2020 16:55:27 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1190/1/stoner-john-williams
Da scelta irresponsabile ad unica cura sociale: quando il calcio incontra il Covid https://www.mutualpass.it/post/1189/1/da-scelta-irresponsabile-ad-unica-cura-sociale-quando-il-calcio-incontra-il-covid https://www.mutualpass.it/post/1189/1/da-scelta-irresponsabile-ad-unica-cura-sociale-quando-il-calcio-incontra-il-covid]]> “The show must go on” cantavano i Queen. Era il 1991 ed il singolo sarebbe diventato, in breve tempo, l’ennesimo successo mondiale per lo straordinario gruppo britannico. Oggi, a quasi trent’anni di distanza, il titolo è entrato di diritto anche nel linguaggio comune italiano.

Uno slogan simbolico che ha assunto i connotati di un vero e proprio invito ad andare avanti: in qualsiasi situazione, qualunque cosa accada. Ma cosa c’entrano i Queen in questo atipico mese di giugno 2020? Apparentemente niente o, forse, tutto per coloro che hanno consumato Spotify con le loro canzoni durante il lockdown. Ci perdonerà, quindi, Freddie Mercury se anche noi prendiamo in prestito il titolo della canzone per parlare di un argomento assolutamente centrale durante questi mesi.

Oggi tratteremo di sport e, per essere più specifici, di calcio. Attenzione, però, il nostro occhio non sarà puntato su un prato verde o su un pallone che rotola. Quando siamo prossimi, infatti, alla ripresa del calcio nel nostro paese è assolutamente necessaria un’analisi di ciò che è successo in questi mesi. Non ci dilungheremo in trattazioni economiche, mediche o sanitarie, ma partiremo da un concetto basilare: il calcio è una delle colonne portanti della società ed economia italiana. Che non sia solo un semplice sport, è ormai assodato. Il tifo, la passione e l’amore per il pallone trascina milioni di persone, tuttavia deve essere ben chiaro anche il contributo economico che questo sport produce.

Prima di addentrarci nell’argomento, però, chiariamo subito che le polemiche sullo stipendio di Cristiano Ronaldo o sui canoni mensili delle tv satellitari fanno parte dei discorsi da bar che poco ci interessano. Piuttosto è importante sottolineare come, al pari di tutti gli ambiti lavorativi, l’emergenza Coronavirus abbia messo in ginocchio un numero rilevante di famiglie che vivono con il calcio. Il volume economico d’affari della Serie A non deve offuscare la vista sulle categorie minori dove, chiaramente, non esistono stipendi milionari. Per tale motivo, il calcio va considerato al pari degli altri ambiti lavorativi senza la consueta superficialità che, molte volte, offusca la vista. Fatta questa precisazione necessaria, quale è stato il rapporto tra calcio e Covid in questi mesi? La risposta è abbastanza chiara e netta: conflittuale con picchi d’amore e strascichi d’odio.

Durante il periodo più difficile dell’emergenza, infatti, il mondo del pallone era stato additato come causa di migliaia di contagi. Come un novello “untore” di manzoniana memoria, gli interessi economici del calcio erano stati considerati causa del diffondersi del virus. In particolare ci riferiamo alle partite Valencia – Atalanta e Liverpool – Atletico Madrid, considerate dall’opinione pubblica delle vere e proprie “bombe batteriologiche”. Da qui le accuse, l’indignazione e la voglia di bannare il termine “calcio” da qualsiasi discorso. Col passare delle settimane, però, il punto di vista è notevolmente cambiato. Il mondo del calcio, nella gran parte dei paesi europei, ha contribuito in maniera decisa alla lotta contro il Covid – 19 ponendosi sempre in prima linea.

Lo hanno fatto le leghe, lo hanno fatto le società fino ai singoli calciatori. E così, mentre la linea dei contagi calava vistosamente, il calcio da nemico pubblico tornava ad essere un bene necessario. I sentimenti di odio si sono trasformati, gradualmente, in nostalgia per quello sport così amato. In principio fu la Germania, seguita da Portogallo, Spagna, Inghilterra ed Italia: l’Europa rivuole il calcio e si è messa in moto per farlo ripartire. Il tutto mentre la Francia si mangia le mani per aver dichiarato i campionati ufficialmente chiusi con largo anticipo. Se prima, quindi, il solo parlare di calcio era considerato blasfemo, adesso è argomento principale. Da “scelta irresponsabile” si è passati a “cura sociale”, un sollievo psicologico per tutta la popolazione dopo le difficoltà degli ultimi mesi. Chiaramente gli interessi economici hanno avuto un peso rilevante in vista della ripresa, tuttavia la sfera sentimentale ha innescato quella molla decisiva. In questo contesto così articolato e complesso, ci siamo noi semplici cittadini e grandi amanti di questo sport. Il futuro prossimo ci mette paura e sono tanti i dubbi e gli interrogativi.

Noi, però, abbiamo l’obbligo di ripartire: il percorso sarà lungo e tortuoso, ma un goal potrebbe anche darci ulteriore spinta.


Ernesto Francia

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Wed, 10 Jun 2020 09:32:24 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1189/1/da-scelta-irresponsabile-ad-unica-cura-sociale-quando-il-calcio-incontra-il-covid
Il mese della Tiroide https://www.mutualpass.it/post/1188/1/il-mese-della-tiroide https://www.mutualpass.it/post/1188/1/il-mese-della-tiroide]]> MutualPass, con la collaborazione della dott.ssa Rosaria Certo, propone l'iniziativa "Prenditi cura di te: La Tiroide", valida fino al 30 Giugno 2020, con un pacchetto di prevenzione dal costo di € 60 che comprende un prelievo ematico per il controllo di FT4, TSH, ABTPO una visita specialistica endocrinologica e un’ecografia tiroidea.

Per aderire all’iniziativa puoi scaricare il voucher e presentarti direttamente (previa prenotazione) presso lo studio MutualPass – Medika (090 2927843 - Via Maddalena, 24) o presso lo studio Certo (090 2924160 - Via Trento, 6), puoi contattaci al numero verde 800 090 134 o tramite la nostra email info@emovus.it


La tiroide è una piccola ghiandola con una forma simile ad una farfalla localizzata nella parte anteriore del collo deputata alla produzione di ormoni che svolgono un ruolo molto importante nel mantenimento del benessere del nostro organismo.        

La tiroide è responsabile di numerosi processi fisiologici quali  il corretto sviluppo del sistema nervoso, sia durante la vita embrionale che neonatale, l’accrescimento corporeo, la frequenza del battito cardiaco, la regolazione della temperatura corporea, lo sviluppo della muscolatura.


Diagnosi delle malattie tiroidee
Il primo “step” è rappresentato dalla raccolta dei dati anamnestici e dall’esame clinico. Lo specialista, dopo aver indagato sull’eventuale presenza di familiarità per malattie delle tiroide e aver raccolto i dati anamnestici, effettua la palpazione del collo che consente con semplici manovre nella parte anteriore del collo di identificare eventuali anomalie strutturali della ghiandola analizzando infatti il volume, la consistenza e l’eventuale presenza di noduli “clinicamente apprezzabili". La visita si completa con il rilievo di parametri quali l’indice di Massa corporea, la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, lo studio dei riflessi osteotendinei e la ricerca di segni clinici suggestivi (es: ricerca dei tremori a mani protese).          

L’ecografia tiroidea, per l’immediatezza delle informazioni che fornisce , costituisce un utilissimo complemento all’esame clinico. E’ una metodica basata sull’utilizzo di ultrasuoni, rapida, non invasiva, che non espone il paziente al rischio di radiazioni, e consente di valutare le dimensioni, la struttura, la vascolarizzazione della ghiandola e la presenza di noduli piccolissimi (pochi millimetri), permettendo inoltre la selezione dei noduli da sottoporre ad agoaspirato in quanto presentano delle caratteristiche strutturali ( es: microcalcificazioni, margini irregolari, marcata ipoecogenicità ) che li rendono meritevoli di approfondimento diagnostico.

L’esame dell’ecostruttura tiroidea dà informazioni inoltre sull’eventuale presenza di tireopatia autoimmune; l’operatore ,infatti, di frequente riscontra una marcata disomogeneità della ghiandola con “aspetto a pelle di leopardo” suggestiva per tiroidite cronica autoimmune; altresì lo spiccato aumento della vascolarizzazione della ghiandola con il quadro di “inferno tiroideo” è tipico di malattie autommuni della tiroide associate ad iperfunzione della ghiandola (Morbo di Basedow).
Un ruolo principe nell’approccio alle malattie della tiroide, oltre all’esame clinico ed all’ecografia, è svolto dal laboratorio.  I dosaggi ormonali  (TSH,FT4,FT3) ottenuti con un semplice esame del sangue forniscono preziose  ed insostituibili informazioni sul funzionamento di questa importantissima ghiandola.         

L’ormone tireostimolante (TSH), ormone prodotto dall’ipofisi, una ghiandola endocrina posta alla base dell’encefalo, regola  la funzionalità della ghiandola attraverso precisi meccanismi di regolazione; se i livelli di ormoni tiroidei circolanti sono bassi, l’ipofisi produrrà maggiore quantità di TSH al fine di stimolare la tiroide a produrre più ormoni, mentre nella condizione opposta il TSH risulterà soppresso. In laboratorio possiamo inoltre ottenere la ricerca degli anticorpi anti-tiroide (abTg,abTPO e Trab) fondamentali per la caratterizzazione delle malattie tiroidee autoimmuni.

 

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Mon, 8 Jun 2020 09:42:10 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1188/1/il-mese-della-tiroide
5 Giugno 2020 - Giornata Mondiale dell’Ambiente https://www.mutualpass.it/post/1187/1/5-giugno-2020-giornata-mondiale-dell-ambiente https://www.mutualpass.it/post/1187/1/5-giugno-2020-giornata-mondiale-dell-ambiente]]> Il 5 Giugno di ogni anno, si festeggia la Giornata Mondiale dell'Ambiente, istituita delle Nazioni Unite per incoraggiare la consapevolezza e l'azione a livello mondiale per proteggere il nostro ambiente.

Dal 1974 l'evento è cresciuto fino a raggiungere una proporzione globale, celebrato in oltre 140 paesi. Questa giornata è considerata una ricorrenza dedicata ad ogni essere umano, così da far sentire ciascuno partecipe della Salute della nostra Terra.

Il tema di ogni Giornata mondiale dell'ambiente è organizzata attorno ad una problematica che richiama l'attenzione su una preoccupazione ambientale particolarmente urgente. Il tema per il 2020 è "Biodiversità".

Gli eventi recenti, dagli incendi boschivi in ​​Brasile, negli Stati Uniti e in Australia alle infestazioni di locuste in tutta l'Africa orientale e ora, una pandemia globale, dimostrano l'interdipendenza tra gli esseri umani e le reti della vita in cui essi esistono.

La biodiversità è la base che sostiene tutta la vita sulla terra e sott'acqua. Colpisce ogni aspetto della salute umana, fornendo aria e acqua pulite, cibi nutrienti, conoscenze scientifiche e fonti di medicina, resistenza naturale alle malattie e mitigazione dei cambiamenti climatici. La modifica o la rimozione di un elemento di questa rete influisce sull'intero sistema di vita e può produrre conseguenze negative.

Le azioni umane, tra cui la deforestazione, l'invasione degli habitat della fauna selvatica, l'intensificazione dell'agricoltura e l'accelerazione dei cambiamenti climatici, hanno spinto la natura oltre il suo limite. Procedendo su questa strada, la perdita di biodiversità avrà gravi implicazioni per l'umanità, incluso il collasso dei sistemi alimentari e sanitari.

L' emergere di COVID-19 ha sottolineato il fatto che, quando distruggiamo la biodiversità, distruggiamo il sistema che supporta la vita umana. Oggi si stima che, a livello globale, circa un miliardo di casi di malattia e milioni di morti si verificano ogni anno a causa di malattie causate da coronavirus; e circa il 75% di tutte le malattie infettive emergenti nell'uomo sono zoonotiche, cioè trasmesse alle persone dagli animali.


Medika - la Card della Salute

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Thu, 4 Jun 2020 12:34:06 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1187/1/5-giugno-2020-giornata-mondiale-dell-ambiente
Dalla Peste al Covid – 19: Le Pandemie che hanno cambiato la storia dell’uomo https://www.mutualpass.it/post/1186/1/dalla-peste-al-covid-&8211-19-le-pandemie-che-hanno-cambiato-la-storia-dell-uomo https://www.mutualpass.it/post/1186/1/dalla-peste-al-covid-&8211-19-le-pandemie-che-hanno-cambiato-la-storia-dell-uomo]]> L’ignoto, l’incertezza, la paura di un qualcosa che non si conosce. Elementi questi che hanno caratterizzato, dall’alba dei tempi, la vita dell’uomo. In questo contesto ricco di interrogativi, le malattie si sono sempre ritagliate uno spazio importante nel pensiero umano.

Non potrebbe essere altrimenti nel momento in cui viene messa a repentaglio l’esistenza umana stessa. Ma ciò che fa più paura non è la morte, bensì la contagiosità di una malattia. Quel pericolo costante ed invisibile che può mettere in ginocchio un’intera comunità e che abbiamo imparato a conoscere come “pandemie”. Si sono evolute, di pari passo con l’uomo, ed hanno influenzato in maniera decisiva la storia più di qualsiasi altro elemento. Un qualcosa che, nella nostra quotidianità, è sempre rimasto marginale; utile per studiare la storia del passato o per ricordare alcuni periodi storici.

Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che pochi mesi fa, nel novembre 2019, si sarebbe potuta scatenare una pandemia che avrebbe messo sotto scacco l’intero globo terrestre. Ed è proprio questa la caratteristica principale che pone il Covid – 19 in una posizione di supremazia rispetto alle altre pandemie. Non il numero di morti e contagiati, ma la forza di mettere in ginocchio tutto il mondo in una condizione di lockdown totale.

Gli ultimi dati, infatti, parlano di 6 milioni di casi e di oltre 365 mila morti che pongono il Coronavirus solo al venticinquesimo posto nella classifica delle pandemie di tutti i tempi. Ma se, da una parte, il mondo fa i conti con una nuova crisi economica mai affrontata prima, dall’altra proprio la chiusura totale ha impedito il diffondersi del virus con annesso aumento dei morti. In un momento storico così difficile e con poche certezze, si cerca sempre un colpevole di un tale disastro. Dai mercati cinesi senza condizioni igieniche alle sperimentazioni in laboratorio passando per le onde 5G ed il nuovo ordine mondiale; non è il momento di affrontare questo uragano di emozioni tra fake news, falsa informazione e complottismo.

Oggi costruiremo un percorso nel corso dei secoli che ci accompagnerà a conoscere il rapporto stretto tra pandemie ed evoluzione umana. Se, infatti, il tasso di mortalità del Covid – 19 è pari allo 0,002%, ci sono stati momenti storici nel quale si è superato il 40%. Dati estremamente diversi ma che mettono in luce come la malattia sia sempre stata parte integrante della vita umana. Nell’immaginario collettivo, poi, c’è una pandemia che conoscono tutti: la peste. Quest’ultima è senza dubbio la malattia che ha influenzato maggiormente la storia, caratterizzandola nel corso dei secoli.

Secondo le fonti storiche e gli studi approfonditi in merito, la peste nera del XIV secolo ha raggiunto un tasso di mortalità pari al 42% con un numero di vittime calcolabile tra i 25 ed i 100 milioni. Una vera ecatombe durata oltre sette anni e che ha segnato uno spartiacque vero e proprio durante il Medioevo. Sono numeri pesanti se paragonati alla popolazione di quel periodo che non raggiungeva di certo i 7,7 miliardi di oggi. Sempre su questa lunghezza d’onda vanno citate la peste d’Atene che causò quasi 100 mila morti tra cui Pericle; la peste di Giustiniano (541-542) e la peste Antonina (165-180) che, oltre a milioni di morti, diedero un colpo letale all’impero romano d’Occidente e d’Oriente.

Ma se pensate che la peste sia un’entità, ormai, molto lontana da noi basta andare avanti nel corso dei secoli. Nel Cinquecento, entrò in gioco il vaiolo che aiutò in maniera sensibile i Conquistadores spagnoli nella colonizzazione dell’America Centrale. Un’arma batteriologica ante litteram che, al pari dei cannoni, uccise oltre 3 milioni di indigeni americani. Tanto “cara” a noi italiani, invece, c’è la Peste italiana del Seicento raccontata da Manzoni nei “Promessi Sposi”. In epoca più recente arriviamo al colera, che perdurò per tanti anni a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, e la famosissima Influenza Spagnola.

Senza dubbio, durante questi mesi di lotta contro il Covid – 19, i paragoni si sono sprecati. Tuttavia le differenze sono molteplici e sensibili. A partire dal numero delle vittime calcolabile tra i 50 ed i 100 milioni di morti che collocano la Spagnola al quinto posto tra le pandemie più gravi della storia. Un tasso di mortalità del 2,73% a livello mondiale che, a partire dal 1918, causò più morti della Prima guerra mondiale appena conclusa. Proprio gli strascichi del conflitto ed il gran numero di spostamenti tra truppe e popolazioni aiutò notevolmente il diffondersi del virus. Un pandemia che sconvolse l’economia mondiale, già notevolmente indebolita dalla guerra, e che causò un terremoto demografico. Una crisi totale che, come dimostrato dagli eventi seguenti, spianò la strada a vuoti di potere in Europa ed all’avanzare dei nuovi regimi dittatoriali. Una pandemia, quindi, che ha influenzato le radici della nostra storia contemporanea e della nostra quotidianità. Adesso è tempo di guardare al futuro e di ricostruire sulle macerie post Covid -19. Una cosa, però, dobbiamo sempre ricordarla: il passato è fonte inesauribile di risposte.


Ernesto Francia

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Wed, 3 Jun 2020 11:45:43 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1186/1/dalla-peste-al-covid-&8211-19-le-pandemie-che-hanno-cambiato-la-storia-dell-uomo
Letteratura e parole chiave del Coronavirus https://www.mutualpass.it/post/1185/1/letteratura-e-parole-chiave-del-coronavirus https://www.mutualpass.it/post/1185/1/letteratura-e-parole-chiave-del-coronavirus]]> In questi mesi di emergenza sanitaria il mondo della cultura ha evidenziato le opere letterarie più idonee a comprendere la pandemia. Se prendiamo però in considerazione le parole chiave del Coronavirus possiamo scoprire delle letture apparentemente incongruenti, ma che in realtà ci illuminano molto su questo periodo difficile che tutti noi stiamo vivendo.

Con questo articolo menzionerò alcuni libri tra classici e contemporanei in cui risaltano le parole che più sono rimbalzate nei mass media in questi mesi.

Certamente tra i romanzi che ci permettono di comprendere meglio l’attuale pandemia non si può non menzionare La peste di Albert Camus in cui la città algerina di Orano è colpita dalla malattia infettiva che dà il titolo al romanzo la quale, a causa della diffusione del contagio, si diffonde a ritmo vertiginoso per tutta la città dando luogo a una pandemia vissuta dai personaggi in tutta la sua assurdità. Il flagello è in Camus la metafora della guerra e dell’ideologia nazifascista e la battaglia al Coronavirus è stata paragonata dall’opinione pubblica alla Seconda Guerra Mondiale per via del numero dei morti e del dissesto delle economie degli Stati coinvolti nella lotta contro un nemico assoluto. Nel romanzo i medici sono definiti degli eroi dalla popolazione ma il dottor Bernard Rieux, il protagonista, non si definisce tale perché sta semplicemente svolgendo il suo dovere. Rieux è il medico dei poveri che quando scoppia la peste si dedica anima e corpo alla cura degli altri e al benessere della collettività anche a discapito della vita privata. È un personaggio positivo, uno dei migliori della letteratura di tutti i tempi, perché incarna quell’ideale d’umanità in cui la solidarietà e l’onestà prevalgono sugli interessi privati e sulla felicità personale. Critica aspramente Padre Paneloup, perché definendo la peste come castigo divino non fa altro che favorire la superstizione e la paura nella popolazione, e si scaglia contro il linguaggio burocratico che considera le vittime in termini di numeri senza alcuna considerazione della vita umana.

Un altro romanzo a cui si è fatto molto riferimento in questi mesi è I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Ben noti sono i capitoli dedicati alla peste e in particolare nel capitolo XXXIV, che tratta dell’ingresso di Renzo a Milano, risaltano parole chiave come distanziamento sociale e rischio. Nel suo cammino lungo le strade della città meneghina il protagonista incontra una serie di personaggi a cui chiede le indicazioni per raggiungere la casa di don Ferrante. Non sempre questi incontri vanno a buon fine ma in tutti, come quelli con la guardia e con il prete, Renzo è tenuto a chiedere informazioni rispettando una certa distanza dall’interlocutore. Ad esempio quando Renzo incontra il prete questi gli fa capire che è disposto ad ascoltarlo purché rispetti il distanziamento sociale e per rendere il messaggio chiaro punta a terra il bastone per indicargli la distanza minima a cui deve attenersi. Nel capitolo il protagonista si rivelerà capace di gesti altruisti, come quando si priva del pane per donarlo alla donna rinchiusa in casa per aver perso il marito a causa della peste; tuttavia la paura del contagio è tale che c’è chi, come il passante e la donna incrociata davanti al palazzo di don Ferrante, lo prende per un untore. Le urla della donna faranno avvicinare un gruppo di facinorosi e Renzo per non finire linciato salterà sul carro funebre condotto dai monatti che lo condurrà al lazzaretto dove incontrerà la sua Lucia.

Parole chiave come virus, salute e quarantena le ritroviamo invece nel romanzo Cecità di José Saramago, in cui in un tempo e un luogo indefiniti gli esseri umani sono stati colpiti da un’epidemia insolita che li ha resi ciechi. I malati presentano una sintomatologia particolare: la loro vista è avvolta da una nube lattiginosa che scatena reazioni psicologiche incontrollabili da cui scaturiscono azioni di una violenza che supera ogni immaginazione. Drammatici sono gli effetti sulla convivenza sociale perché gli uomini affetti dal morbo non provano pietà e sono mossi esclusivamente dall’istinto di sopravvivenza. Tuttavia non bisogna disperare perché nell’uomo c’è uno spiraglio di luce che aspetta soltanto di emergere.

L’accelerazione del contagio epidemico possiamo rintracciarla in La peste scarlatta di Jack London. In questo romanzo distopico la razza umana è stata annientata da un’epidemia che si è diffusa nel pianeta Terra nel 2013 quando la società era governata dal Consiglio dei Magnati. Sessant’anni dopo un vecchio professore universitario si troverà a raccontare a dei ragazzi selvaggi, seduti attorno al fuoco, come l’epidemia abbia ripiombato l’umanità a un stato di crudeltà e barbarie tali da aver posto fine alla civiltà umana.

Il saggio Spillover. L’evoluzione delle pandemie del divulgatore scientifico inglese David Quammen ha colto in anticipo rispetto ai tempi le cause e le modalità di diffusione di un virus mortale per l’uomo quale il Coronavirus. Nel saggio Quammen tratta del salto di specie, spillover, come modalità di trasmissione del virus dagli animali all’uomo generando pandemie. Senza dubbio il libro del momento che ci permette di comprendere al meglio l’origine e l’evoluzione delle pandemie.

Nel saggio di Quammen una delle cause delle pandemie deve essere rintracciata nel cambiamento climatico, parola chiave che ha dato spunto a romanzi distopici a sfondo ecologista come Sfacelo di René Barjavel, padre del fantasy e della fantascienza francese, e Il mondo sommerso di J.G. Ballard.

Quest’ultimo riesce a descrivere questi tempi di emergenza sanitaria soprattutto con il romanzo-saggio La mostra delle atrocità in cui si esprime la deriva e l’infodemia determinata dalla ripetizione in serie e la fusione di immagini contrastanti – come le esplosioni delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, il luna park parigino amato dai surrealisti o ancora le morti di Marylin Monroe e di Kennedy e il volto disteso di Jackie Kennedy – che appaiono nei quadri, nei manifesti o negli schermi,  determinando nei pazienti della clinica psichiatrica in cui ogni anno si svolge la mostra uno sconvolgimento sismico tale da determinare una rottura tra il paesaggio interno (mentale) e il paesaggio esterno (la storia e la realtà) e la psicosi del protagonista internato, che si rivela al lettore con le sue molteplici personalità. In un certo senso il continuo aggiornamento dei dati sui morti e sui contagi fornito dalle televisioni nazionali e locali, i servizi sui diversi modi in cui le persone hanno affrontato la quarantena e gli show snervanti dei politici mi hanno fatto pensare alla vita come una sorta di romanzo sperimentale alla Ballard. Il romanzo dello scrittore britannico è noto anche per aver ispirato la band new wave Joy Division nella canzone Atrocity Exhibition, brano d’apertura dell’album Closer.    

L’autore britannico di fantascienza ci illumina anche sulla sensazione di oppressione vissuta da molti durante la quarantena con il romanzo autobiografico L’impero del sole, in cui racconta il periodo di prigionia vissuto in Cina durante la seconda guerra mondiale.

Nella storia della letteratura non tutti gli scrittori hanno vissuto però la costrizione come una negazione delle libertà. Questo è il caso di Xavier de Maistre che in Viaggio attorno alla mia camera del 1795 ha cercato di fare buon uso degli arresti domiciliari inflittagli dalle autorità sabaude per aver partecipato a un duello d’onore, sostando per 42 giorni nella sua camera e trasformando la contingenza negativa in un’occasione di svago e di riflessione.

Lo svago dell’arte del racconto lo rintracciamo nel Decameron di Giovanni Boccaccio, in cui un gruppo di ragazzi e ragazze fiorentini asintomatici decidono di sfuggire il focolaio epidemico per chiudersi in autoisolamento in un casolare di campagna, fuori Firenze, e raccontarsi a turno delle storie divertenti e al contempo moraleggianti nell’attesa di poter tornare alla normalità.

I generi fantascientifico e distopico ci aiutano a fare luce su alcune parole chiave del Coronavirus. Tra questi romanzi vanno menzionati Tempo fuor di sesto di Philip K. Dick, Antifona di Ayn Rand, 1984 di George Orwell e Un miliardo di anni prima della fine del mondo dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzki.

Tempo fuor di sesto è senza dubbio il romanzo del maestro della fantascienza Philip K. Dick che più di ogni altro, molto più dell’ucronia La svastica sul sole, ci permette di comprendere il senso di estraneità causato dalla pandemia. Il protagonista Ragle Gumm è campione mediatico del quiz a premi del quotidiano di Old Town in cui bisogna individuare il luogo in cui atterreranno gli extraterrestri e tuttavia non riesce a essere felice. La smania di voler restare il campione in carica del quiz gli provoca una serie di allucinazioni che si manifestano con la scomparsa di oggetti e palazzi che vengono sostituiti da cartellini con su scritto il nome dell’oggetto smarrito, come ad esempio Autostrada o Chiosco delle bibite. La responsabilità di dover salvare la Terra precipiterà il protagonista in una crisi regressiva a cui si porrà rimedio formattandogli la memoria e sostituirla con un presente ricalcato sui suoi ricordi d’infanzia. Raggle si ritroverà così ad avere un’identità illusoria non diversa da quella di un avatar dei social network e a condurre una vita falsa e alienata.

In Antifona di Ayn Rand invece risaltano parole chiave come libertà e paura. Il romanzo della scrittrice russo-americana nota per aver ispirato molte canzoni dei Rush, tra cui Anthem (Antifona nella traduzione italiana) e 2112, è una riflessione sull’importanza della libertà individuale e narra della storia di un individuo di nome Uguaglianza 7-2551. In questa società di un futuro imprecisato le persone non contano come esseri umani ma per la loro funzione ed è governata dal Consiglio della Vocazione. Inoltre i cittadini utilizzano una lingua in cui è assente l’idea di io e conta soltanto il noi. L’organo supremo assegna al protagonista il lavoro di spazzino, che svolge al meglio finché la curiosità e l’intelligenza innate lo porteranno ad avventurarsi in luoghi inesplorati risalenti ai Tempi Innominabili; un’era che viene negata dal Consiglio di Vocazione per poter conservare il potere e mantenere il regime collettivistico a cui i cittadini sono asserviti. Quando Uguaglianza scoprirà l’elettricità – e quindi la tecnica – e conoscerà l’amore incarnato nella donna Libertà 5-3000, capirà l’importanza della libertà individuale e del diritto alla felicità e insieme fonderanno una nuova società libera dal controllo e dalla paura e fondata sull’amore e la conoscenza.

Anche 1984 di George Orwell, romanzo distopico per eccellenza, mette in luce alcuni aspetti di questi mesi come il controllo, le uscite con l’autocertificazione, i test e la propaganda.

Nel romanzo i cittadini sono sottoposti a un controllo continuo da parte del Grande Fratello attraverso le telecamere sparse nelle città e negli edifici. Chiunque, perfino gli impiegati al Ministero della Verità come il protagonista Winston Smith, è tenuto a giustificare i propri movimenti. Ad esempio Winston farà di tutto per tenere segreta la relazione con Julia, ma quando O’Brien scoprirà la loro storia d’amore i due amanti saranno sottoposti a torture e a test della verità talmente disumani e strazianti, che in confronto il “ma dove cazzo vai” dei droni municipali e le sanzioni comminate ai cittadini indisciplinati per aver violato le disposizioni legislative straordinarie, per quanto onerose, sono di gran lunga più tollerabili, in quanto ci troviamo in una situazione di eccezionalità che richiede anche una dose di responsabilità per uscire quanto prima dall’emergenza. Inoltre i test sierologici possono essere paragonati ai test della verità del romanzo di Orwell facendo tuttavia le dovute distinzioni, in quanto sono uno strumento fondamentale per mappare i contagi e garantire un’azione sanitaria coordinata e tempestiva.

Certo molti ragionamenti di Orwell come il controllo dei dati e della privacy dovuto all’utilizzo delle tecnologie informatiche e la sorveglianza sono problemi della società contemporanea che non devono essere sottovalutati, perché non ci vuole niente a ritrovarsi in una dittatura se si danno per scontate le conquiste giuridiche ottenute dopo tante battaglie.

Ciò che mi ha sorpreso di questi tempi è soprattutto l’utilizzo del Bipensiero in molti discorsi politici di mera propaganda. La lotta al Coronavirus è stata paragonata spesso a una guerra, come già menzionato in precedenza, il che è una metafora fuorviante e ingiusta nei confronti di chi la guerra l’ha vissuta o continua a viverla e può diventare pericolosa. Se cominciamo a dire che la guerra è pace non ci vorrà molto che si finirà per affermare che la libertà è schiavitù e l’ignoranza è forza.

La svalutazione della scienza per motivi di sicurezza, mettendo in dubbio il metodo e i tempi della ricerca scientifica, è invece ciò che traspare nel romanzo fantascientifico-satirico Un miliardo di anni prima della fine del mondo dei fratelli Arkadi e Boris Strugatzki.

Maljanov ha voluto approfittare dell’assenza della moglie e del figlio per dedicarsi anima e corpo alla sua ricerca sullo spazio interstellare. Avverte che è a un passo da un’importante scoperta che rivoluzionerà la scienza e con un altro po’ di concentrazione potrà avvalorare la sua tesi. Soltanto che non è così semplice come possa sembrare. Una volta suonano al telefono, un’altra volta suonano alla porta per consegnare un pacco di vino e leccornie. Un’altra volta bussa la bellissima amica della moglie dal collo fatto per essere baciato e un’altra volta ancora un vicino seccante ha avvertito il bisogno impellente di prestargli un libro che non può non leggere. Non ha proprio fortuna Maljanov. Il problema è che queste interruzioni continue capitano anche agli altri scienziati che come lui sono a una svolta nelle loro ricerche e quel che è peggio è che arrivano anche le minacce. Qualcuno vuole fermare il progresso della conoscenza. Maljanov si trova così dinanzi al dilemma se proseguire nella sua ricerca oppure rinunciarci per appiattirsi come una medusa.

Restando nella letteratura russa possiamo rintracciare altri tre romanzi che ci aiutano a comprendere le parole chiave del coronavirus.

Per molti questo periodo difficile è stato contrassegnato dalla solitudine e dalla noia a cui si è cercato di far fronte trascorrendo giornate intere sul divano o in balcone. È quanto troviamo in Oblomov di Gončarov in cui il protagonista è un proprietario terriero indolente che trascorre le sue giornate stravaccato sul divano in cui indulge a una meditazione spensierata.

L’altro aspetto della quarantena da Coronavirus è stato l’aumento dei casi di violenza domestica tanto nella sua componente fisica, che rintracciamo nel racconto La sonata a Kreutzer di Tolstoj e che nel messinese ha avuto tra le sue vittime Lorena Quaranta, quanto nella sua componente psicologica, come nel racconto La mite di Dostoevskij.

Uno dei termini più utilizzati per definire il Coronavirus è stato alieno. A tal proposito non può non venire in mente Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, come alieno positivo che l’aviatore incontra nel deserto del Sahara e da cui apprenderà l’importanza del sapersi prendere cura degli altri. È proprio nel deserto della vita o delle città quando tutto sembra spacciato che può emergere la speranza di poter essere delle persone migliori.

Non soltanto romanzi, racconti, fiabe e saggi possono venire in nostro soccorso nel comprendere la pandemia che stiamo attraversando. Anche il teatro, duramente colpito in questi mesi di lockdown, ha molto da dire sull’argomento. Come ad esempio la tragedia Edipo re di Sofocle, in cui il re di Tebe invia il cognato Creonte dall’oracolo di Delfi per conoscere la verità sul destino del suo popolo falcidiato dalla peste e riceve come risposta quella di espellere l’impurità dalla polis. Allora Edipo emana un editto, e quindi un decreto, con cui condanna all’esilio l’autore o gli autori dell’assassinio di Laio se dichiareranno spontaneamente la loro colpevolezza altrimenti saranno condannati a morte. Edipo incalzato dal profeta Tiresia e dopo aver inconsapevolmente compiuto incesto per anni con la moglie e madre Giocasta scoprirà di essere lui il colpevole dell’uccisione del padre Laio e la causa della peste. Così colui che era diventato re di Tebe per aver sconfitto la Sfinge grazie alla sua intelligenza ignora le disgrazie del suo popolo. Padre e fratello dei suoi figli Edipo si ritroverà cieco e mendicante costretto dal suo stesso editto ad andare in esilio con i figli. Così Sofocle ci insegna con la sua immensa saggezza che soltanto sperimentando la sofferenza su se stessi si potrà alla fine essere felici apprezzando ciò che si ha.

Tra i romanzi contemporanei che meglio hanno colto il segno dei tempi vanno menzionati La morte non fa rumore di Volker Kutscher della saga di Babylon Berlin, Guardami di Jennifer Egan e Il cerchio di Dave Eggers.

In La morte non fa rumore il lettore si ritrova catapultato nel 1930: un periodo turbolento a causa del crollo della borsa di Wall Street del ’29, che sta mettendo a dura prova le economie mondiali, e in primis quella tedesca, a causa della pace umiliante che la Germania ha dovuto siglare all’indomani della Grande Guerra. Nel pieno della crisi economica il commissario Gereon Rath si trova a dover risolvere casi in cui la radicalizzazione del sistema politico rischia di mettere a dura prova la fragile Repubblica di Weimar. I nazisti stanno avendo sempre più presa nella istituzioni e nell’esercito e i comunisti diventano il capro espiatorio della fragile Repubblica di Weimar. Tra i romanzi della saga questo romanzo è quello più idoneo ai nostri tempi perché tratta di una serie di omicidi avvenuti nel milieu cinematografico, settore dello spettacolo duramente colpito a causa della chiusura dei cinema. Inoltre spesso nel descrivere l’attuale crisi economica si è fatto spesso il paragone con la crisi del ’29 e in vari Stati si sta assistendo attualmente a un aumento della popolarità e dell’influenza dei movimenti razzisti di estrema destra, che utilizzano i social network per fomentare l’odio razziale e mettere a dura prova le democrazie.

In Guardami di Jennifer Egan rintracciamo invece il ruolo cruciale dei social network nella società di oggi. Nel romanzo una delle storie coinvolge Charlotte, una modella trentacinquenne in declino, che subisce un incidente da cui esce sfigurata. Dopo essersi posta a un intervento di chirurgia plastica decide di sfruttare i social per rifarsi una vita dove l’immagine e l’apparenza diventano la realtà.

Il cerchio di Dave Eggers è un romanzo fantascientifico distopico che, oltre a mettere in risalto il ruolo sempre più importante ricoperto nelle nostre vita da internet e dai social network, ci fa comprendere anche il valore e i pericoli dello smart working e di parole virali come #andràtuttobene e #iorestoacasa che finiscono per diventare slogan vuoti e logorroici.

Il romanzo dello scrittore americano può essere considerato un 1984 dei nostri giorni. In un futuro remoto la società web The Circle ha creato una rete di social network che permette di mettere in connessione più utenti possibili, portando avanti la policy della trasparenza aziendale come presupposto per un mondo più sicuro e più sano. La protagonista Mae Holland viene assunta da The Circle grazie alle referenze presentate dall’amica Annie e in breve tempo diventa uno dei membri più convinti della politica aziendale e anche tra i più popolari. Mae finirà ai ferri corti con gli amici che non condividono la strategia del colosso di internet e, pur di aumentare il numero di utenti e non perdere di popolarità, si consacrerà interamente al lavoro anche quando torna a casa dalla famiglia.

Mae conierà alcuni degli slogan che più si ripetono nel corso del romanzo come i segreti sono bugie, la condivisione è prendersi cura e privacy è furto, i quali ricordano i tag invasivi dei social network che bisogna utilizzare se si vuole farsi notare.

Infine l’ultima parola chiave da prendere in considerazione è fake news, che possiamo rintracciare in Caleb Williams di William Godwin. Nel primo thriller della storia che tanto ha influenzato Alessandro Manzoni per I promessi sposi, il protagonista Caleb Williams è un segretario a servizio del proprietario terriero Ferdinando Falkland.

Dopo aver scoperto le prove che incastrano Falkland come autore dell’omicidio Tyrrel per cui aveva fatto condannare all’impiccagione il fittavolo e il figlio di quest’ultimo, per Caleb inizia un periodo di forzata complicità finché decide di fuggire dalla prigionia impostagli da Falkland e darsi alla macchia. Falkland allora decide di perseguitare il suo ex servitore diffondendo false accuse sul suo conto. Caleb viene accusato da Falkland di averlo derubato di una cospicua somma di denaro e mette una taglia su di lui.

Il nostro protagonista vivrà così una serie di peripezie che lo porteranno in prigione, all’evasione fino al processo finale in cui Falkland confesserà i suoi crimini e l’ingiustizia fatta patire all’ex servitore. Da lì a qualche giorno il vecchio proprietario terriero morirà e Caleb si autoaccusa di essere stato troppo implacabile nella sua sete di verità e di giustizia e si ritiene responsabile della morte del suo ex padrone. La sua sarà una vittoria dal sapore amaro da cui apprenderà l’importanza dell’empatia.

Un romanzo in cui l’indagatore diventa indagato, l’inseguitore si ritrova inseguito e l’innocente si confessa colpevole è molto probabilmente il libro migliore per concludere questa riflessione sul rapporto tra la letteratura e le parole chiave del coronavirus, perché proprio nei periodi e nei momenti più terribili i libri e l’esperienza possono darci le risposte ai problemi dei nostri tempi.


Roberto Cavallaro

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Mon, 1 Jun 2020 09:40:47 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1185/1/letteratura-e-parole-chiave-del-coronavirus
“A tu per tu con il Covid - 19.” La storia di Fabrizio, medico messinese a Milano. https://www.mutualpass.it/post/1184/1/-a-tu-per-tu-con-il-covid-19-la-storia-di-fabrizio-medico-messinese-a-milano https://www.mutualpass.it/post/1184/1/-a-tu-per-tu-con-il-covid-19-la-storia-di-fabrizio-medico-messinese-a-milano]]> “Andrà tutto bene”. Uno slogan che difficilmente dimenticheremo e che ci ha accompagnato nell’arco di questi mesi di lockdown.

L’intero pianeta stretto nella morsa della pandemia, un’ondata di paura misto a terrore dilagante ed un nome che ci tormentava quotidianamente. Quel Covid – 19 che è entrato prepotentemente nella vita di ognuno di noi, monopolizzando televisioni, giornali, social network. Eppure quei giorni, adesso, sembrano così lontani spazzati via dalla tanto attesa Fase 2. Ed allora, ci si chiede, dove sta la verità? Abbiamo avuto una paura eccessiva prima o stiamo sottovalutando il problema ora?

L’opinione pubblica si sa cambia velocemente direzione, così come le decisioni ed il pensiero politico: tuttavia è bene andare oltre i titoli sensazionalistici e concentrarci su cosa è veramente stato il “fenomeno Covid – 19”. In un momento storico in cui la sanità è al centro dell’attenzione tra proclami, critiche e tanto lavoro silenzioso, l’esperienza diretta di un medico sul campo può diventare mezzo di comprensione e riflessione. A darci una mano in questo percorso c’è Fabrizio David, messinese purosangue classe 1992, un recente passato da studente di medicina presso l’Ateneo peloritano ed un presente da medico a Milano, nel cuore della zona rossa.

"Dopo la laurea nel marzo 2019, ho deciso di trasferirmi a Milano per frequentare un master in medicina estetica. Di pari passo con lo studio, ho iniziato a lavorare come medico prelevatore presso il centro prelievi del San Raffaele". Proprio Milano è diventato il simbolo delle critiche e della facile ironia sulla sanità Lombarda. Tra gaffe, decisioni discutibili e qualche dichiarazione inopportuna, il duro e continuo lavoro sanitario è passato in secondo piano travolto da un’ondata di negatività.

Ma se, ai piani alti, si assisteva a scene poco edificanti, sul campo la lotta alla pandemia è stata totale: "Ci siamo ritrovati ad affrontare un’emergenza senza precedenti con un’infinità di contagi continui. Tutte le forze sanitarie sono state concentrate sul Covid ed abbiamo garantito un servizio continuo seguendo i protocolli sanitari. Io stesso ho proseguito a lavorare in ospedale, dichiarando anche la mia disponibilità alla regione Lombardia per i centri Covid." 

Di fianco all’instancabile lavoro degli operatori sanitari, poi, l’Italia intera ha risposto presente attraverso delle campagne di beneficenza milionarie. Ma se da una parte la mobilitazione nazionale è stata totale, dall’altra si è scatenata una “caccia all’untore” di manzoniana memoria. Un clima di sospetto che ha imbarbarito notevolmente i rapporti umani, in una situazione nella quale far proliferare la supremazia del più forte. "Devo dire che è stata un’esperienza unica, affrontare in prima persona questa pandemia e, allo stesso tempo, resistere da solo per diversi mesi a casa senza la presenza di un supporto emotivo."

Un disagio che ha coinvolto migliaia di persone “bloccate” dal lockdown senza la possibilità di potersi ricongiungere con i propri cari. Un impatto emotivo notevole anche per Fabrizio che, oltre al lavoro, ha dovuto far fronte anche al contagio vero e proprio. "Sono stato male nel mese di febbraio, accusando febbre alta per circa cinque giorni e tosse secca. In quel periodo ancora in Italia non si percepiva il pericolo ed io mi sono rivolto al numero fornito dalla regione. Inizialmente mi hanno consigliato, sbagliando, di recarmi al pronto soccorso cosa che naturalmente non ho fatto; successivamente un medico mi ha fatto delle domande standard e non sono stato sottoposto a tampone."

Erano ancora gli albori di un’emergenza che sarebbe scoppiata poco dopo e che era stata sottovalutata. Dopo le cure a casa, Fabrizio ha ripreso la sua attività lavorativa quotidiana in ospedale. Solo pochi giorni fa, nel mese di maggio, ha potuto scoprire la verità attraverso il test sierologico effettuato sui dipendenti del “San Raffaele”: "Sono risultato positivo insieme ad un mio collega ed ho ripensato ai sintomi avuti a febbraio. Prontamente ho eseguito il tampone che ha dato esito negativo".

Una vicenda che mette in luce questa nuova fase che si può aprire con la somministrazione dei test sierologici. I risultati garantirebbero una mappa dei contagi più precisa e l’azione sanitaria sarebbe più coordinata. Tra la ripresa del lavoro e la scoperta improvvisa del contagio, Fabrizio ci tiene a tracciare una linea della situazione attuale  chiaro che ci sono stati degli errori nelle tempistiche sottovalutando la portata e la contagiosità del virus. Adesso la speranza è che la curva scenda di pari passo con un senso civico maggiore da parte della cittadinanza. L’inizio dei test sierologici nelle varie regioni, supportati dai tamponi, può solo portare degli effetti benefici in una situazione sanitaria in continua evoluzione."


Ernesto Francia

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Wed, 27 May 2020 09:47:04 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1184/1/-a-tu-per-tu-con-il-covid-19-la-storia-di-fabrizio-medico-messinese-a-milano
Mese della Tiroide https://www.mutualpass.it/post/1183/1/mese-della-tiroide https://www.mutualpass.it/post/1183/1/mese-della-tiroide]]> MutualPass, con la collaborazione della dott.ssa Rosaria Certo, propone l'iniziativa "Prenditi cura di te: La Tiroide", valida fino al 30 Giugno 2020, con un pacchetto di prevenzione dal costo di € 60 che comprende un prelievo ematico per il controllo di FT4, TSH, ABTPO una visita specialistica endocrinologica e un’ecografia tiroidea.

Per aderire all’iniziativa puoi scaricare il voucher e presentarti direttamente (previa prenotazione) presso lo studio MutualPass – Medika (090 2927843 - Via Maddalena, 24) o presso lo studio Certo (090 2924160 - Via Trento, 6), puoi contattaci al numero verde 800 090 134 o tramite la nostra email info@emovus.it


La tiroide è una piccola ghiandola con una forma simile ad una farfalla localizzata nella parte anteriore del collo deputata alla produzione di ormoni che svolgono un ruolo molto importante nel mantenimento del benessere del nostro organismo.        

La tiroide è responsabile di numerosi processi fisiologici quali  il corretto sviluppo del sistema nervoso, sia durante la vita embrionale che neonatale, l’accrescimento corporeo, la frequenza del battito cardiaco, la regolazione della temperatura corporea, lo sviluppo della muscolatura.


Diagnosi delle malattie tiroidee
Il primo “step” è rappresentato dalla raccolta dei dati anamnestici e dall’esame clinico. Lo specialista, dopo aver indagato sull’eventuale presenza di familiarità per malattie delle tiroide e aver raccolto i dati anamnestici, effettua la palpazione del collo che consente con semplici manovre nella parte anteriore del collo di identificare eventuali anomalie strutturali della ghiandola analizzando infatti il volume, la consistenza e l’eventuale presenza di noduli “clinicamente apprezzabili". La visita si completa con il rilievo di parametri quali l’indice di Massa corporea, la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, lo studio dei riflessi osteotendinei e la ricerca di segni clinici suggestivi (es: ricerca dei tremori a mani protese).          

L’ecografia tiroidea, per l’immediatezza delle informazioni che fornisce , costituisce un utilissimo complemento all’esame clinico. E’ una metodica basata sull’utilizzo di ultrasuoni, rapida, non invasiva, che non espone il paziente al rischio di radiazioni, e consente di valutare le dimensioni, la struttura, la vascolarizzazione della ghiandola e la presenza di noduli piccolissimi (pochi millimetri), permettendo inoltre la selezione dei noduli da sottoporre ad agoaspirato in quanto presentano delle caratteristiche strutturali ( es: microcalcificazioni, margini irregolari, marcata ipoecogenicità ) che li rendono meritevoli di approfondimento diagnostico.

L’esame dell’ecostruttura tiroidea dà informazioni inoltre sull’eventuale presenza di tireopatia autoimmune; l’operatore ,infatti, di frequente riscontra una marcata disomogeneità della ghiandola con “aspetto a pelle di leopardo” suggestiva per tiroidite cronica autoimmune; altresì lo spiccato aumento della vascolarizzazione della ghiandola con il quadro di “inferno tiroideo” è tipico di malattie autommuni della tiroide associate ad iperfunzione della ghiandola (Morbo di Basedow).
Un ruolo principe nell’approccio alle malattie della tiroide, oltre all’esame clinico ed all’ecografia, è svolto dal laboratorio.  I dosaggi ormonali  (TSH,FT4,FT3) ottenuti con un semplice esame del sangue forniscono preziose  ed insostituibili informazioni sul funzionamento di questa importantissima ghiandola.         

L’ormone tireostimolante (TSH), ormone prodotto dall’ipofisi, una ghiandola endocrina posta alla base dell’encefalo, regola  la funzionalità della ghiandola attraverso precisi meccanismi di regolazione; se i livelli di ormoni tiroidei circolanti sono bassi, l’ipofisi produrrà maggiore quantità di TSH al fine di stimolare la tiroide a produrre più ormoni, mentre nella condizione opposta il TSH risulterà soppresso. In laboratorio possiamo inoltre ottenere la ricerca degli anticorpi anti-tiroide (abTg,abTPO e Trab) fondamentali per la caratterizzazione delle malattie tiroidee autoimmuni.

 

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Wed, 27 May 2020 09:24:53 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1183/1/mese-della-tiroide
Fate largo alla creatura anfibia // 50 sfumature di Covid https://www.mutualpass.it/post/1181/1/fate-largo-alla-creatura-anfibia-50-sfumature-di-covid https://www.mutualpass.it/post/1181/1/fate-largo-alla-creatura-anfibia-50-sfumature-di-covid]]> Riflessioni e risposte della Repubblica delle Lettere al Salone del Libro Extra

A causa dell’emergenza sanitaria l’organizzazione del Salone del Libro capeggiata dallo scrittore Nicola Lagioa ha avuto l’intuizione di organizzare dal 14 al 17 maggio un Salone del Libro virtuale, il SalTo Extra: Altre forme di vita, nell’attesa di poter inaugurare l’edizione fisica rinviata alla stagione autunnale.

L’idea è sorta dal fatto che il Salone Internazionale del Libro di Torino non è soltanto una fiera in cui i lettori acquistano libri agli stand delle case editrici e gli editori stranieri e le case di produzione cinematografiche acquistano i diritti dei libri di narrativa o di non-fiction per pubblicarli nei loro paesi o produrre film e serie televisive che porteranno a conoscere quei libri a un pubblico più ampio; ma è anche un grande evento che grazie ad incontri con l’autore, conferenze, dibattiti e concerti permette il confronto più ampio possibile tra scrittori, artisti e lettori e la condivisione e l’elaborazione delle idee.

Come un grande evento che permettesse agli appassionati di letteratura di seguire incontri gratuiti in live streaming con ospiti nazionali e internazionali, il Salone del Libro è riuscito a mio parere nell’intento di creare un dibattito stimolante e produttivo sui punti critici della società nel suo complesso e le risposte necessarie per uscire dalla pandemia e creare un mondo migliore.

Il punto di forza di questa edizione straordinaria è stata l’ironia che ha caratterizzato la maggior parte degli incontri e sotto questa lente vorrei mettere in rilievo alcune delle riflessioni e delle risposte scaturite da SalTo Extra.

Il dialogo tra l’astronauta Samantha Cristoforetti e la scrittrice Valeria Parrella ha dato ricchi spunti di riflessione e non ha mancato di suscitare il sorriso grazie anche alla vivacità dell’autrice campana che ha moderato l’incontro.

La nostra celebre astronauta ha evidenziato come l’attuale emergenza sanitaria ci ha fatto comprendere l’irrilevanza del personale come insegna Hannah Arendt e, nel definire il lockdown come un’esperienza estrema, ha fatto riferimento alla distorsione dello spazio-tempo causato dalla forza di gravità che fa sì che la velocità crei la distanza, determinando un gioco di lontananza e vicinanza dagli altri esseri umani. In tal senso, parafrasando Cristoforetti, è stato un po’ come la sensazione di sconvolgimento che si ha quando con la Stazione Spaziale Internazionale si orbita attorno alla Terra alternando ogni 90 minuti albe e tramonti. A questo punto Valeria Parrella ha dichiarato che una visione del genere sarebbe il paradiso degli innamorati e che deve essere bellissimo osservare ogni 90 minuti un posto amato, suscitando in me un sorriso tenero facendomi pensare ai goal segnati al 90mo minuto che suscitano sempre un’emozione intensa.

Samantha Cristoforetti ha anche riportato un’esperienza epifanica vissuta a bordo della Stazione Spaziale in cui un giorno guardando la Terra ha avvertito la compressione del tempo storico, che si è manifestato come vicinanza con gli antichi nelle loro problematiche e la sensazione che la loro vita non debba essere stata diversa dalla nostra.

Un’esperienza simile a quella di Samantha Cristoforetti è stata vissuta dallo scrittore Paolo Rumiz, che ha dichiarato di aver vissuto due epifanie, nel senso di rivelazioni: l’epifania del veliero e quella propriamente detta della quarantena.

Se per molti autori la quarantena è stata un ostacolo alla scrittura, questo non è stato il caso di Paolo Rumiz che non ha avuto una crisi creativa. Ciò perché lo scrittore ha bisogno dell’isolamento per scrivere e pertanto rispetto ad altri soffre meno la costrizione domestica. Inoltre i limiti imposti dal lockdown hanno ampliato le sue capacità percettive, sperimentando delle epifanie che gli hanno permesso di librare la parola verso spazi sconfinati. Con l’epifania del veliero lo scrittore ha avuto un giorno di primo mattino sul terrazzo di casa sua, a Trieste, la sensazione di essere su un veliero con il mare deserto visibile da tre lati e come un anemometro percepiva il vento provenire dal Carso finché alla fine non gli apparve l’alba col suo sole nascente. La seconda epifania gli ha permesso invece di vedere un capitano greco simile a Ulisse e il mito d’Europa e uno dei punti salienti è il momento in cui il capitano invita lo scrittore a prendere il largo e a intraprendere una nuova rotta, uscendo dal buio in cui siamo sprofondati con il rischio della balcanizzazione, vale a dire dell’emergere degli egoismi e antagonismi nazionali che vedono gli Stati attribuirsi l’uno con gli altri l’origine della pandemia, e battersi per un’Europa più solidale, giusta e integrata che sappia cooperare per il raggiungimento degli obiettivi comuni[1].

L’esperienza della quarantena è raccontata dall’autore nel dettaglio nel libro Il veliero sul tetto recentemente pubblicato da Feltrinelli, mentre la seconda visione gli ha dato spunto per un poema sull’Unione Europea in cui il mito d’Europa ricoprirà un ruolo predominante.

La sintesi di tutte le risposte alla crisi pandemica scaturite da questo salone anfibio – nel senso di evento che assume un’altra forma di vita più virtuale – la si trova nel dialogo tra Donna Haraway, Claudia Durastanti e Loredana Lipperini[2].

Donna Haraway è apparsa in video con un peluche di piovra che muoveva divertita suscitando un’ilarità benevola nell’osservatore. La filosofa non teneva il giocattolo perché era in preda alla demenza senile, ma per spiegare la sua filosofia che prende il nome di Chtulucene e che è trattata in Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto edito da Produzioni Nero.

Alla base di questa filosofia c’è la necessità di ripensare la società attraverso un pensiero tentacolare che ponga l’uomo ai margini e non al centro e che consiste nel vivere e morire in armonia con l’intra-specie (gli esseri umani) e la multi-specie (animali ed ecosistemi). La solidarietà e il prendersi cura degli altri esseri umani, degli animali e dell’ambiente sono alla base del pensiero di Donna Haraway, secondo la quale bisogna ridisegnare il concetto di identità e di famiglia come già espresso nel celebre Manifesto Cyborg. In questo libro si afferma che bisogna riappropriarsi del termine cyborg e della tecnologia per ripensare i generi e invita a generare parentele e non bambini. In tal modo si amplia il concetto di famiglia includendo non soltanto le coppie eterosessuali ma anche quelle omosessuali, transgender e chi semplicemente ha degli animali e delle piante di cui si prende cura. In tal senso potremmo considerare famiglia la coppia Raj-Cannella di Big Bang Theory, dal momento che il divertentissimo astrofisico si prende cura della cagnolina come se fosse sua figlia e a volte ha gesti di affetto nei suoi confronti come se fosse la sua ragazza Emily. A tal proposito esilarante è il modo con cui il personaggio si relaziona con l’animale domestico con affermazioni del tipo “Cannella, vieni da papino” o “Cannella, dove sei mia piccola costoletta d’agnello”.

Ho trovato molto piacevole il dialogo tra Valeria Parrella, Claudia Durastanti, Silvia Avallone e Teresa Ciabatti in cui ciascuna ha detto qual è la sua parola chiave del coronavirus e la prima ha espresso la voglia di ritornare in 3D e vedere le proprie amiche scrittrici al bar con un libro.

In conclusione la risposta del mondo delle lettere alla pandemia senza dubbio a mio parere non può essere quella di Dacia Maraini che, dopo aver definito il coronavirus come un fungo bello ma mortale, ha espresso l’impossibilità di fare letteratura perché si sperimenta lo strazio della prigione e la parola è solitudine.

La migliore risposta a livello narrativo è stata data dalla scrittrice per ragazzi Katherine Rundell che è stata promotrice e curatrice di un libro gratuito dal titolo The Book of Hopes: Words and Pictures to Comfort, Inspire and Enterntain Children in Lockdwon edito da Bloomsbury, che ha visto coinvolti più di 110 scrittori e illustratori, con lo scopo di confortare, inspirare e intrattenere i bambini attraverso racconti, poesie e saggi brevi di una lunghezza massima di 500 battute che facciano sperare in un mondo migliore, perché come afferma la curatrice bisogna essere possibilisti.

Gli autori dell’infanzia sono definiti da Katherine Rundell, che è anche autrice del racconto conclusivo The Young Bird-Catcher, come cacciatori professionisti di speranze ed è quello che si ritrova in questa raccolta in cui troviamo storie con bruchi che divorano la plastica, viaggi nello spazio, uccelli che insegnano agli esseri umani reclusi come stare nel mondo una volta usciti dalla pandemia e tanto altro.

Non sappiamo se dalla pandemia usciremo migliori o peggiori e nemmeno se impareremo qualcosa da questa emergenza sanitaria dal momento che come ci insegna il buon George Bernard Shaw “l’esperienza insegna che gli uomini dall’esperienza non hanno mai imparato nulla”, quel che è certo è che questa edizione virtuale del Salone del Libro ha ricevuto ampi consensi e l’organizzazione spera di riproporla in futuro affiancandola al Salone fisico che tutti noi amiamo.

Fate largo alla creatura anfibia.    

Roberto Cavallaro

 


[1] Una posizione simile è stata espressa anche dal romanziere spagnolo Javier Cercas.

[2] Ciò che è emerso dagli incontri del SalTo EXTRA è la necessità di ripensare la società costruendo un’identità globale (Jared Diamond) e avviando una cooperazione tra gli Stati per rispondere con soluzioni condivise non soltanto al problema della pandemia ma anche al riscaldamento climatico, all’erosione degli ecosistemi e alla diminuzione della biodiversità (David Quammen, Amitav Gosh, Federica Gasbarro di Friday for Future, Elisa Palassi ecc.); sconfiggere le diseguaglianze sociali ed economiche attraverso politiche di welfare, come ad esempio la redistribuzione del reddito, e la creazione di piattaforme digitali in grado di attuare una cooperazione proficua tra le istituzioni statali, società civile e territorio (Fabrizio Barca, Roberta Carlini, Joseph Stiglitz, Luciano Floridi); la ricostruzione di sistemi politici fragili quali le democrazie con una maggiore protezione delle libertà e dei diritti e la necessità di leader audaci e competenti che non operino secondo strategie novecentesche (Ezio Mauro, Massimo Giannini, Alessandro Baricco, Roberto Saviano); una maggiore alfabetizzazione digitale e la necessità di provvedimenti legislativi a livello mondiale a tutela della protezione dei dati che garantiscano trasparenza, responsabilizzazione delle persone e monetizzazione dei dati a favore degli utenti che hanno dato il proprio consenso e non delle multinazionali (Brittany Kaiser); e per finire l’importanza del femminismo intersezionale in grado di dare voce alle donne delle fasce più basse (Ésperance Ripanti).

 

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Tue, 26 May 2020 10:27:44 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1181/1/fate-largo-alla-creatura-anfibia-50-sfumature-di-covid
Da oggi disponibile il Test Sierologico Covid19 https://www.mutualpass.it/post/1182/1/da-oggi-disponibile-il-test-sierologico-covid19 https://www.mutualpass.it/post/1182/1/da-oggi-disponibile-il-test-sierologico-covid19]]> Finalmente disponibile il test sierologico COVID - 19 IGG/IGM, colonna portante della "exit strategy", un contributo scientifico per tornare con fiducia alla nostra vita; uno strumento per meglio definire lo stato di diffusione epidemica del virus e quale la risposta immunitaria allo stesso.

Il test è un esame di laboratorio che non va a diagnosticare la presenza del virus, ma gli anticorpi prodotti dal sistema immunitario del nostro organismo in risposta e difesa al coronavirus.

Oggi diventa importante conoscere se si è venuti a contatto con il Covid-19, anche senza sintomi o con sintomi talmente lievi da non aver avuto una diagnosi. Tali test forniscono una diagnosi indiretta rivelando la presenza degli anticorpi, segnali di eventuale infezione avvenuta in passato o meno. Diversa è l'informazione del tampone rino-faringeo che fornisce una diagnosi diretta, in quanto individua i frammenti genetici del virus nei campioni prelevati attraverso tecniche di amplificazione del materiale genetico virale ( RT-PCR).

I test sierologici ad oggi disponibili sono di due tipi:
Test qualitativo in immunocromatografia (cards) che permette di rilevare la presenza o assenza degli anticorpi IgG e IgM contro SARS-CoV-2. L'esame si esegue da prelievo capillare o da prelievo venoso.
Test quantitativo con metodica ELISA o ChLIA che permette di rilevare l'esatta concentrazione degli anticorpi IgG e/o IgM. L'esame si esegue da prelievo venoso.

Lo sviluppo di una risposta anticorpale per l'infezione da SARS-CoV-2 si ritiene avvenga dopo 7 - 11 giorni dall'esposizione al virus. Qualora attraverso il test si trovassero solo anticorpi di tipo IgM, è probabile che il paziente sia venuto a contatto con il covid-19 in un periodo superiore alla settimana. Se invece venissero individuati sia anticorpi IgM che IgG, è invece probabile che il tempo di contatto risalga a 15- 25 giorni prima. Qualora si trovassero solo anticorpi IgG, è possibile che il paziente si sia di fatto immunizzato.


Presso i nostri laboratori si eseguono i test immunologici SARS-CoV-2 (COVID 19) con l’utilizzo della metodica ChLIA, che si basa su una reazione chimica che nel momento in cui gli anticorpi,o immunoglobuline, si legano all'antigene, ossia a una sostanza che il sistema immunitario considera estranea, emettono della luce che viene rilevata da un sensore.

L’esame verrà eseguito con l’esclusivo utilizzo di strumentazioni altamente tecnologiche (ABBOTT ARCHITECT 8200 E MAGLUMI 800).

 

I punti di accesso presso cui è possibile eseguire il test sono:

Laboratori 2010 Group:

Omega – Viale della Marina Russa, 43 // Messina

Studio 3 Mondello – Via Maddalena, 24 (090 2927843) // Messina

Centro Analisi Cannizzaro – Via Natoli, 20 // Messina

Centro Diagnostico San Vincenzo – Via Concezione, 12 // Messina

Laboratorio Di Stefano – Via Risorgimento, 93 // Messina

L.A.B. – Via Consolare Pompea, 1741 Ganzirri // Messina

S.S.Annunziata - Piazza Matteotti, 11 // Messina

 

Laboratori La Diagnostica:

Studio Diagnostico Sindoni – V.le S.Martino is.12 // Messina

Zetanalisi – Via 37/A Fondo Fucile // Messina

S. Caterina – Via Ghibellina is.282 n.5 // Messina

Haematologica – Via Vittorio Veneto – Piazza XXV Aprile pal. Pegaso // Milazzo

Sanitas2 – Via Cristoforo Colombo, 25 // Milazzo

Alfano - Via Kennedy, 131 // Barcellona Pozzo di Gotto

 

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Mon, 25 May 2020 15:19:27 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1182/1/da-oggi-disponibile-il-test-sierologico-covid19
21 maggio 2020 - Giornata Mondiale della Diversità Culturale https://www.mutualpass.it/post/1176/1/21-maggio-2020-giornata-mondiale-della-diversita-culturale https://www.mutualpass.it/post/1176/1/21-maggio-2020-giornata-mondiale-della-diversita-culturale]]> Il 21 Maggio di ogni anno si festeggia la Giornata Mondiale della diversità culturale per il dialogo e lo sviluppo, è un'occasione per celebrare gli straordinari benefici della diversità culturale, incluso il ricco patrimonio immateriale, e per riaffermare l'impegno della comunità internazionale verso il mutuo intendimento e il dialogo interculturale. Impegno che diventa sempre più gravoso a causa degli estremisti che rivolgono la loro violenza verso le minoranze culturali e distruggono il nostro patrimonio comune per indebolire i legami tra i popoli e la loro storia, ma anche a causa dello sviluppo urbano incontrollato, che tende a standardizzare le nostre città, svuotandole delle loro identità e diversità sociali.

Tre quarti dei principali conflitti mondiali hanno una dimensione culturale. Colmare il divario tra le culture è urgente e necessario per la pace, la stabilità e lo sviluppo.

La diversità culturale è una forza trainante dello sviluppo, non solo rispetto alla crescita economica, ma anche come mezzo per condurre una vita intellettuale, emotiva, morale e spirituale più soddisfacente. Questo è catturato nelle sette convenzioni culturali , che forniscono una solida base per la promozione della diversità culturale. La diversità culturale è quindi una risorsa indispensabile per la riduzione della povertà e il raggiungimento di uno sviluppo sostenibile.

Allo stesso tempo, l'accettazione e il riconoscimento della diversità culturale - in particolare attraverso l'uso innovativo dei media e delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione (TIC) - favoriscono il dialogo tra civiltà e culture, il rispetto e la comprensione reciproca.

Anche l'Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, che reputa la cultura un mezzo di cambiamento e di sviluppo, ritiene necessario fare ricorso alla forza e al potenziale creativo della diverse culture presenti nell'umanità, mantenendo un dialogo continuo per assicurare che tutti i membri della società traggano beneficio dallo sviluppo.


Medika, la Card della Salute

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Thu, 21 May 2020 09:50:40 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1176/1/21-maggio-2020-giornata-mondiale-della-diversita-culturale
50 Sfumature di Covid https://www.mutualpass.it/post/1180/1/50-sfumature-di-covid https://www.mutualpass.it/post/1180/1/50-sfumature-di-covid]]> “50 sfumature di Covid”. Titolo d’impatto, nome volutamente provocatorio, finalità multidisciplinare.

All’indomani della tanto attesa e desiderata Fase 2, gli interrogativi ed i dubbi sono ancora tanti sulla tematica Covid 19. Una situazione straordinaria che coinvolge non solo l’Italia ma l’intero globo terrestre. In un momento storico nel quale regna la confusione, mista a paura ed incertezza, diventa necessario porsi delle domande, fornire degli spunti di riflessione ed andare oltre la semplice notizia.

In questo contesto non di facile comprensione, il team Mutualpass ha deciso di fornire il proprio supporto con l’obiettivo di veicolare gli utenti verso una sana informazione. Da qui nasce l’idea della rubrica “50 sfumature di Covid”, un supporto quanto mai attuale attraverso il quale approfondire tutti gli aspetti legati e connessi a questa pandemia. Dalle radici storiche a quelle letterarie passando per la sfera sociale ed economica, la rubrica vuole mettere in risalto quanto la nostra quotidianità sia cambiata in relazione all’emergenza coronavirus. Attraverso gli approfondimenti che verranno proposti con cadenza settimanale, il team Mutualpass vuole garantire un servizio puntuale e preciso all’utenza contrapponendosi al drammatico proliferare della tendenza “fake news”.

Per raggiungere questo scopo, di pari passo con i contenuti della rubrica, saranno fornite tutte le informazioni sanitarie legate al Covid 19. La fine del lockdown, infatti, non è sinonimo di ritorno alla normalità assoluto. Per tale motivo, ai tamponi è stato affiancato lo strumento dei test sierologici. Attraverso questa ulteriore tipologia di indagine, si potranno individuare gli anticorpi SARS-CoV-2 nel sangue distinguibili in IgM (presenti nei soggetti positivi al virus) ed IgG (presenti nei soggetti positivi al virus in passato). Esistono tre tipologie di test sierologici che si differenziano per metodologia di analisi: qualitativi, semi-quantitativi, quantitativi.

I risultati di questi test forniranno, quindi, risposte in merito alla presenza anticorpale ed ai casi di positività al virus in passato. Una svolta importante dal punto di vista sanitario ed un mezzo in più per contrastare l’emergenza. Il test sierologico, effettuato attraverso prelievo di sangue, può essere adottato dalle strutture ospedaliere pubbliche e dai laboratori pubblici e privati accreditati e riconosciuti dalla Regione Sicilia. Un passo avanti in una situazione sanitaria in continua evoluzione. Uno nuovo step per il team Mutualpass, da sempre punto di riferimento e vicino alle esigenze dell’utenza.


Medika, la Card della Salute

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Wed, 20 May 2020 09:01:09 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1180/1/50-sfumature-di-covid
Prenditi cura di te: la Tiroide https://www.mutualpass.it/post/1179/1/prenditi-cura-di-te-la-tiroide https://www.mutualpass.it/post/1179/1/prenditi-cura-di-te-la-tiroide]]> La tiroide è una piccola ghiandola con una forma simile ad una farfalla localizzata nella parte anteriore del collo deputata alla produzione di ormoni che svolgono un ruolo molto importante nel mantenimento del benessere del nostro organismo.        

La tiroide è responsabile di numerosi processi fisiologici quali  il corretto sviluppo del sistema nervoso, sia durante la vita embrionale che neonatale, l’accrescimento corporeo, la frequenza del battito cardiaco, la regolazione della temperatura corporea, lo sviluppo della muscolatura.

La prevenzione delle malattie tiroidee               
Per la salvaguardare la funzionalità tiroidea è importante garantire alla ghiandola un adeguato apporto iodico.  
Lo Iodio è un micronutriente che rappresenta un componente essenziale degli ormoni tiroidei.  La quantità di Iodio giornaliera ottimale, raccomandata dal Ministero della Salute, è di 150 microgrammi al giorno nell’adulto e di 200 microgrammi al giorno nello stato di gravidanza ed allattamento, condizione in cui il fabbisogno di iodio aumenta per garantire il corretto sviluppo del sistema nervoso del feto.

La fonte principale di Iodio sono gli alimenti. Gli alimenti con il più elevato contenuto di Iodio sono i prodotti della pesca ed in particolare alcuni molluschi (da 10 a 140 mcg/100 gr), le uova (50/100 mcg/100 gr) ed il latte (da 15 a 60 mcg / 100 gr), minore è il contenuto iodico nella carne (da 5 a 30 mcg per 100 gr).

Il contenuto di Iodio nella frutta, nella verdura, nei legumi e nei cereali è notoriamente basso. Le verdure ed i legumi, oltre ad essere povere di Iodio, contengono sostanze gozzigene che ne inibiscono l’assorbimento e l’utilizzazione. La cottura riduce il contenuto di Iodio degli alimenti di circa il 20% in caso di frittura o cottura alla griglia e di circa il 50% in caso di bollitura. A livello di popolazione la quantità di Iodio introdotta con il latte, la carne, i cereali ed i vegetali, è più alta di quella introdotta con il pesce che viene consumato in minor quantità. Inoltre uno strumento fondamentale della prevenzione delle malattie tiroidee è la iodoprofilassi, cioè l’uso di sale arricchito con Iodio (Sale Iodato). La legge “disposizioni finalizzate alla prevenzione del gozzo endemico e di altre patologie da carenza iodica“ approvata dal Parlamento Italiano il 9 Marzo 2005, ha previsto la vendita del sale comune non arricchito solo ai consumatori che ne facciano esplicita richiesta e ha esteso l’uso del sale arricchito con iodio all’industria agroalimentare.   

La carenza iodica, causata dalla scarso contenuto di iodio nella crosta terrestre e di conseguenza negli alimenti, può influire negativamente sullo stato di salute della tiroide aumentando il rischio di condizioni patologiche quali il gozzo ed i disordini della funzione ghiandolare (ipo ed ipertiroidismo).

Diagnosi delle malattie tiroidee
Il primo “step” è rappresentato dalla raccolta dei dati anamnestici e dall’esame clinico. Lo specialista, dopo aver indagato sull’eventuale presenza di familiarità per malattie delle tiroide e aver raccolto i dati anamnestici, effettua la palpazione del collo che consente con semplici manovre nella parte anteriore del collo di identificare eventuali anomalie strutturali della ghiandola analizzando infatti il volume, la consistenza e l’eventuale presenza di noduli “clinicamente apprezzabili". La visita si completa con il rilievo di parametri quali l’indice di Massa corporea, la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa, lo studio dei riflessi osteotendinei e la ricerca di segni clinici suggestivi (es: ricerca dei tremori a mani protese).          

L’ecografia tiroidea, per l’immediatezza delle informazioni che fornisce , costituisce un utilissimo complemento all’esame clinico. E’ una metodica basata sull’utilizzo di ultrasuoni, rapida, non invasiva, che non espone il paziente al rischio di radiazioni, e consente di valutare le dimensioni, la struttura, la vascolarizzazione della ghiandola e la presenza di noduli piccolissimi (pochi millimetri), permettendo inoltre la selezione dei noduli da sottoporre ad agoaspirato in quanto presentano delle caratteristiche strutturali ( es: microcalcificazioni, margini irregolari, marcata ipoecogenicità ) che li rendono meritevoli di approfondimento diagnostico.

L’esame dell’ecostruttura tiroidea dà informazioni inoltre sull’eventuale presenza di tireopatia autoimmune; l’operatore ,infatti, di frequente riscontra una marcata disomogeneità della ghiandola con “aspetto a pelle di leopardo” suggestiva per tiroidite cronica autoimmune; altresì lo spiccato aumento della vascolarizzazione della ghiandola con il quadro di “inferno tiroideo” è tipico di malattie autommuni della tiroide associate ad iperfunzione della ghiandola (Morbo di Basedow).
Un ruolo principe nell’approccio alle malattie della tiroide, oltre all’esame clinico ed all’ecografia, è svolto dal laboratorio.  I dosaggi ormonali  (TSH,FT4,FT3) ottenuti con un semplice esame del sangue forniscono preziose  ed insostituibili informazioni sul funzionamento di questa importantissima ghiandola.         

L’ormone tireostimolante (TSH), ormone prodotto dall’ipofisi, una ghiandola endocrina posta alla base dell’encefalo, regola  la funzionalità della ghiandola attraverso precisi meccanismi di regolazione; se i livelli di ormoni tiroidei circolanti sono bassi, l’ipofisi produrrà maggiore quantità di TSH al fine di stimolare la tiroide a produrre più ormoni, mentre nella condizione opposta il TSH risulterà soppresso. In laboratorio possiamo inoltre ottenere la ricerca degli anticorpi anti-tiroide (abTg,abTPO e Trab) fondamentali per la caratterizzazione delle malattie tiroidee autoimmuni.


MutualPass, con la collaborazione della dott.ssa Rosaria Certo, propone l'iniziativa "Prenditi cura di te: La Tiroide", valida fino al 30 Giugno 2020, con un pacchetto di prevenzione dal costo di € 60 che comprende un prelievo ematico per il controllo di FT4, TSH, ABTPO una visita specialistica endocrinologica e un’ecografia tiroidea.

Per aderire all’iniziativa puoi scaricare il voucher e presentarti direttamente (previa prenotazione) presso lo studio MutualPass – Medika (090 2927843 - Via Maddalena, 24) o presso lo studio Certo (090 2924160 - Via Trento, 6), puoi contattaci al numero verde 800 090 134 o tramite la nostra email info@emovus.it


Dott.ssa Rosaria Certo

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Tue, 19 May 2020 11:49:41 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1179/1/prenditi-cura-di-te-la-tiroide
18 Maggio 2020 - Giornata Internazionale dei Musei https://www.mutualpass.it/post/1178/1/18-maggio-2020-giornata-internazionale-dei-musei https://www.mutualpass.it/post/1178/1/18-maggio-2020-giornata-internazionale-dei-musei]]> Oggi, 18 Maggio, si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale dei Musei. Il tema dell’edizione 2020 è Musei per l’eguaglianza: diversità e inclusione, che pone all’attenzione e alla riflessione di tutta la comunità museale il ruolo sociale degli Istituti culturali, la loro potenzialità nell’essere agenti di cambiamento, realizzando azioni per favorire la fruizione e la partecipazione da parte di tutte le persone.

Le potenzialità dei musei nel creare esperienze significative per persone di qualsiasi origine e condizione sono al centro del loro valore sociale. In quanto agenti di cambiamento e Istituzioni riconosciute e rispettate, oggi più che mai i musei possono dimostrare la loro importanza impegnandosi in maniera costruttiva nelle realtà politiche, sociali e culturali della società moderna.

Le sfide dell’inclusione e della diversità, così come la difficoltà di affrontare problemi sociali complessi in contesti sempre più polarizzati, non sono esclusivamente confinate al mondo delle Istituzioni culturali e dei musei; eppure, proprio per l’alta considerazione in cui questi ultimi sono tenuti dalla società, rappresentano questioni della massima rilevanza.

Tuttavia resta ancora molto da fare per superare dinamiche di potere che possono, consapevolmente o meno, creare disparità all’interno dei musei, e tra i musei e i loro pubblici. Queste disuguaglianze possono interessare ambiti diversi quali l’etnia, il genere, l’orientamento e l’identità sessuale, le condizioni sociali, il livello di istruzione, le abilità fisiche, l’appartenenza politica e le credenze religiose.

Affinché i musei svolgano il ruolo di agenti di cambiamento in tali contesti di confine e di marginalità, per rendere parte attiva di ogni Istituzione culturale tutte le persone, è imprescindibile, strategico e prioritario il dialogo con le diversità: dialogo che però non può essere assunto quale proposito unidirezionale e autodeterminato, ma deve nascere da una negoziazione, condotta con costanza e rigore. Per condividere non solo lo spazio fisico, ma anche le politiche culturali, le scelte di allestimento, le strategie e gli strumenti della mediazione e della comunicazione, il senso di ciò che viene esposto, nonché la prossimità con il territorio e la comunità di riferimento.

Vi invitiamo a visitare il nostro museo virtuale che ospita la mostra contemporanea “Quadro Clinico”, svoltasi a Messina nel gennaio 2018 presso la Chiesa di Santa Maria Alemanna, nella quale hanno esposto le loro opere sui vari campi delle specializzazioni mediche ventisette artisti messinesi. Il quadro “Energia Vitale” è stato firmato, invece, da dieci pazienti dell’UOC di Oncologia Medica del Policlinico “G. Martino”, che fanno parte del gruppo “Una stanza tutta per sé”. 


Medika, la Card della Salute

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Mon, 18 May 2020 09:44:09 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1178/1/18-maggio-2020-giornata-internazionale-dei-musei
Il richiamo di Messina nella letteratura e canzone francese tra Settecento e Duemila https://www.mutualpass.it/post/1174/1/il-richiamo-di-messina-nella-letteratura-e-canzone-francese-tra-settecento-e-duemila- https://www.mutualpass.it/post/1174/1/il-richiamo-di-messina-nella-letteratura-e-canzone-francese-tra-settecento-e-duemila-]]> a cura di Roberto Cavallaro

Messina è stata una città che ha suscitato l’interesse di scrittori italiani e stranieri. Penso ad esempio alla novella del Decameron Lisabetta da Messina di Giovanni Boccaccio, Molto rumore per nulla di William Shakespeare, la tragedia La sposa di Messina di Friedrich Schiller, i libri di viaggio di Andersen, Goethe, Dumas padre fino ad arrivare alle poesie di Giovanni Pascoli e Nietzsche.

In questi tempi di emergenza sanitaria causata dal Coronavirus mi ha molto colpito leggere di Messina ne Le confessioni del filosofo Jean-Jacques Rousseau in un punto dell’autobiografia in cui l’autore narra di un periodo di quarantena che dovette affrontare a Genova nel 1743. Questo riferimento mi ha indotto a riprendere i Calligrammi di Guillaume Apollinaire in cui il poeta francese menziona la città dello Stretto nell’ode All’Italia scritta nei giorni più difficili della Grande Guerra; e quando qualche settimana fa, ascoltando musica su Spotify, ho scoperto che il cantautore francese contemporaneo Damien Saez ha composto una canzone dal titolo Messine, presente nel triplo album Messina (Les échoués, Sur les quais, Messine), ho cercato di capire se ci fosse un tema conduttore tra il filosofo factotum del Settecento, il poeta guerriero del Novecento e il cantautore impegnato di oggi.

In effetti un collegamento c’è seppur non evidente. Negli autori sopracitati Messina viene richiamata in un momento di difficoltà personale dettato dal contesto storico in Rousseau e Apollinaire e dal proprio vissuto in Saez.

Dopo aver trattato nella prima parte la propria giovinezza burrascosa tra Ginevra, Torino e Chambéry Rousseau si sofferma nella seconda parte sugli anni in cui si affermerà come filosofo, scrittore e musicista. Molto importante si rivelerà l’anno 1743 nell’elaborazione del suo pensiero politico.

In cerca di lavoro a Parigi il filosofo ginevrino si vedrà offrire da monsieur de Montaigu, fratello dell’addetto al Delfino (il figlio del re di Francia futuro erede al trono), un incarico politico di estrema importanza. Montaigu era stato appena nominato ambasciatore francese della Repubblica di Venezia e, cercando un segretario di legazione diplomatica, vide in Rousseau l’uomo adatto a lui. Rimasero d’accordo che il ginevrino avrebbe raggiunto l’ambasciatore in un secondo momento, ma un incidente imprevisto fece prolungare la durata del viaggio. Giunto a Tolone Rousseau venne a sapere della peste di Messina e che in tutti i porti si prendevano le dovute misure per impedire la diffusione dell’epidemia. Dopo che la flotta inglese “visitò la feluca sulla quale”[1] si trovava, l’autore fu soggetto a una quarantena di ventuno giorni una volta attraccato al porto di Genova. Qui decise di trascorrere il periodo di isolamento al lazzaretto piuttosto che sulla feluca a causa del “caldo insopportabile, la mancanza di spazio, l’impossibilità di camminarvi, gli insetti”[2] presenti a bordo. Fu così condotto in un edificio a due piani in cui non c’era nulla: “né finestra né letto né tavola né sedia, neppure uno sgabello […]  né un fascio di paglia”[3]. L’isolamento però non lo gettò nello sconforto. Una volta ricevuti gli affetti personali (mantello, sacco da notte e due bauli) ed essersi tolto i pidocchi l’autore mise a frutto l’ingegno per crearsi un luogo idoneo alle sue esigenze. Utilizzò così gli abiti per farsi il materasso, gli asciugamani come lenzuola, la veste da camera come coperta e il mantello a mo’ di cuscino. Con le risme di carta creò una sorta di scrivania e dispose i libri che si era portato appresso come se ci si trovasse in una biblioteca. In pratica Rousseau creò lo spazio a sua immagine e somiglianza in modo tale da poter leggere e scrivere senza problemi, interrompendo per i pasti – consumati sul pianerottolo – o per passeggiare nel cimitero protestante o osservare il porto della città della lanterna dal lucernario.

Grazie all’intercessione dell’ambasciatore francese di Genova Jonville Rousseau vedrà la quarantena ridotta a quattordici giorni e dopo aver trascorso il periodo restante a casa dell’ambasciatore e frequentato, grazie al segretario collega Dupont, le case delle famiglie più alla moda riprese il viaggio e arrivò a Venezia dove era “impazientemente atteso dal signor ambasciatore”[4].

Guillaume Apollinaire invece nella poesia All’Italia, contenuta in Calligrami, esprime il suo attaccamento all’Italia, che definisce madre e al contempo figlia, e tra le città menzionate appare Messina per il suo significato mitologico e storico.

Se la poesia in questione a primo acchito non ha l’impatto visivo dei poemi pittorici presenti nella raccolta come Cuore corona specchio, in realtà ha insita in sé una forza musicale e simbolica molto intensa che se letta con attenzione – badando alle differenze di margini, alle frasi scritte in corsivo o a stampatello e alla giusta intonazione da dare alla lettura a causa della voluta assenza di punteggiatura – si crea una raffigurazione potente della fratellanza tra Francia e Italia nella lotta contro il male pandemico rappresentato dalla Germania e dall’Austria-Ungheria contro cui i due popoli stanno combattendo fino allo sfinimento.

Nato a Roma da un ufficiale italiano di origini svizzere che non lo riconoscerà e da una donna polacca che lo crescerà in Francia, Apollinaire tra tutte le città italiane che potrebbe citare sceglie Messina e Venezia, l’una per i suoi miti e la sua storia recente mentre l’altra per la sua storia gloriosa, sorpassando quella forza visiva che in Rousseau era data dal sentimento di sé che scaturisce dal ricordo, mentre nel poeta del Novecento è data dalla forza immaginativa che assorbe dentro di sé le ultime innovazioni tecnologiche come la radio, il fonografo e il cinema.

In tal modo Apollinaire ci descrive la vita sradicata del soldato al fronte che affronta un nemico che vorrebbe costringerci a non farci scegliere più e dal suo fortino mentre vede i caccia ronzare come api, le bombe esplodere come rose e le notti assumere l’aspetto di ghirlande di luce o globi luminosi dai colori insospettabili che ricordano l’effetto ottico orb, il poeta pensa all’Italia e in particolare a Messina, rendendo omaggio alle sirene e alle scille morte nel terremoto del 1908.

Nel verso originale Apollinaire scrive:

 

C’est la nuit je suis dans mon blockhaus éclairé par

    l’électricité en bâton

Je pense à toi pays des 2 volcans

Je salue le souvenir des sirènes et des scylles mortes

 au moment de Messine

Je salue le Colleoni équestre de Venise

Je salue la chemise rouge

Je t’envoie mes amitiés Italie et m’apprête à applaudir

 aux hauts faits de ta bleusaille[5]

 

Qui in basso la traduzione della strofa da me effettuata:                             

È notte sono nel mio fortino illuminato dalle

    torce elettriche

Penso a te paese dei due vulcani

Rendo omaggio al ricordo delle sirene e delle scille morte

           il giorno del terremoto di Messina

Saluto il Colleoni a cavallo di Venezia

Do il benvenuto alle camicie rosse

Ti do la mia amicizia Italia e mi accingo ad applaudire

     le grandi gesta dei tuoi cadetti

 

Nei versi restanti della strofa sopracitata Apollinaire menziona la statua equestre del condottiero mercenario Bartolomeo Colleoni realizzata da Andrea Verrocchio a Venezia per omaggiare la grandezza della Serenissima e, prima di dichiarare la propria amicizia al Bel Paese, esprime il proprio apprezzamento per Garibaldi e i suoi Mille che si sono battuti per l’Unità d’Italia.

Non sarà tuttavia il campo di battaglia a porre fine alla vita del poeta soldato. Non sarà la ferita grave alla testa riportata nel 1916 a ucciderlo, ma la febbre spagnola: l’epidemia spesso citata in questi mesi di emergenza sanitaria. Il 9 novembre 1918 Apollinaire morirà nella sua casa di Parigi a pochi giorni dalla firma dell’armistizio di Compiègne (11 novembre 1918) che porrà fine alla prima guerra mondiale e sancirà una pace umiliante per la Germania che provocherà il crollo dell’impero e la nascita della fragile repubblica di Weimar.

Diverso è invece il rapporto di Damien Saez con Messina.

Nella canzone Messine del 2012 il cantautore francese narra di una storia d’amore finita e rimpiange, anche se all’inizio del testo mente dichiarando il contrario, di non aver potuto portare la sua ex compagna a Messina, Venezia – che anche in questo caso per coincidenza voluta o meno viene menzionata sempre dopo la città dello Stretto –, La Rochelle e Roubaix. Il problema è che lei non è voluta neanche venire a raggiungerlo a Roubaix dove non c’è il mare ma avrebbero potuto far finta che ci fosse. Allora non fa niente per questi viaggi incompiuti, perché senza la sua ex non avrebbero avuto senso. A questo punto però il desiderio di lei raggiunge il culmine e la mancanza e la distanza gli suscitano una passione folle e viscerale che ricorda quelle che provarono Rousseau per Sophie d’Houdetot e ancor prima per madame de Warens e Apollinaire per Louise de Coligny-Châtillon detta Lou e in seguito per Madeleine Pagès. Per amarsi non c’è bisogno di andare a Messina o da qualche altra parte. Basta incontrarsi a casa di uno dei due e in quel momento lei diventerà la sua Venezia, la sua chiesa e il suo Louvre. Sì, perché non c’è bisogno di andare in un museo a vedere dipinti che sembrano nature morte quando lei è molto meglio dei corpi dipinti da Michelangelo. L’amore corrisposto rende tutto possibile, perfino la presenza del mare in una città industriale come Roubaix con i suoi pavé e il suo canale.

In tutti questi tre autori trattati si è visto come Messina assume un significato diverso.

In Rousseau è semplicemente un fatto storico che determina un periodo di quarantena che gli ha dato modo di dedicarsi alle sue riflessioni e di portare avanti le sue passioni quali la lettura e la scrittura. In Apollinaire la città dello Stretto assume un significato storico simbolico che gli permette di comprendere la tragedia di una guerra vissuta come inevitabile e di mostrare la propria sincera amicizia all’intero popolo italiano. In Saez invece il richiamo a Messina assume i contorni di un miraggio simile a quello della fata Morgana che a volte si vede apparire sullo Stretto. La città sembra a portata di mano e con essa la possibilità dell’amore, ma è soltanto un’illusione e non resta che affidarci all’immaginazione per fantasticare su quello che la coppia avrebbe potuto essere e non è stato.

Tre autori francesi di secoli differenti ci mostrano il loro rapporto con Messina in una condizione di isolamento, di guerra o di abbandono mostrandoci un volto della città che non avevamo considerato e che ci aiuta a porci in una nuova prospettiva per comprendere meglio il nostro territorio.

In appendice è possibile leggere le mie traduzioni della poesia di Apollinaire e della canzone di Saez.


Appendice

 

All’Italia di Guillaume Apollinaire

Traduzione a cura di Roberto Cavallaro

 

A Ardengo Soffici

 

L’amore ha scosso la mia vita come si scuote la terra

    nelle zone di belligeranza

Ho raggiunto la maturità quando giunse la guerra

E in questo giorno di agosto 1915 il più afoso dell’anno

A riparo nell’ipogeo fortificato che io stesso ho contribuito a scavare

È a te che penso Italia madre dei miei pensieri

 

E già allora quando Von Kluck avanzava su Parigi prima dell’offensiva della

  Marna

Evocavo il sacco di Roma dei Tedeschi

Il sacco di Roma di cui ne hanno fatto menzione

Bonaparte il vicario spagnolo Delicado e l’Aretino

Mi dicevo

È possibile che la nazione

Madre di ogni civiltà

Assista indifesa agli atti che si perpetrano ai

    suoi danni

 

Poi sono giunti i tempi in cui le tombe si sono schiuse

I fantasmi degli Schiavi si sono scagliati

Continuando a fremere gridando ASSALTO AI TEDESCHI

Noi l’esercito invisibile dalle grida accecanti

Più dolci del miele e più semplici di uno stralcio

   di terra

 

Noi ti diamo benevolmente le spalle Italia

Ma non avercela con noi ti vogliamo bene veramente

Italia madre ma anche nostra figlia

 

Noi siamo qui tranquillamente e senza tristezza

E se malgrado le maschere i sacchi di iuta i tronchi

    noi dovessimo morire

Sappiamo che un altro prenderebbe il nostro posto

E che gli eserciti non moriranno mai

 

Non sono lunghi i mesi né tantomeno i giorni e le notti

È la guerra che è lunga

 

Italia

Tu nostra madre e nostra figlia qualcosa che assomiglia a una

    sorella

Anch’io come te per confortarmi

Mi scolo un quarto di vino

Che fa tanta differenza tra noi e i Crucchi

Anch’io come te partecipo al volo dei 75 aeroplani

simili a stormi di pernici

Come te sono esente da questo orgoglio tetro dei Crucchi

   e so divertirmi

Non sono eccessivamente sentimentale come lo sono queste

      persone incontrollabili le cui azioni superano ogni limite senza

      che siano in grado di divertirsi

La nostra civiltà è più raffinata rispetto alle cose che loro

   utilizzano

Va al di là della vita comoda

E dell’aspetto dei manufatti artistici e industriali

I fiori sono i nostri figli non i loro

Lo stesso giglio che muore al Vaticano

La pianura è infinita e le trincee sono bianche

Gli aerei ronzano come api

Sulle rose momentanee delle esplosioni

E le notti assomigliano a ghirlande di luci abbaglianti

A orb dai colori insospettati

 

Noi sappiamo godere perfino delle nostre sofferenze

La nostra indole è affascinante la passione arriva quando occorre

Siamo maliziosi poiché sappiamo fare la nostra parte

E non c’è più pazzia in colui che lancia le granate

  che in quello che pela le patate

Tu ami un po’ più di noi i gesti e le parole

   squillanti

Hai a tua disposizione le magie etrusche il senso

     della maestà eroica e il coraggioso onore

     individuale

Noi d’altro canto abbiamo il sorriso indoviniamo quello che non

   ci viene detto sappiamo cavarcela e perfino

   i più pavidi saprebbero all’occorrenza dare dimostrazione

   di spirito di sacrificio che volgarmente chiamiamo coraggio

E fumiamo di brutto con voluttà

 

È notte sono nel mio fortino illuminato dalle

    torce elettriche

Penso a te paese dei due vulcani

Rendo omaggio al ricordo delle sirene e delle scille morte

          il giorno del terremoto di Messina

Saluto il Colleoni a cavallo di Venezia

Do il benvenuto alle camicie rosse

Ti do la mia amicizia Italia e mi accingo ad applaudire

    le grandi gesta dei tuoi cadetti

Non perché immagino che non ci sarà mai più

     felicità o sfortuna in questo mondo

Ma perché come te mi piace riflettere in solitudine e penso che

     i Crucchi me lo impedirebbero

Ma perché il gusto naturale delle perfezione che

     ci contraddistingue l’un l’altro se ci lasciassero fare

     sarebbe presto sostituito da non so quali

     comodità di cui non so che farmene

E soprattutto perché come te so che voglio scegliere

   e che loro invece vorrebbero costringerci a non farci scegliere più

Uno stesso destino ci unisce in questa circostanza

 

Non è per il popolo nel suo complesso che lo dico

Ma per ciascuno dei tuoi Italia

 

Non limitarti a conquistare le terre irridenti

Metti il tuo destino nel nostro piatto della bilancia

 

I riflettori lanciano i loro bagliori come occhi

  di lumaca

E le granate che cadono sono dei cani che lanciano

   della terra con le zampe dopo aver fatto i

    bisogni

 

Il nostro esercito invisibile è una bella notte stellata

E ognuno dei nostri uomini è un astro meraviglioso

 

               O notte o notte splendente

      I morti sono con i nostri soldati

      I morti sono in piedi nelle trincee

Dove scivolano nel sottosuolo verso le schiere nemiche a noi così care

O Lille Saint-Quentin Loan Mauberge Vouziers

Noi lanciamo le nostre città come granate

I nostri fiumi sono branditi come sciabole

Le nostre montagne caricano come reggimenti di cavalleria

 

Riprendiamo le città i fiumi e le colline

Dalle frontiere svizzere alle frontiere olandesi

               Tra te e noi Italia

           Ci sono dei villaggi pieni di donne

            E vicino a te mi aspetta quella che amo

                   O Fratelli d’Italia

 

        Onde nuvole tossiche

Rottami metallici che voi arrugginite ovunque

O fratelli d’Italia con le vostre penne nel capello

                           Italia

Senti i gemiti di Louvain osserva Reims torcere le braccia

E questo soldato ferito sempre in piedi a Arras

 

E adesso volgiamo un canto per chi è morto

                Per chi è vivo

      Gli ufficiali i soldati

I fucili Rosalie i cannoni i razzi le eliche le vanghe

   i cavalli

     Cantiamo per gli anelli dai colori tenui per gli elmetti

     Cantiamo per coloro che sono morti

     Cantiamo per la terra che sbadiglia di noia

     Cantiamo e ridiamo

     Per gli anni avvenire

                    Italia

Senti il raglio dell’asino crucco

Facciamo la guerra a colpi di fruste

Fatte con i raggi del sole

                  Italia

Cantiamo e ridiamo

Per gli anni avvenire

 

 

Messina di Damien Saez

Traduzione a cura di Roberto Cavallaro

 

Mi sarebbe piaciuto amarti

Portarti a Messina

Seguirti a La Rochelle

Farti vedere la mia Roubaix

Sì, ma non sono riuscito a

Prendere il traghetto

Io, un istante prima avevo creduto

Di vedere il mare a Roubaix

Allora fa niente per Messina

In ogni caso con te

Allora fa niente per Venezia

Tanto peggio per te

Che mi sei sfuggita di mano

Io sono senza rimpianto

I pavé di Roubaix

A te non sarebbero piaciuti.

 

Mi sarebbe piaciuto averti

Come si prenderebbe il largo

Come si farebbe un viaggio

Solo per il piacere di farlo

Conoscere l’ignoto

Dirsi che è possibile

Che a ogni angolo

Si può toccare il cielo

Che sì, si può fuggire

Fino alla fine del mondo

Che a ogni secondo

Si può trovare l’amore

Che quando c’è niente è impossibile

Che quando c’è si può fare tutto

Dai sorrisi ai nostri singhiozzi

E a Roubaix il mare

 

Vieni ci regaleremo Venezia

Sì dai a casa tua o a casa mia

Vieni ci regaleremo Venezia

Io sarò italiano e tu sarai tu

Non abbiamo bisogno di Parigi

Di Messina o di qualche altro posto

I pavé di Roubaix lo sai

Sono più che sufficienti per amarsi

Poiché Venezia sì dai sei tu

E Roubaix sì dai sono io

Siamo la Bella e la Bestia

Sai come si dice: siamo il rosso

E il nero che risplendono in cielo

Amore prendi il mio amore

E sì dai lasciamo ai turisti

La morte dei musei

Poiché ebbene sì

Meglio di Michelangelo

Sono le tue natiche

In cui mi confesso

Perché sei tu Venezia

Perché sei tu la mia chiesa

Perché sei tu il mio Louvre

  

 Mi sarebbe piaciuto averti

Come si prenderebbe il largo

Come si farebbe un viaggio

Solo per il piacere di farlo

Conoscere l’ignoto

Dirsi che è possibile

Che a ogni angolo

Si può toccare il cielo

Che sì, si può fuggire

Fino alla fine del mondo

Che a ogni secondo

Si può trovare l’amore

Che quando c’è niente è impossibile

Che quando c’è si può fare tutto

Dai sorrisi ai tuoi singhiozzi

E a Roubaix il mare

 

[1] Jean-Jacques Rousseau, Le confessioni, trad. it. di Valentina Valente, Mondadori, Milano, 1990, p. 363.

[2] Ivi, p. 364.

[3] Ibidem.

[4] Ivi. p. 365.

[5] Guillaume Apollinaire, Á l’Italie, in Calligrammes, Gallimard, Parigi, 2007.

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Sat, 16 May 2020 10:33:56 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1174/1/il-richiamo-di-messina-nella-letteratura-e-canzone-francese-tra-settecento-e-duemila-
42 anni fa veniva promulgata la Legge Basaglia https://www.mutualpass.it/post/1175/1/42-anni-fa-veniva-promulgata-la-legge-basaglia https://www.mutualpass.it/post/1175/1/42-anni-fa-veniva-promulgata-la-legge-basaglia]]> Il 13 Maggio di 42 anni fa veniva promulgata la legge 180, più nota come Legge Basaglia, dal nome dello psichiatria che la ispirò. In quel giorno, il Parlamento Italiano sancì che i manicomi erano delle istituzioni da abbattere e i malati mentali pazienti da curare.

La legge rappresentò una vera a propria rivoluzione culturale, medica e scientifica, basata sulle teorie psichiatriche sviluppate e sperimentate da Franco Basaglia. Fino a quel momento i manicomi erano soltanto dei luoghi di contenimento fisico dove i metodi di contenzione non erano dei più convenzionali, le terapie farmacologiche erano pesanti e invasive e si faceva spesso ricorso alla terapia elettroconvulsiva.

Basaglia fu un neuropsichiatra, più interessato al malato che alla patologia e dimostrò, tramite l’esperienza in un ospedale psichiatrico a Gorizia, che quelli che erano semplicemente definiti “matti” si potevano assistere in un altro modo. Venne concesso il diritto a passeggiare, a consumare pasti all’aperto e addirittura a lavorare. Si cominciò a prendere cura dei pazienti e a riconoscere i loro bisogni, con risultati medici ottimi.

Negli anni '70 in Italia esistevano 98 ospedali psichiatrici e circa 89mila internati, persone che spesso non avevano mai vissuto al di fuori di queste strutture, isolati dalla società e abbandonati in condizioni al limite della sopravvivenza.

Oggi il sistema dei servizi di Salute Mentale Italiano ha delle caratteristiche uniche nello scenario internazionale, è l’unico che non si avvale di ospedali psichiatrici ed è interamente appartenente al Sistema Sanitario Nazionale, inoltre ha la legislazione più liberale per quanto riguarda la limitazione della libertà individuale tramite il Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Molti passi in avanti sono stati fatti da quel giorno, tuttavia, bisogna incrementare le risorse che nel nostro paese sono spesso insufficienti e soprattutto, bisogna lavorare molto sull’aspetto culturale, quello che riesce a sconfiggere la paura dell’altro e di ciò che non si riesce a comprendere.


Medika, la Card della Salute

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Wed, 13 May 2020 10:07:05 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1175/1/42-anni-fa-veniva-promulgata-la-legge-basaglia
Le 5 opere più belle di Salvador Dalì https://www.mutualpass.it/post/1171/1/le-5-opere-piu-belle-di-salvador-dali https://www.mutualpass.it/post/1171/1/le-5-opere-piu-belle-di-salvador-dali]]> Salvador Dalì nasce a Figueres, in Spagna, l’11 Maggio 1904. Frequenta l'Accademia di belle arti di San Fernando a Madrid. Fondamentale, nella sua formazione artistica, sarà il soggiorno a Parigi, che gli permetterà di conoscere Pablo Picasso. La sua prima pittura è connotata dalle influenze futuriste, cubiste, e soprattutto dall'opera di Giorgio De Chirico.

La sua attenzione pittorica viene attirata dalle riproduzioni di dipinti di Max Ernst, Miró e Tanguy, i maestri dell'inconscio tradotto su tela. Nel 1929 entra finalmente nel gruppo dei surrealisti e nel 1931 elabora gli "oggetti surrealisti a funzione simbolica", Ma il suo surrealismo fortemente personalizzato.

Nel 1930 pubblica "La femme visible", saggio dedicato a Gala, sua moglie, modella e musa per tutta la vita. Questo libro segna un nuovo orientamento di Dalí, che inizia a coniugare un realismo quasi accademico con un delirio deformante.

Nel 1936 Dalí partecipa all'Esposizione internazionale dei surrealisti a Parigi e ad Amsterdam. Tra il 1940 e il 1948 vive a New York, insieme a Gala Éluard, occupandosi di moda e design. In questi anni ha occasione di esporre le sue opere al Museum of Modern Art insieme a Miró.

In questo periodo comincia una serie di collaborazioni scenografiche con il mondo del cinema. Nel decennio sucessivo espone in Italia, a Roma e Venezia, e a Washington.

Sette anni dopo espone le sue opere stereoscopiche al Guggenheim Museum e a maggio del 1978 viene nominato membro dell' Accadémie des Beaux-Artes di Parigi. L'anno seguente si tiene una retrospettiva di Dalí al centre Georges Pompidou di Parigi, trasferita poi alla Tate Gallery di Londra.

Nel maggio del 1983 dipinge "La coda di rondine", suo ultimo quadro. Nel 1984 riporta gravi ustioni a causa dell'incendio della sua camera al castello di Pùbol, dove ormai risiede stabilmente. Salvador Dalì muore il 23 gennaio 1989 nella torre Galatea a causa di un colpo apoplettico, verrà sepolto a Figueres.

 

Nel giorno dell'anniversario della sua nascita abbiamo provato a stilare una piccola classifica con le 5 opere più belle di Salvador Dalì:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mon, 11 May 2020 07:55:21 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1171/1/le-5-opere-piu-belle-di-salvador-dali
I Templari a Messina https://www.mutualpass.it/post/1169/1/i-templari-a-messina https://www.mutualpass.it/post/1169/1/i-templari-a-messina]]> L’Ordine è puro, è santo. Le accuse sono assurde, le confessioni false!”. Mentre queste parole lasciavano il segno nella Storia come scudisciate, urlate dal vecchio Jacques de Molay – ventitreesimo Gran Maestro dell’Ordine dei Templari – il 18 marzo 1314 durante il rogo finale di Parigi, l’”Ordine Sovrano e Militare del Tempio di Gerusalemme” veniva fatto divorare dalla Chiesa, la stessa che i templari avevano scelto come madre, dall’inizio della loro costituzione.

L’Ordine, fondato nel 1118, 1119 o 1120 da nove cavalieri francesi alla guida di Hugues de Payns e Geoffrey de Saint-Omer, prese questo nome perché il re di Gerusalemme, Baldovino II, consentì loro di risiedere in un’ala del Palazzo Reale sullo stesso sito del Tempio di Salomone a Gerusalemme. La “Militia Templi” o “Poveri Cavalieri del Tempio di Gerusalemme”, così costituita, aveva come scopo principale proprio la protezione dei pellegrini nel passaggio da Giaffa a Gerusalemme verso i luoghi santi. Il simbolo da loro adottato, oltre a quello notissimo dei due cavalieri su un solo cavallo, a sottolineare il carattere di povertà del neonato Ordine, fu il Tempio della Roccia di Gerusalemme perché carico di significati cristiani: dalla Roccia Dio prese la polvere per creare Adamo; su di essa Noè eresse un altare di ringraziamento a Dio per essere sopravvissuto al Diluvio; su di essa Abramo stava per sacrificare il figlio Isacco; su di essa era posta l’Arca dell’Alleanza con le Tavole dei Dieci Comandamenti del Tempio di Salomone. Perfino da essa il Profeta Maometto partì per il viaggio notturno in Paradiso.

Nel 1128 San Bernardo di Chiaravalle diede la Regola ai Cavalieri che adottarono la rossa croce patriarcale sul mantello bianco e il motto “Non nobis Domine, non nobis, sed nomine tuo da gloriam” (“Non a noi Signore, non a noi, ma al Nome Tuo va la gloria”), con la bandiera di guerra, il “Baucent”, bianca e nera, allegoria ermetica alchemica dove dalla “nigredo”, la notte oscura dell’anima, si passa all’”Albedo”, il bianco luminoso della rinascita. Divenuti col passare del tempo sempre più ricchi e potenti, i Templari che furono anche gli inventori della moderna carta di credito, ben presto suscitarono gli interessi di Filippo IV il Bello re di Francia, in perenne dissesto economico ed avidissimo di denaro. Con l’appoggio del pontefice Clemente V che aveva trasferito la sede papale ad Avignone, i Templari furono accusati di sputare sul Crocifisso, di bestemmiare, di adorare l’idolo “Baphomet”, accuse spudoratamente false che però sortirono l’effetto voluto: all’alba di venerdì 13 ottobre 1307 tutti i Templari di Francia furono arrestati e consegnati nelle mani degli inquisitori mentre l’Ordine venne soppresso con Bolla papale.

Il ventiduesimo ed ultimo Gran Maestro dell’Ordine, Jacques de Molay, venne arso vivo a Parigi il 18 marzo 1314. Mentre bruciava, invocò la giustizia divina e profetizzò che entro l’anno re e papa sarebbero comparsi al cospetto di Dio: così fu perché il 20 aprile 1314 Clemente V morì di cancro allo stomaco e il 29 novembre dello stesso anno, Filippo il Bello che si era impossessato dei beni dei Templari, lo seguì nella tomba.

A Messina, nel 1131, l’Ordine fondò la PRIMA DOMUS TEMPLARE IN ITALIA nel monastero benedettino con chiesa annessa di Santa Maria Maddalena della Valle Josafat (oggi edificio della “Casa dello Studente”). Agli inizi del 1200, dopo una consistente espansione, l’Ordine costruì un’altra Domus composta dalla chiesa di San Marco, dal Convento e dall’Ospedale per i pellegrini dedicato a Santa Maria dei Bianchi (nell’area dove oggi sorgono il Palazzo della Provincia Regionale e il Liceo Scientifico “Seguenza”).

Della presenza Templare a Messina oggi rimangono il Palazzo Castelli e le “Case Guglielmo” a Santa Lucia Sopra Contesse, mansione poi venduta nella seconda metà del sec. XIII ai Padri Domenicani; il portale dell’Ecclesia di San Marco con raffigurate testine di Templari con l’elmo nella ghiera dell’arco ogivale a zig-zag, oggi al Museo Regionale; la via Templari che si sviluppa a monte e parallela alla via 24 Maggio e il simulacro della Madonna dei Bianchi, a Curcuraci, la cui festa con la processione del fercolo si svolge ogni anno la prima domenica di settembre.
E’ tempo – e ne è passato anche troppo - che la Chiesa dia inizio ad un processo di revisione della Bolla di Clemente V che porti alla giusta, completa riabilitazione di un glorioso Ordine innocente che ebbe il solo “torto” di essere totalmente al servizio di Dio, e, ad ogni costo, ne seguì con obbedienza e senza reagire la Sua volontà.
Fino in fondo.

Nino Principato

 

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Fri, 8 May 2020 08:14:03 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1169/1/i-templari-a-messina
5 Maggio 2020 - Giornata Mondiale dell’Igiene delle mani https://www.mutualpass.it/post/1172/1/5-maggio-2020-giornata-mondiale-dell-igiene-delle-mani https://www.mutualpass.it/post/1172/1/5-maggio-2020-giornata-mondiale-dell-igiene-delle-mani]]> Oggi, 5 Maggio, si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell’Igiene delle Mani, che quest’anno assume un’importanza ancora maggiore e strategica. Le mani sono la prima arma a disposizione di tutti per la difesa da tutte le infezioni, a partire da quella da Covid-19.

Tenere le mani pulite quindi diventa un gesto d'amore nei nostri confronti e di chi ci sta intorno. Il tema scelto per questo 2020 è "Cura le mani, le mani curano", per questo vi proponiamo la nostra infografica sul corretto modo di lavare le mani, che segue le direttive del Ministero della Salute.

La giornata, inserita negli eventi dedicati all’anno di infermieri ed ostetriche, è l'occasione per sensibilizzare il pubblico sul fatto che l'igiene delle mani aiuta a prevenire ogni tipo di infezione, non solo quella da Covid-19, ad esempio durante l'assistenza ai malati.

In Italia ogni anno vengono stimati 10.000 decessi per infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, 200.000 casi di infezioni da germi multiresistenti, 4 persone ogni 100 nelle lungodegenze hanno una infezione correlata all’assistenza, 6 pazienti ogni 100 presenti in ospedale e nell’assistenza domiciliare hanno una infezione correlata all’assistenza. La media del consumo di soluzioni idroalcoliche per l’igiene delle mani in Italia è però al di sotto del minimo raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità.

Bisogna lavarsi le mani spesso e accuratamente con acqua e sapone per 40-60 secondi. Se non sono disponibili acqua e sapone, è possibile utilizzare anche un disinfettante per mani a base di alcol con almeno il 60% di alcol. Il virus entra nel corpo attraverso gli occhi, il naso e la bocca, quindi evita di toccarli con le mani non lavate, come spesso succede come gesto naturale. Non bisogna invece lavare solo il palmo e il dorso delle mani, ma bisogna eseguire un lavaggio completo di tutte le parti compresi gli spazi tra le dita.

I guanti non devono sostituire la corretta igiene delle mani. Il lavaggio delle mani non deve essere eseguito senza rimuovere i gioielli. Alla fine del lavaggio non bisogna toccare i rubinetti per richiudere l acqua ma utilizzare un fazzoletto o la piega del gomito per evitare che le mani pulite entrino a contatto con superfici sporche.


Medika, la Card della Salute

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Tue, 5 May 2020 00:22:14 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1172/1/5-maggio-2020-giornata-mondiale-dell-igiene-delle-mani
29 Aprile 2020 - Giornata Mondiale della Danza https://www.mutualpass.it/post/1170/1/29-aprile-2020-giornata-mondiale-della-danza https://www.mutualpass.it/post/1170/1/29-aprile-2020-giornata-mondiale-della-danza]]> La Giornata Mondiale della Danza, promossa dall’Unesco, è stata istituita nel 1982 dal Comitato Internazionale della Danza dell'Istituto Internazionale del Teatro e la data è stata scelta per commemorare la nascita di Jean-Georges Noverre (Parigi, 29 aprile 1727 – Saint-Germain-en-Laye, 19 ottobre 1810), il più grande coreografo della sua epoca, nonché creatore del balletto moderno.

Una giornata di festa che accomuna tutti i paesi del mondo, e che viene celebrata ogni anno da professionisti, coreografi, ballerini e appassionati della disciplina.

Secondo uno studio svedese, la danza è uno strumento utile contro lo stress e la depressione negli adolescenti. Un corso di otto mesi è sufficiente a far stare meglio le ragazze, mantenendo il beneficio per un anno. Il ballo, infatti, ha il potere di rafforzare i pensieri positivi e l'autostima, tenendo lontano il malessere frequente nell'età adolescenziale.

Lo studio è stato condotto su 112 ragazze tra i 13 e 18 anni, seguite per tre anni, in una scuola svedese. Le giovani sono state reclutate dall'infermiera scolastica tra le studentesse che esprimevano il loro malessere con disturbi psicosomatici ricorrenti: mal di testa, stanchezza, inquietudine, depressione. La metà del gruppo ha seguito un programma di danza, mentre le altre sono state controllate per un confronto. Il corso di danza (contemporanea, africana, moderna o jazz) si è tenuto due volte la settimana, seguendo uno schema standard: 15 minuti di riscaldamento, 40 minuti di danza, stretching, massaggio e rilassamento.

Ogni lezione permetteva uno spazio per la libera espressione, con coreografie immaginate dalle ragazze. In maniera regolare, inoltre, le studentesse compilavano un particolareggiato questionario sul loro stato di salute. Dopo 8 mesi i dati di benessere erano migliorati molto. E il 91% delle ragazze considerava positiva l'esperienza.

In questo periodo difficile di quarantena, in cui il nostro corpo e soprattutto la nostra mente sono sottoposti a stress ricorrenti, la Danza, anche in casa, può essere un modo utile per trovare benessere.


Medika, la card della Salute

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Wed, 29 Apr 2020 01:50:53 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1170/1/29-aprile-2020-giornata-mondiale-della-danza
23 aprile 2020 - Giornata del Libro https://www.mutualpass.it/post/1168/1/23-aprile-2020-giornata-del-libro https://www.mutualpass.it/post/1168/1/23-aprile-2020-giornata-del-libro]]> La Giornata mondiale del libro e del diritto d'autore viene promossa dell'UNESCO, per la prima volta nel 1996, per promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la tutela del copyright.

La data scelta è il 23 Aprile perché è il giorno in cui sono morti, nel 1616, tre scrittori considerati dei pilastri della cultura universale: Miguel de Cervantes, William Shakespeare e Garciloso de la Vega. L’idea di questa celebrazione è nata in Catalogna, dove ogni 23 aprile, giorno di San Giorgio, una rosa viene tradizionalmente data come un dono per ogni libro venduto. Quest’anno mancherà naturalmente questo aspetto della festa in città, e il dono della rosa sarà virtuale e avrà un particolare significato di solidarietà verso chi sta soffrendo.

La Conferenza generale dell’UNESCO rende tributo mondiale a libri e autori in questa data, incoraggiando tutti, ed in particolare i giovani, a scoprire il piacere della lettura e mostrare un rinnovato rispetto per il contributo insostituibile di quelle persone che hanno promosso il progresso sociale e culturale dell’umanità.

Il libro e la lettura rappresentano un mezzo di approfondimento e di conoscenza, sono strumento di informazione e di apprendimento culturale, entrambi oggi indispensabili per superare le incertezze e le precarietà legate alla paura della globalizzazione, del cambiamento e del diverso. La lettura, che consiste anche in un piacere ineguagliabile per gli appassionati, ci consente di entrare in mondi, vite e tempi diversi e ci dà la possibilità di avvicinarci a esperienze e realtà lontane dalla nostra, accrescendo così la nostra conoscenza e la consapevolezza di quanto il mondo che ci circonda sia poliedrico.  

In questa giornata vogliamo invitarvi a visitare la nostra rubrica dedicata alle recensioni letterarie https://www.mutualpass.it/rubriche/1/un-libro-per-stare-bene 

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Thu, 23 Apr 2020 08:01:59 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1168/1/23-aprile-2020-giornata-del-libro
22 aprile 2020 - Giornata della Terra https://www.mutualpass.it/post/1167/1/22-aprile-2020-giornata-della-terra https://www.mutualpass.it/post/1167/1/22-aprile-2020-giornata-della-terra]]> Il 22 aprile di ogni anno si celebra la Giornata della Terra, che quest’anno festeggia il 50esimo anniversario.

Il tema scelto per quest’anno è “Azione per il clima”. L'enorme sfida, ma anche le grandi opportunità, dell'azione sui cambiamenti climatici hanno distinto la questione come argomento più urgente per il 50° anniversario. Il cambiamento climatico rappresenta la più grande sfida per il futuro dell'umanità e dei sistemi di supporto vitale che rendono il nostro mondo abitabile.

La Giornata della Terra è stata una risposta unificata ad un ambiente in crisi: fuoriuscite di petrolio, smog, buco nell’ozono, fiumi talmente inquinati che hanno letteralmente preso fuoco. Il 22 aprile 1970, 20 milioni di americani - all'epoca il 10% della popolazione americana - scesero in strada, nei campus universitari e in centinaia di città per protestare contro l'ignoranza ambientale e chiedere una nuova via per il nostro pianeta.

Il primo Earth Day avvenne con il lancio del moderno movimento ambientalista ed è ora riconosciuto come il più grande evento civico del pianeta. La prima Giornata della Terra nel 1970 ha lanciato un'ondata di azione, compresa la negoziazione di nuove leggi ambientali in tutto il mondo.

Il mondo ha bisogno di noi e delle nostri azioni. C'è così tanto che possiamo fare per aiutare a proteggere e ripristinare il nostro pianeta, a partire dalla quotidianità di ognuno di noi, basta volerlo!

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Wed, 22 Apr 2020 08:35:20 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1167/1/22-aprile-2020-giornata-della-terra
Scrivo dunque sono. Libertà e rivendicazione di sé nella diaristica femminile giapponese di epoca Heian. https://www.mutualpass.it/post/1166/1/scrivo-dunque-sono-liberta-e-rivendicazione-di-se-nella-diaristica-femminile-giapponese-di-epoca-heian https://www.mutualpass.it/post/1166/1/scrivo-dunque-sono-liberta-e-rivendicazione-di-se-nella-diaristica-femminile-giapponese-di-epoca-heian]]> Riflessione sulle opere Diario di Murasaki Shikibu, Diario di Izumi Shikibu e Le memorie della dama di Sarashina curate e tradotte da Carolina Negri.

A molti di noi sarà capitato di scrivere un diario nell’infanzia o nell’adolescenza per familiarizzare con la scrittura e annotare la nostra vita e i nostri stati d’animo. A volte magari non avevamo neanche intenzione di sederci a scrivere delle nostre giornate, ma l’insegnante di italiano o di inglese ce lo imponeva come compito da fare a casa e non ci restava altro che sgobbare. Ad esempio io ricordo che quando ho fatto la vacanza studio a Cork l’insegnante neozelandese tifoso degli All Blacks che aveva interpretato un uruk-hai in uno dei film della saga Il Signore degli Anelli di Peter Jackson ci aveva assegnato di tenere un diario in cui dovevamo raccontare le nostre giornate. Non era un compito che facevo molto volentieri, anche perché un po’ per pigrizia e un po’ per paura di mettere a nudo i miei sentimenti utilizzando un inglese mediocre temevo di fare una magra figura di fronte alla classe. A questo punto si potrebbe obiettare che non c’è motivo di avere paura di mettere su carta il proprio vissuto, tanto non è che siamo dinanzi a un genere letterario degno di nota.

Sì, la critica e l’opinione comune hanno spesso derubricato il diario come un genere letterario minore che non merita di essere paragonato alla poesia o al romanzo e — come nota Carolina Negri nell’introduzione a Le memorie della dama di Sarashina   — “neanche il prestigio di illustri diaristi dell’epoca, come André Gide, Paul Valéry e Paul Claudel, riuscì a eliminare del tutto il persistente cliché che considera il diario un genere inferiore, privo delle qualità che ci si aspetta da un’opera letteraria”[1].  Molto importante senza dubbio è il contributo di Virginia Woolf che in A Room of One’s Own del 1929 evidenzia come attraverso la scrittura diaristica le donne abbiano avuto accesso a quella stanza tutta per sé in cui poter affermare la propria libertà, la propria indipendenza e il proprio valore letterario, dando avvio agli studi di genere femministi che hanno considerato “il diario come una forma di scrittura autobiografica, destinata a diventare un’arma per costruire il mondo e la storia delle donne in opposizione alla cultura maschile”[2].

A mio modo di vedere nella seconda metà del XX secolo e nel XXI secolo la scrittura intimistica del diario è stata fatta propria dal romanzo autobiografico — come ad esempio le opere di Annie Ernaux e Karl Ove Knausgård — in cui gli autori rivelano le verità più recondite della loro personalità con una naturalezza e sincerità di cui ritroviamo traccia nella letteratura memorialistica come in Les Confessions di Jean-Jacques Rousseau e in A Moveable Feast di Ernest Hemingway.

Ridurre la scrittura autobiografica a una narrativa di genere è però a mio giudizio quanto di più sbagliato si possa compiere, perché se è vero che le donne hanno trovato in questo tipo di letteratura un modo di uscire dall’anonimato è altrettanto vero che anche gli uomini ne hanno fatto ricorso per mettere a nudo la propria anima.

In tal senso i diari (nikki) della letteratura giapponese dell’epoca Heian (794-1185) sono un genere letterario in cui le donne in primis — e a volte anche gli uomini —   hanno provato ad abbattere i pregiudizi e i vincoli culturali della rigida organizzazione sociale imperiale per creare una letteratura originale e autentica svincolata dalla tradizione cinese.

Le caratteristiche principali di questi diari sono i caratteri kana, “una scrittura fonetica nata dalla semplificazione dei caratteri cinesi”[3], e l’alternanza di prosa e poesia per affrontare “un argomento centrale stabilito dall’autore”[4] mediante l’uso di uno stile intimistico piegato alle leggi temporali della memoria, che non sono lineari ma si piegano allo spazio-tempo dell’interiorità. Questi diari si distinguono da quelli ufficiali di tipo amministrativo che erano scritti in cinese esclusivamente da uomini che ricoprivano importanti incarichi politici.

Sebbene i nikki fossero scritti essenzialmente da donne, tuttavia il suo inventore fu un uomo, Ki no Tsurayuki, che nel 935 scrisse il Diario di Tosa (Tosa Nikki) in cui adottando la voce narrante femminile[5] narra il viaggio di ritorno di un ex governatore di provincia a Kyōto, soffermandosi sul desiderio nostalgico di riprendere la vita mondana della capitale.

Tsurayuki crea un nuovo genere letterario, ma commetteremmo un grande sbaglio se pensassimo che fosse spinto dall’intenzione di liberare la donna dal ruolo di marginalizzazione sociale a cui purtroppo era relegata come figlia, moglie e madre di un uomo. L’incontro tra i due sessi è fatto esclusivamente a proprio vantaggio per affermare la propria grandezza come uomo nella prosa giapponese femminile e ciò si evince dalla predilezione delle poesie scritte da uomini contenute nel Kokinshū (Raccolta di poesie giapponese antiche e moderne, 905 ca.) di cui fu uno dei compilatori.

Tuttavia a mio modo di vedere il tentativo di Tsurayuki di adozione del punto di vista femminile in un’opera letteraria non merita di passare inosservato dal momento che le scrittrici della letteratura classica giapponese considereranno il Tosa nikki come un modello letterario di riferimento per le loro opere autobiografiche.

A tal proposito meritano particolare attenzione per il loro stile e contenuto il Diario di Murasaki Shikibu, il Diario di Izumi Shikibu e Le memorie della dama di Sarashina. Ciò che più affascina di questi diari è la loro varietà tematica che rende il nikki un genere letterario affascinante e degno attenzione non meno dei monogatari (racconti) di cui il Genji Monogatari di Murasaki Shikibu, il primo romanzo della storia di cui si sia a conoscenza, è uno delle maggiori produzioni.

Il Diario di Murasaki Shikibu, composto nel 1010 durante il periodo in cui Murasaki Shikibu (970 – 1019) prestò servizio come dama di corte dell’imperatrice Shōshi,  si caratterizza per essere da un lato un memoir in cui l’autrice mette a nudo le proprie emozioni e sentimenti, descrive la vita di una dama di corte raccontando aneddoti a cui ha assistito, le relazioni di amicizia o di rivalità con le colleghe e offre degli insegnamenti di vita rivolti alle dame di corte ma di cui tutti i lettori possono farne tesoro; e dall’altro si caratterizza come una cronaca partecipata delle vicende di corte volta a glorificare il clan dei Fujigawa di cui Shōshi ne era un esponente in quanto figlia di Fujiwara no Michinaga, una delle più importanti personalità politiche dell’epoca che si distinse come Ministro della Sinistra (sadaijin), una sorta di Primo Ministro.

Il Diario di Murasaki Shikibu costituisce inoltre un’opera di importante valore storico e sociologico in quanto non si limita a descrivere gli eventi cruciali dell’imperatrice, ma ci mostra i costumi, i comportamenti, i modi di pensare e le credenze della società aristocratica giapponese.

Il diario inizia descrivendo i riti cerimoniali buddisti e i festeggiamenti della nascita dell’erede al trono Atsuhira, figlio di Shōshi e dell’imperatore Ichijō, avvenuti nell’autunno del 1008. In quel periodo l’imperatrice si trovava in ottemperanza all’etichetta di corte alla residenza materna di Tsuchimikado in compagnia delle dame di corte, dei monaci buddisti e dei cortigiani legati alla fazione paterna. Ad esempio apprendiamo quanta importanza si desse all’epoca agli spiriti malefici e che durante il parto venne condotto un vero e proprio esorcismo in cui alcune dame svolgevano la funzione di medium e mentre i monaci buddisti praticavano il rituale loro urlavano come possedute per scacciare via gli spiriti e far in modo che il parto andasse a buon fine.

A distanza di tempo ripenso divertita all’aspetto orribile che noi dame dovevamo avere in quell’occasione: le vesti che indossavamo erano tutte sgualcite e sulle nostre teste continuavano a cadere come fiocchi di neve chicchi di riso per cacciare gli spiriti malefici […] Quando Sua Maestà stava finalmente per partorire, divennero ancora più spaventose le grida di rabbia degli spiriti malefici. A ogni dama che aveva la funzione di medium fu affidato un monaco esorcista […] Chisō Azari […] a un certo punto fu gettato a terra dagli spiriti e poiché sembrava molto provato, intervenne in suo aiuto Nengaku Ajari recitando preghiere ad alta voce […] Il monaco Eikō che venne in aiuto di Dama Saishō continuò a gridare per tutta la notte fino a farsi venire la voce roca. Non tutte le dame impegnate ad accogliere gli spiriti riuscirono a farlo senza problemi e nei dintorni c’era una gran confusione[6]

Attraverso il diario apprendiamo molto anche del carattere di Murasaki e della genesi del Genji Monogatari.

Murasaki fu una donna introversa e taciturna molto colta che amava leggere, scrivere e dedicarsi alle pratiche buddiste. Non amava ostentare la propria cultura e tuttavia il proprio riserbo faceva sì che le dame più spigliate ed estroverse la prendessero per snob. Snob non lo era per niente poiché, sebbene in quegli anni fosse già nota come autrice del Genji Monogatari, non si vantava e anzi con umiltà accoglieva i suggerimenti che di volta in volta riceveva dai lettori (dignitari e dame di corte e nobili delle provincie imperiali) nel perfezionare i capitoli che via via scriveva, dando così vita a una sorta di opera aperta.

Come se non bastasse, poiché Sua Maestà aveva cominciato a preparare dei fascicoli, all’alba subito ci recavamo nei suoi appartamenti per scegliere carta di diverso colore e scrivere lettere a varie persone a cui chiedevamo di ricopiare i racconti che inviavamo loro. Anche rilegare e sistemare quelli già copiati era un lavoro che ci impegnava tutto il giorno. […] Un giorno, mentre ero al servizio di Sua Maestà, Sua Eccellenza, senza farsi vedere da nessuno, entrò nella mia stanza per prendere un racconto che tenevo nascosto e lo diede a Naishi no Kami. Poiché avevo smarrito la versione rivista, più o meno accettabile, ero preoccupata che quella finita nelle mani di Naishi no Kami potesse compromettere la mia reputazione di scrittrice[7].       

Murasaki era molto autocritica e a mio parere anche un po' insicura. A volte le capitava di inviare un racconto alle persone più care ma poi se ne pentiva perché rileggendo il testo si era resa conto che era ancora imperfetto e ne provava vergogna.

Quando a distanza di tempo provai a rivedere il mio racconto, non lo trovai così interessante da leggere e immaginando che le persone più intime, con le quali avevo avuto uno scambio di opinioni sulla mia opera, mi considerassero sfacciata e superficiale per aver condiviso qualcosa che non valeva neanche la pena condividere, provavo una tale vergogna che non riuscivo più a scrivere loro[8].

Inoltre sappiamo che non amava gli ipocriti, i ruffiani, i maldicenti e i vanitosi e con queste persone cercava di averci il meno a che fare e tuttavia temeva il giudizio altrui, anche delle dame che meno apprezzava.

Ad esempio racconta che la dama Saemon no Nashi l’aveva in antipatia per chi sa quale motivo e che quando l’imperatore aveva mostrato apprezzamento per il Genji Monogatari dichiarando che l’autrice doveva “aver letto sicuramente gli Annali del Giappone[9], la dama in questione iniziò a spargere la voce che Murasaki si vantava della propria cultura e la soprannominò “Dama degli Annali”[10]. Di queste maldicenze Murasaki soffre molto perché proprio per evitare di ostentare la sua cultura finge di non sapere leggere i caratteri cinesi “scritti su un paravento”[11] e se Saemon no Nashi venisse a sapere che insegna segretamente all’imperatrice a leggere le poesie cinesi di Bai Juyi chissà cosa andrebbe a dire in giro, concludendo che “è davvero difficile vivere in questo mondo pieno di problemi”[12].

Dal Diario apprendiamo anche che Murasaki aveva anche un sottile senso dell’umorismo e che consapevole della propria bellezza curava molto l’aspetto fisico e prestava molta attenzione agli abiti da indossare in base alle stagioni, le cerimonie e l’età e, consapevole di essere una dama di corte in età matura, evitava di essere frivola o di apparire più giovane di quello che sembrava.

Questo però non valeva per tutte le dame. Alcune soffrivano il trascorrere degli anni come ad esempio Sakyō no Muma, una dama a servizio di Shōshi che preferiva passare il tempo con le dame della consorte imperiale Gishi, che fu vittima di uno scherzo raffinato organizzato dalle dame insieme ad alcuni cortigiani.

Durante i festeggiamenti del gosechi un giorno Sakyō no Muma si confuse tra le damigelle della danzatrice presentata all’imperatore dal Consigliere Ciambellano Sanenari. La dama sperava che nessuno si accorgesse di lei e in cuor suo voleva rivivere la giovinezza di un tempo. L’inganno fu smascherato e l’indomani nella stanza della danzatrice in questione, non distante da quella dell’imperatrice, i nobiluomini riuniti si misero a discutere con voce sommessa di questo fatto insolito. Le dame di corte di Shōshi, tra cui anche Murasaki, vennero a conoscenza del pettegolezzo e decisero di prepararle uno scherzo alla dama, perché non era accettabile “che una persona come lei che un tempo faceva tanto la raffinata si fosse presentata davanti a sua Maestà come una semplice damigella della danzatrice del Consigliere pensando che nessuno l’avrebbe riconosciuta. Bisognava farle sapere che era stata scoperta”[13]. Allora decisero di inviarle una scatola con dentro un ventaglio dell’imperatrice raffigurante il monte Hōrai, simbolo di immortalità e quindi nella fattispecie di una Matusalemme senza ritegno che ricopre un ruolo inadeguato alla sua età e al suo status, un pettine curvato il più possibile a cui furono legati delle “strisce di carta bianca che le damigelle usavano per le loro acconciature”[14], e dei versi irriverenti scritti da Dama Tayū in cui le si diceva che erano stati apprezzati i nastri della sua acconciatura. Come se non bastasse uno dei nobiluomini più giovani prese il pettine e lo piegò ancora di più per fare capire a Sakyō quanto fosse stata ridicola.

Murasaki provava una sincera amicizia verso alcune dame con cui aveva maggiore affinità. Queste erano Koshōshō, Chūnagon e Shoshō con cui si scambiava lettere, condivideva esperienze oppure la stanza divisa da un paravento. Tuttavia in lei c’era molta solitudine e quando era presa dalla nostalgia o dalla malinconia inviava lettere alle persone a lei più care sparse nelle provincie imperiali. A volte però non riceveva risposta perché, a suo parere, molto probabilmente i destinatari pensavano che lei avrebbe rivelato il contenuto alle altre dame di corte, dimostrando però con questo comportamento di non conoscere Murasaki e in particolar modo la sua discrezione.

C’erano poi anche persone importanti che non mi mandavano più le loro lettere pensando magari che una dama di corte come me fosse così superficiale da farle leggere anche agli altri. Ma mi conoscevano davvero così bene da pensare una cosa del genere?[15]       

Murasaki però non ha alcun motivo di sottovalutarsi e di temere la solitudine. Il solo fatto di poter contare su amiche sincere come le dame sopracitate non è cosa poco in un contesto competitivo e stressante quale quello della corte imperiale in cui il trucco, gli abiti, la gestualità e la capacità di intrattenere con la poesia e la musica potevano segnare il successo o la caduta della consorte imperiale e della sua famiglia.

L’autrice dimostra in questo suo diario di avere notevoli capacità poetiche e di essere all’altezza della fama acquisita in quegli anni con il Genji Monogatari.

Una delle poesie waka contenute nel Diario che amo maggiormente è quella in cui Murasaki intravede la propria malinconia nelle oche che sguazzano apparentemente serene e spensierate sul lago della residenza di Tsuchimikado:

Sono forse diverse da me

le oche sull’acqua del lago?

Anche io come loro

mi lascio trasportare

dalle onde della vita[16].

La scrittrice inoltre dimostra con questo suo diario di essere molto saggia e i suoi consigli di vita non vanno semplicemente pensati come avvertimenti per le dame per non sfigurare nella rigida società di corte, ma come insegnamenti morali che possono esserci di aiuto nel stare al mondo.

In uno di questi Murasaki afferma che “è facile criticare gli altri, ma difficile è mettere in pratica quello che si professa. E chi lo dimentica e tratta male gli altri credendo di essere superiore, prima o poi farà una brutta figura perché si scopriranno anche i suoi difetti”[17].

Tra le grandi scrittrici del tempo entrate come Murasaki nella storia della letteratura del tempo e per le quali la nostra autrice non provava molta stima — e che tra l’altro precedentemente erano state dame della consorte imperiale Teishi, cugina di Shōshi — vi sono Sei Shōnagon e Izumi Shikibu.

Sei Shōnagon era per Murasaki una dama presuntuosa che ostentava il più possibile la sua conoscenza del cinese e che in realtà era meno colta di quanto dava a vedere. Prima o poi la sua convinzione di essere la migliore l’avrebbe fatta cadere dal piedistallo.

Di Izumi Shikibu invece apprezza l’eleganza delle lettere, ma lo stile lascia a desiderare. Le sue poesie inoltre per quanto raffinate non sono a parere di Murasaki Shikibu degne di essere ricordate in quanto si denota una conoscenza lacunosa della poetica.

A mio giudizio l’opinione di Murasaki è eccessivamente drastica e perfino ingiusta.

Scrittrice romantica per eccellenza, Izumi trasfigurerà nel suo Diario la storia d’amore intensa avuta con il principe imperiale Atsumichi, fratello di Takegata, con cui aveva avuto una relazione in precedenza interrotta dalla morte precoce di lui, a soli ventisei anni, causata da un’epidemia. La relazione con Takegata durò un anno circa e immersa nel lutto Izumi non pensava che sarebbe arrivata ad innamorarsi del fratello. Così tra omaggi floreali, scambi di lettere e di poesie sboccia l’amore tra i due. Un amore scandaloso che nel dicembre del 1003 porterà la moglie di Atsumichi a tornare dalla famiglia di origine e fare spazio a Izumi. Questa relazione farà molto discutere non soltanto perché era mal vista la passione tra una dama di corte e un principe imperiale, ma anche perché Izumi era sposata con Tachibana no Michisada, governatore della provincia di Izumi che non mancava a sua volta di tradirla come “alludono alcuni suoi componimenti”[18]. Alla morte di Atsumichi avvenuta nel 1007 Izumi riesce a rientrare a corte come dama dell’imperatrice Shōshi, dopo aver servito in precedenza la defunta consorte imperiale Teishi, entrando a far parte di quella cerchia di intellettuali in cui figurava anche Murasaki. Nel 1011 Izumi lascia la corte per sposare il samurai Fujiwara no Yasumasa e trasferirsi nella provincia di Tango dove il marito è stato nominato governatore. L’ex dama sopravvivrà al secondo marito e anche alla figlia Koshikibu e probabilmente in seguito deciderà di “prendere i voti”[19] come monaca buddista.

Nel caso del Diario di Izumi Shikibu, di cui non sono certi né l’attribuzione né l’anno di stesura[20], ciò che stupisce è la sua struttura, che ricorda molto i romanzi autobiografici contemporanei, caratterizzata da una scrittura intimista che sorprende per l’audacia e la forza interiore di questa donna che ama l’amore.

Il diario è scritto in terza persona e poco importa se l’autrice sia effettivamente Izumi o qualcuno che voleva difendere la reputazione e il valore di questa dama di corte controcorrente, perché il testo scorre agevolmente come un racconto. Inoltre le poesie d’amore che vi sono contenute sono di una bellezza indescrivibile e la loro semplicità ce le fa sentire molto vere, dal momento che le emozioni e i sentimenti descritti li abbiamo provati o li possiamo provare anche noi comuni mortali del XXI secolo.

La prima poesia che appare nell’opera è la risposta alla lettera ricevuta da Atsumichi con allegati dei fiori di mandarino per sincerarsi dello stato della dama in lutto per la morte del suo amato. Quella “poesia senza importanza”[21] in cui la donna dichiara la sua intenzione di voltare pagina darà inizio a una storia d’amore più forte di ogni ostacolo:

Più che ricordare

con il profumo dei fiori

vorrei ascoltare il cuculo

per vedere se la sua voce

è uguale a quella che conosco[22].                                                                 

Gli ostacoli più grandi provengono principalmente dal giudizio altrui, vale a dire della società di corte, ma anche dall’opinione che hanno l’uno dell’altra e che, come uno specchio, riflette quello del mondo a cui appartengono.

La dama è ritenuta una donna frivola con tanti amanti e il principe teme che l’amore passionale che prova nei suoi confronti possa causargli un dolore insopportabile. A volte capita che lui si presenti di notte alla residenza dell’amante, ma avendo la sensazione che lei sia impegnata con altri uomini torna deluso nei suoi appartamenti e per lettera gli esprime la propria rabbia mista a sconforto.

La dama per il principe prova però un amore diverso da quelli che ha avuto in passato. Si sente legata a lui da un’affinità profonda e la sua sensibilità e conoscenza poetiche sono senza pari. Quando la dama scrive all’amante una poesia d’amore, lui è l’unico in grado di cogliere i riferimenti colti e di rispondere con versi altrettanto belli che conquisteranno definitivamente il suo cuore.

In una di queste poesie lei dichiara:

Non penso proprio sia

un amore come tanti.

Stamattina per la prima volta

ho capito cosa vuol dire

essere innamorati[23].

Come in ogni relazione vissuta intensamente da entrambi gli amanti capita che ci possano essere delle incomprensioni che devono essere risolte quanto prima affinché la situazione non degeneri.

In una delle poesie la dama ci tiene a convincere il principe che non sono venuti meno i sentimenti nei suoi confronti e che non è il caso di lasciarsi andare a manifestazioni ingiuriose.

Se la porta di legno

era chiusa e sbarrata,

come avete fatto a vedere

se era o non era

freddo il mio cuore?[24]

Una volta che la dama è riuscita a conquistare la fiducia del principe si prospetta la possibilità di trasferirsi nel suo palazzo. Una situazione a lei congeniale che, seppur non le avrebbe garantito sicurezza nel futuro, le avrebbe permesso di continuare a stare con il suo amato e di sfuggire la solitudine. Quando però il principe a causa di un sogno prefigura all’amante la possibilità di prendere i voti una volta che lei si sia trasferita nella sua residenza, lei teme per il proprio futuro e confusa inizia a dubitare della sua affidabilità. Lui però tronca ogni dubbio sul nascere e con una poesia molto commovente dichiara come il suo amore per lei sia rimasto immutato.

Solo la nostra vita

di cui ignoriamo la durata

non può che essere incerta.

Ma le nostre promesse d’amore

saranno eterne come il pino di Sumiyoshi[25].

Quando il principe Atsumichi porterà la dama nel suo palazzo i suoi doveri coniugali verranno sempre meno. A niente varranno i lamenti della moglie che, non potendo sopportare di essere messa da parte, deciderà con grande sorpresa delle sue dame di lasciare il marito per tornare dalla famiglia di origine.

Il Diario di Izumi Shikibu esalta il valore poetico del nikki, facendoci vivere una storia d’amore d’altri tempi che, pur con le dovute differenze contestuali e culturali, ricorda quella tra Lancillotto e la regina Ginevra. Anche quella fu una storia d’amore appassionata, scandalosa e autentica che affascinerà e lascerà il segno in numerose generazioni di lettori e di lettrici, a volte anche tragicamente, come il celebre caso di Paolo Malatesta e Francesca da Rimini descritto superbamente da Dante nel canto quinto dell’Inferno della Divina Commedia.

Izumi Shikibu fu una scrittrice impavida che proprio perché aveva una natura passionale ha fatto più fatica rispetto alle altre per farsi apprezzare per il suo talento letterario. A mio parere un’autrice così coraggiosa e scandalosa può essere rintracciata nella letteratura italiana nella poetessa e cortigiana veneziana Veronica Franco, che nel Cinquecento ebbe un flirt con il re di Francia Enrico III, l’ultimo dei Valois.

Nota per le sue Terze Rime Veronica Franco ha dimostrato nei suoi versi che le donne non valgono meno degli uomini e non ne manda a dire:

Non so se voi stimiate lieve risco

entrar con una donna in campo armato;

ma io, benché ingannatam v’avvertisco

che ‘l mettersi con donne è da un l’un lato

biasmo ad uom forte, ma da l’altro è poi

caso d’alta importanza riputato.

Quando armate ed esperte ancor siam noi,

render buon conto a ciascun uom potemo,

ché mani e piedi e core avem qual voi;

e se ben molli e delicate semo,

ancor tal uom, ch’è delicato, è forte;

e tal, ruvido ed aspro, è d’ardir scemo.

Di ciò non se ne son le donne accorte;

che se si risolvessero di farlo,

con voi pugnar porìan fino a la morte.

E per farvi veder che ‘l vero parlo,

tra tante donne incominciar voglio io,

porgendo essempio a lor di seguitarlo.  

(Terze Rime, XVI, vv. 58-75)[26]
Le memorie della dama di Sarashina sono un terzo esempio di nikki e si caratterizzano per essere un connubio tra diario di viaggio e racconto confessione (zange monogatari). Scritto molto probabilmente da Sugawara no Takasue no musume (figlia di Sugawara no Takasue) nel 1060 circa, il diario narra in un centinaio di pagine circa i quarant’anni di vita dell’autrice dalla partenza da Kazusa quando era una giovane fanciulla di tredici anni affascinata dalla lettura dei monogatari fino alla morte del marito Tachibana avvenuta nel 1058.

Sugawara no Takasue no musume fu scrittrice prolifica di racconti e poesie, imparentata dal lato materno con l’autrice del Kagerō nikki e molto probabilmente lontana parente — dal momento che la madre era una Fujiwara — di Murasaki Shikibu, scrittrice a cui la dama di Sarashina si sentiva particolarmente affezionata.

L’opera con profonda sorpresa del lettore si rivelerà una condanna dei monogatari, che a parere dell’autrice non fanno altro che nutrire i lettori di illusioni e speranze che non trovano riscontro nella realtà. Una confessione a dir poco sconcertante da parte di una scrittrice molto prolifica e di cui Fujiwara no Teika, il poeta di corte del 1200 che ha tramandato la lettura classica di epoca Heian, cita nella nota conclusiva alcune opere che purtroppo non tutte sono giunte fino a noi.

La protagonista del diario fin da giovane preferisce trascorrere le giornate nella lettura dei racconti piuttosto che passare il tempo con le coetanee dedite alla preghiera, incapaci di comprendere il suo amore per la letteratura. Vivendo a Kazusa, cittadina molto lontana da Kyōto, è delusa dalla lettura dei riassunti e delle versioni incomplete della Storia di Genji e degli altri monogatari e non vede l’ora che suo padre termini il mandato di governatore per poter far ritorno alla capitale e accedere a tutte le opere letterarie possibili.

Il viaggio da Kazusa a Kyōto lungo la via del Tōkaidō si rivelerà però una delusione. Il paesaggio non assomiglia per niente a quello descritto da Murasaki Shikibu o dall’autore dell’Ise monogatari. L’autrice nota ad esempio come nella provincia di Musashi la sabbia non era bianca come quella descritta nel romanzo di Murasaki Shikibu, ma nera come fango e nei campi non c’erano i fiori della pianta del murasaki simili alla violetta, ma “solo piante di ashi e di ogi così alte da celare l’estremità degli archi dei cavalieri”[27]. L’autrice fa intendere di essere stata vittima di una menzogna e, chissà per quale motivo, non tiene conto di vari fattori come il passare del tempo, che modifica la realtà e quindi anche il paesaggio, e il diritto degli scrittori di poter far uso dell’immaginazione oltre che alla memoria nella scrittura di un’opera letteraria. Quando Murasaki Shikibu ha scritto il Genji monogatari non intendeva scrivere un’autobiografia, ma un’opera di finzione in cui nel narrare le disavventure di un principe ideale ma non perfetto, ambientate principalmente a Kyoto, potesse ripercorrere in alcuni capitoli i luoghi cari al suo passato come la piana di Musashi o la spiaggia di Suma. Nel ricordarli molto probabilmente non sarà stata obiettiva, ma era così importante per il tipo di opera che stava scrivendo? D’altra parte come afferma Byron nei suoi Pensieri Slegati “di definito non resta gran cosa senza uno sforzo della memoria – allora sì che le luci si riaccendono un istante – ma chi può garantire che non sia frutto dell’Immaginazione?”[28].

Terminato il viaggio l’autrice rimane delusa dalla capitale. Le sue aspettative non trovano riscontro nella realtà e si trova ad affrontare una delusione dopo l’altra. La casa è a suo dire grande e fatiscente, per niente a che vedere con le dimore principesche dei racconti. Il suo interesse per la letteratura però rimane intatto. Tramite una zia riuscirà ad ottenere tutti i fascicoli del Genji monogatari di cui fino ad allora aveva potuto avere soltanto una conoscenza lacunosa e frammentaria e dedicare il tempo alla lettura. Le ore immerse nella lettura vengono interrotte dalla morte di persone care come la nutrice, la giovane figlia del Ciambellano e del Consigliere che un sogno le rivela di essersi incarnata nel gatto di casa e la prematura scomparsa della sorella a cui era molto legata, una delle poche ragazze che riuscisse a capirla. In quegli anni di letture intense e formative l’autrice ebbe alcuni sogni rivelatori in cui le si prospettava l’infelicità della vita futura se non avesse preso i voti. A quei sogni non intende dare ascolto. Non si vede come monaca e vorrebbe vivere di scrittura come Ukifune nel Genji monogatari e vivere una storia d’amore ideale come quella tra Yugaō e Genji lo Splendente o quella tra Ukifune e Kaoru, il generale di Uji ritenuto da tutti figlio di Genji ma in realtà frutto dell’amore tra la Guardia di Palazzo Kashiwagi e la Terza Principessa (nipote e quarta moglie di Genji). Tuttavia si colpevolizza di non averlo fatto, perché a suo parere se avesse obbedito a quei sogni non si sarebbe trovata nell’attuale condizione di infelicità e di solitudine con un marito morto che non assomigliava per niente a Genji lo Splendente. Teme di non raggiungere il paradiso del Buddha Amida, anche se nell’undicesimo e ultimo sogno la divinità gli appare in tutto il suo splendore su un piedistallo a forma loto e le dice: “«Adesso me ne vado, ma ritornerò a prendervi»”[29].

Questa importanza assegnata ai sogni, che la narratrice al contrario di quanto possa sembrare non sottovaluta mai, non deve apparirci strana perché nel Giappone medievale esisteva un vero e proprio mercato dei sogni in cui addirittura si poteva commissionare a un monaco o a un pellegrino di recarsi al tempio e di ottenere per suo conto, mediante la preghiera, “delle visioni sperimentate in sogno o durante lo stato di veglia”[30]. Per i giapponesi dell’epoca i sogni non sono delle fantasticherie, ma “miracolosi responsi divini ai desideri dell’uomo con conseguenze tangibili nella vita di ogni giorno”[31].

Nel diario un ruolo molto importante è ricoperto anche dalla luna, simbolo dai significati molteplici. L’astro a seconda dei momenti rappresenta la solitudine, il dolore, l’amore o la speranza nella salvezza finale.

Uno dei passi più belli in cui è citata la luna è quello in cui l’autrice ricorda la propria esperienza breve e discontinua come dama di corte.

Era una notte buia di ottobre e la dama di Sarashina sentì dei monaci buddisti intenti nella lettura ininterrotta delle sacre scritture del Fudankyō in cui si prega per la salvezza delle anime dei defunti. Colpita dalla bellezza della voce dei monaci la figlia di Sugawara no Takasue decise di abbandonare la stanza in compagnia di un’altra dama e di avvicinarsi alla sala dove i monaci si trovavano. Nel frattempo arrivò un gentiluomo che si mise a conversare con loro. Non era il solito cortigiano che cercava di attaccare bottone con le dame con discorsi licenziosi, ma un’anima poetica con una sensibilità musicale che riusciva a scovare il bello in tutte le cose. Per lui anche una notte buia autunnale ha il suo fascino, ma di certo la luna con il suo chiarore induce in chi la contempla delle suggestioni di volta in volta diverse in base alla stagione. La sua stagione preferita era l’inverno perché gli ricordava quella volta in cui era andato a Ise ad assistere all’investitura della nuova sacerdotessa e la visione della luna, che risplendendo in maniera suggestiva sulla neve suscitò in lui una “profonda solitudine”[32], e le ore notturne trascorse suonando il biwa (strumento musicale a quattro corde simile al basso che si suona con il plettro), lo trasportarono “in un’altra dimensione”[33] che lasciò in lui un segno indelebile.

L’episodio raccontato dal funzionario si ricollega a mio parere a un passo bellissimo del Diario di Murasaki Shikibu in cui si afferma che “ci sono piccoli episodi che a seconda del luogo o del momento in cui si verificano ci colpiscono molto più del solito”[34].

Questo gentiluomo che la dama di Sarashina conobbe fu, dobbiamo supporre, l’essere che più rassomigliava a Genji lo Splendente per la sua sensibilità d’animo, da come si evince dalla poesia che lei gli invia e a cui con suo rammarico non riceve risposta:

O pescatore della costa

potrai mai capire l’animo

di chi ha cercato l’ora propizia

per remare, sfidando il pericolo,

verso la sospirata spiaggia?[35]     

Dopo aver letto Le memorie della dama di Sarashina si prova un misto di sentimenti contrastanti, che vanno dall’apprezzamento alla rabbia.

É incomprensibile come una scrittrice di talento che ha amato la letteratura fino allo spasimo e ha scritto tanto e in maniera variegata voglia rinnegare se stessa e il suo passato, considerando i racconti e le poesie delle futilità senza senso che le costeranno la salvezza dell’anima.

Se in passato, invece di appassionarmi a futili racconti e poesie, mi fossi dedicata dalla mattina alla sera alle pratiche religiose, non avrei vissuto un’esistenza effimera come un sogno[36].

Quel che è certo è che se la dama di Sarashina si fosse dedicata alla religione piuttosto che alle lettere magari avrebbe potuto incontrare Amida in Paradiso ma non staremmo oggi a scrivere di lei. Probabilmente avrebbe dovuto avere amici più veri che la rassicurassero sul fatto che non c’è niente di male nell’essere se stessi e che non è una colpa leggere letture profane e avere una vocazione letteraria. D’altra parte come ammiratrice di Murasaki Shikibu non poteva non avere presente il capitolo Lucciole (Hotaru) del Genji monogatari in cui l’autrice fa pronunciare a Genji un discorso sull’utilità didattica e ludica dei monogatari quando vede Tamakazura intenta a leggere dei racconti. Sarà forse perché sono non credente e non credo nel potere dei sogni, ma per quanto mi possa mettere nei suoi panni non riesco proprio a comprendere il suo senso di colpa per aver vissuto una vita effimera che, sebbene non sia stata quella dei suoi sogni, è stata caratterizzata da agiatezza e potere sociale.

In conclusione la diaristica femminile giapponese ci rivela la forza evocativa e la sorprendente varietà tematica della letteratura autobiografica, che ha permesso alle scrittrici dame di corte di poter essere apprezzate per il loro valore, il loro talento e la loro intelligenza in una società rigida e maschilista in cui le donne erano considerate soltanto come figlie, sorelle e mogli di qualcuno. Attraverso la scrittura sono riuscite ad emergere e a incidere il loro nome nella storia della letteratura giapponese sopravvivendo al passare del tempo, alle mode e a una critica letteraria per secoli viziata dal pregiudizio e dal sessismo. 

Le loro opere non sono sogni effimeri, ma tracce di esistenze che arricchiscono non solo il panorama letterario ma anche la nostra vita.

Roberto Cavallaro


[1] Carolina Negri (a cura di), Introduzione, in Carolina Negri (a cura di) Le memorie della dama di Sarashina, trad. it. di Carolina Negri, Marsilio, Venezia, 2005, p. 11.    

[2] Ivi, p. 13.

[3] Ivi, p. 14.

[4] Ivi, p. 20.

[5] Ivi, p. 16

[6] Carolina Negri (a cura di), Diario di Murasaki Shikibu, trad. it. di Carolina Negri, Marsilio, Venezia, 2015, pp. 49-51.

[7] Ivi, p. 78.

[8] Ivi, p. 79.

[9] Ivi, p. 107.

[10] Ivi, p. 108.

[11] Ibidem.

[12] Ivi, p. 109.

[13] Ivi, p. 88.

[14] Ibidem.

[15] Ivi, p. 79.

[16] Ivi, p. 64.

[17] Ivi, pp. 102-103.

[18] Carolina Negri (a cura di), Introduzione, in Carolina Negri (a cura di) Diario di Izumi Shikibu, trad. it. di Carolina Negri, Marsilio, Venezia, 2008, p. 18.    

[19] Ivi, p. 20.

[20] Ivi, p. 21.

[21] Carolina Negri (a cura di) Diario di Izumi Shikibu, op. cit., p. 34.    

[22] Ibidem.

[23] Ivi, p. 38.

[24] Ivi, pp. 42-43.

[25] Ivi, p. 92.

[27] Carolina Negri (a cura di), Le memorie della dama di Sarashina, op. cit., p. 53.    

[28] George Gordon Byron, Pensieri Slegati, 51, in Un vaso d’alabastro illuminato dall’interno. Diari., trad. it. di Ottavio Fatica, Adephi, Milano, 2018, p. 192.

[29]Carolina Negri (a cura di), Le memorie della dama di Sarashina, op. cit., p. 116.     

[30] Carolina Negri (a cura di), Sogni divini, Introduzione, in Carolina Negri (a cura di) Le memorie della dama di Sarashina, op. cit., p. 33.

[31] Ivi, p. 32.

[32] Carolina Negri (a cura di), Le memorie della dama di Sarashina, op. cit., p. 98.     

[33] Ivi, p. 99.

[34] Carolina Negri (a cura di), Diario di Murasaki Shikibu, op. cit., p. 111.

[35] Carolina Negri (a cura di), Le memorie della dama di Sarashina, op. cit., p. 100.

[36] Ivi, p. 115.

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Tue, 21 Apr 2020 09:26:33 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1166/1/scrivo-dunque-sono-liberta-e-rivendicazione-di-se-nella-diaristica-femminile-giapponese-di-epoca-heian
Le 5 opere più belle di Joan Mirò https://www.mutualpass.it/post/1165/1/le-5-opere-piu-belle-di-joan-miro https://www.mutualpass.it/post/1165/1/le-5-opere-piu-belle-di-joan-miro]]> Il 20 aprile 1893 nasce a Barcellona, in Spagna, l'artista Joan Mirò, uno degli esponenti principali della corrente surrealista.

Inizia a disegnare da quando ha solo otto anni. Ancora giovane, inizia a lavorare come contabile presso una ditta specializzata in prodotti coloniali e da drogheria, ma viene colto da febbre tifoidea, malattia che in fondo farà la sua fortuna. Da questo momento decide, infatti, di dedicarsi completamente alla sua passione artistica. Per rimettersi trascorre intanto un periodo di convalescenza presso la fattoria di proprietà di famiglia a Montroig, un luogo che influenzerà molte delle sue opere.

Nel 1912 entra nella Scuola d'arte di Barcellona diretta da Francesco Galì e si avvicina alla corrente artistica del fauvisme. Questa corrente pone al centro delle proprie rappresentazioni il colore, preferendo abbandonare la pittura tonale di stampo tradizionale. Tiene la sua prima mostra personale nel 1918 nella Galeries Dalmau. Nel 1920 si trasferisce a Parigi, dove entra a far parte del circolo artistico dei pittori di Mont Martre di cui fanno parte Pablo Picasso e il dadaista Tristan Tzara.

Nel 1923 con la realizzazione a Montroig del dipinto "Terra arata" comincia l'avvicinamento definitivo al surrealismo. In questo periodo Miró vive tra Parigi e la fattoria di Montroig, e, dietro suggerimento del padre del surrealismo Breton, dà vita ad una pittura priva di effetto prospettico con forme in piena libertà. Durante il suo periodo surrealista (1924-1930) si convince del ruolo sociale dell'arte e della sua capacità di raggiungere le masse; ecco perché sfruttando la sua arguzia e uno spiccato senso dell'umorismo dipinge apponendo sulla tela le sue iscrizioni poetiche. Di questo periodo è il famoso dipinto: "Il carnevale di Arlecchino".

La guerra civile appena scoppiata in Spagna lo colpisce profondamente, tenta così di aiutare i suoi connazionali raccogliendo dei fondi a sostegno della repubblica. Ritorna in Spagna per stabilirsi definitivamente tra Maiorca e Montroig. Nel 1954 vince il premio per la grafica alla Biennale di Venezia e nel 1958 il Premio Internazionale Guggenheim. All'inizio degli anni Sessanta viene molto influenzato dalla pittura americana che lo porta verso un astrattismo sempre più insistito e un vero e proprio dominio del colore puro. Nel 1972 crea a Barcellona la fondazione Joan Miró dedicandosi contemporaneamente alla scenografia e alla scultura. A questo periodo risale la monumentale statua "Dona i coeli" che si trova nel parco Joan Miró a Barcellona.

Solo dopo la caduta del franchismo riceve anche in patria i meritati onori per la sua intensa attività artistica come la Medala d'Or de la Generalitat de Catalunya, nel 1978, e la laurea honoris causa all'Università di Barcellona. Joan Miró muore a Palma de Mallorca il 25 dicembre del 1983, all'età di novant'anni.

 

Abbiamo provato a stilare una classifica con le 5 più belle opere, scelte da noi, di Joan Mirò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mon, 20 Apr 2020 09:35:13 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1165/1/le-5-opere-piu-belle-di-joan-miro
Mostra d’arte contemporanea multimediale "Quadro Clinico" https://www.mutualpass.it/post/1163/1/mostra-d-arte-contemporanea-multimediale-quadro-clinico https://www.mutualpass.it/post/1163/1/mostra-d-arte-contemporanea-multimediale-quadro-clinico]]> Vogliamo regalarvi la versione multimediale della mostra d'arte contemporanea "Quadro Clinico", svoltasi a Messina nel gennaio 2018 presso la Chiesa di Santa Maria Alemanna, nella quale hanno esposto le loro opere sui vari campi delle specializzazioni mediche ventisette artisti messinesi. Il quadro “Energia Vitale” è stato firmato, invece, da dieci pazienti dell’UOC di Oncologia Medica del Policlinico “G. Martino”, che fanno parte del gruppo “Una stanza tutta per sé”.

Per navigare all'interno della mostra è sufficiente attende il caricamento, cliccare col mouse all'interno del riguardo che appare qui sotto e muoversi utilizzando il mouse per la visuale e i tasti W A D S per spostarsi.

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Sat, 18 Apr 2020 15:28:04 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1163/1/mostra-d-arte-contemporanea-multimediale-quadro-clinico
Le 5 opere più belle di Leonardo https://www.mutualpass.it/post/1164/1/le-5-opere-piu-belle-di-leonardo https://www.mutualpass.it/post/1164/1/le-5-opere-piu-belle-di-leonardo]]> Il 15 aprile 1452, nel borgo di Vinci, in Toscana, nasceva Leonardo di Ser Piero d'Antonio. A sedici anni, dopo la morte del nonno Antonio, tutta la famiglia si trasferiva a Firenze.

La precocità artistica e l'acuta intelligenza del giovane Leonardo spingono il padre a mandarlo nella bottega di Andrea Verrocchio: pittore e scultore orafo acclamato e ricercato maestro. Possiede una curiosità senza pari, tutte le disclipline artistiche lo attraggono, è un attento osservatore dei fenomeni naturali che integra con le sue cognizioni scientifiche.

Nel 1480 fa parte dell'accademia del Giardino di S. Marco sotto il patrocinio di Lorenzo il Magnifico, che rappresenta il primo approccio di Leonardo con la scultura. In quell'anno riceve l'incarico di dipingere l'Adorazione dei Magi. Tuttavia, l'ambiente fiorentino gli sta stretto.

Cosi si presenta al Duca di Milano Lodovico Sforza, il quale ben lo accoglie. Ecco nascere i capolavori pittorici: la Vergine delle Rocce nelle due versioni di Parigi e di Londra, e l'esercitazione per il monumento equestre in bronzo a Francesco Sforza. Nel 1489-90 prepara le decorazioni del Castello Sforzesco di Milano e nel 1495 inizia il famoso affresco del Cenacolo nella chiesa Santa Maria delle Grazie.

Nel 1503 è a Firenze per affrescare , insieme a Michelangelo, il Salone del Consiglio grande nel Palazzo della Signoria. A Leonardo viene affidata la rappresentazione della Battaglia di Anghiari che però non porterà a termine.  Nel 1513 il re di Francia Francesco I lo invita ad Amboise. Leonardo si occuperà di progetti per i festeggiamenti e proseguirà con i suoi progetti idrologici per alcuni fiumi di Francia.

Il 2 Maggio 1519 il genio Leonardo muore e viene sepolto nella chiesa di S. Fiorentino ad Amboise. Dei sui resti non vi è più traccia a causa delle profanazioni delle tombe avvenute nelle guerre di religione del XVI secolo. 

 

Vogliamo celebrarlo attraverso una classifica delle sue 5 più belle opere:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Tue, 14 Apr 2020 10:48:37 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1164/1/le-5-opere-piu-belle-di-leonardo
Accadde oggi... 9 Aprile // Charles Baudelaire https://www.mutualpass.it/post/1162/1/accadde-oggi-9-aprile-charles-baudelaire https://www.mutualpass.it/post/1162/1/accadde-oggi-9-aprile-charles-baudelaire]]> L’albatros

Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano albatri, grandi uccelli di mare,
che seguono, indolenti compagni di viaggio,
la nave che scivola sugli abissi amari.

Appena deposti sulla tolda,
questi re dell’azzurro, vergognosi e timidi,
se ne stanno tristi con le grandi ali bianche
penzoloni come remi ai loro fianchi.

Com’è buffo e docile l’alato viaggiatore!
Poco prima così bello, com’è comico e brutto!
Uno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro, zoppicando, scimmiotta l’infermo che volava!

Il poeta è come quel principe delle nuvole,
che sfida la tempesta e ride dell’arciere;
ma, in esilio sulla terra, tra gli scherni,
con le sue ali di gigante non riesce a camminare.

 

Charles Baudelaire nasce a Parigi il 9 aprile del 1821. La madre, in seguito alla morte prematura del marito, sposa un aitante tenente colonnello, il quale, a causa della propria freddezza e rigidità, si guadagnerà l'odio del figliastro. Nel nodo doloroso dei rapporti con la famiglia e, in primo luogo, con la madre, si gioca gran parte dell'infelicità e del disagio esistenziale che accompagnerà Baudelaire per tutta la vita e che gli diede l'etichetta di "Poeta Maledetto". Dopotutto, come fra l'altro testimonia l'intenso epistolario rimasto, egli chiederà sempre aiuto e amore alla madre, quell'amore che crederà mai ricambiati, perlomeno rispetto all'intensità della domanda.

Nel 1833 entra al Collège Royal per volontà del patrigno. Nel giro di poco tempo, però, la fama di dissoluto e scavezzacollo prende a circolare all'interno del collège fino ad arrivare, inevitabilmente, alle orecchie dell'odiato patrigno il quale, per ripicca, lo obbliga ad imbarcarsi sul Paquebot des Mers du Sud, una nave che faceva rotta nelle Indie. Questo viaggio ha su Charles un effetto inaspettato: gli fa conoscere altri mondi e culture, lo pone a contatto con gente di tutte le razze, facendogli scoprire una dimensione lontana dalla pesante decadenza mondana e culturale che grava sull'Europa. Da questo, dunque, nasce il suo grande amore per l'esotismo, lo stesso che filtra dalle pagine della sua opera maggiore, i celeberrimi "Fiori del male”. Dopo appena dieci mesi interrompe il viaggio per fare ritorno a Parigi, dove, oramai maggiorenne, entra in possesso dell'eredità paterna, che gli permette di vivere per qualche tempo in grande libertà.

Nel 1842, dopo aver conosciuto un grande poeta come Gerard de Nerval, si avvicina soprattutto a Gautier, e gli si affeziona in maniera estrema. La simbiosi tra i due è totale e Charles vedrà nel più anziano collega una sorta di guida morale e artistica. Il 1845 segna il suo esordio come poeta, con la pubblicazione di "A una signora creola", mentre, per vivere, è costretto a collaborare a riviste e giornali con articoli e saggi che furono poi raccolti in due libri postumi, "L'Arte romantica" e "Curiosità estetiche". Nel 1848 partecipa ai moti rivoluzionari di Parigi mentre, nel 1857, pubblica presso l'editore Poulet-Malassis i già citati "I fiori del male", raccolta che comprende un centinaio di poesie.

La rivelazione di questo capolavoro assoluto sconcerta il pubblico del tempo. Il libro viene indubbiamente notato e fa parlare di sè, ma più che di successo letterario vero e proprio, forse sarebbe più giusto parlare di scandalo e di curiosità morbosa. Sull'onda della chiacchera confusa e del pettegolezzo che circonda il testo, il libro viene addirittura processato per immoralità e l'editore si vede costretto a sopprimere sei poesie.

Baudelaire è depresso e la sua mente sconvolta. Nel 1861, tenta il suicidio. Nel 1864, dopo un fallito tentativo di farsi ammettere all'Acadèmie francaise, lascia Parigi e si reca a Bruxelles, ma il soggiorno nella città belga non modifica la sua difficoltà di rapporti con la società borghese. Malato, cerca nell'hashish, nell'oppio e nell'alcol il sollievo alla malattia che nel 1867, dopo la lunga agonia della paralisi, lo ucciderà a soli quarantaquattro anni. A quelle esperienze, e alla volontà di sfuggire alla realtà, sono ispirati i "Paradisi artificiali" editi sempre nell'"annus horribilis" del 1861. È sepolto nel cimitero di Montparnasse, insieme alla madre e al detestato patrigno.

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Wed, 8 Apr 2020 15:10:56 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1162/1/accadde-oggi-9-aprile-charles-baudelaire
7 Aprile 2020 - Giornata Mondiale della Salute https://www.mutualpass.it/post/1160/1/7-aprile-2020-giornata-mondiale-della-salute https://www.mutualpass.it/post/1160/1/7-aprile-2020-giornata-mondiale-della-salute]]> Il 7 Aprile si festeggia la Giornata Mondiale della Salute (World Health Day), istituita dalla prima Assemblea mondiale della salute nel 1948. La data scelta celebra la fondazione dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Salute).

Ogni anno viene scelto per la giornata un tema specifico, che evidenzia un’area di particolare interesse per l’Oms, quello di quest’anno è “Supporto a infermieri e ostetriche

Quest’anno si vuole celebrare il lavoro di infermieri e ostetriche, ricordando ai leader mondiali e a tutta la comunità, il ruolo fondamentale che svolgono nel mantenere il mondo in salute. Gli infermieri e gli altri operatori sanitari sono in prima linea nell’emergenza COVID-19, con l’alta qualità delle cure, il rispetto verso il paziente, il rapporto umano per affrontare paure e domande e la raccolta dati per gli studi clinici. Molto semplicemente, senza di loro, non ci sarebbe una valida risposta.

In questo anno internazionale dell'infermiera e dell'ostetrica, la Giornata mondiale della salute mette in evidenza lo stato attuale dell'assistenza infermieristica nel mondo. L'OMS e i suoi partner formuleranno una serie di raccomandazioni per rafforzare la forza lavoro infermieristica e ostetrica.

Ciò sarà di vitale importanza se vogliamo raggiungere obiettivi nazionali e globali relativi alla copertura sanitaria universale, alla salute materna e infantile, alle malattie infettive e non trasmissibili, tra cui la salute mentale, la preparazione e la risposta alle emergenze, la sicurezza dei pazienti e la fornitura di servizi integrati incentrati sulle persone.

Chiediamo il vostro supporto durante la Giornata mondiale della salute per garantire che le forze di lavoro infermieristiche e ostetriche siano abbastanza forti da garantire a tutti, ovunque, l'assistenza sanitaria di cui hanno bisogno.

Prenditi un momento per ringraziare il personale sanitario e mostrare loro il tuo apprezzamento. Condividi foto e video di e da infermieri e ostetriche, o altri operatori sanitari spiegando perché il loro lavoro è vitale.


Mutualpass - Medika, la Card della Salute

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Tue, 7 Apr 2020 09:27:32 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1160/1/7-aprile-2020-giornata-mondiale-della-salute
Le 5 opere più belle di Raffaello https://www.mutualpass.it/post/1161/1/le-5-opere-piu-belle-di-raffaello https://www.mutualpass.it/post/1161/1/le-5-opere-piu-belle-di-raffaello]]> Il 6 aprile 1483 nasceva ad Urbino il pittore ed architetto Raffaello Sanzio, allievo del Perugino. Si affermò ben presto come uno degli artisti più rinomati nonostante la giovane età.

Dei suoi primi anni di attività sono da ricordare il "Sogno del cavaliere", lo stendardo di città di Castello, la tavola andata perduta con l'Incoronazione di S. Nicolò da Tolentino, la "Resurrezione del museo di S. Paolo", e, verso il 1503, la "Incoronazione della Vergine" e la "Crocifissione" della National Gallery. In queste opere si notano ancora influenze pitoriche tipicamente umbre.

Alla fine del 1504 Raffaello si reca a Firenze con l'intento dichiarato di studiare le opere di Leonardo Da Vinci, Michelangelo e fra Bartolomeo. La sua evoluzione artistica nel corso del soggiorno fiorentino può essere ripercorsa esaminando i numerosi dipinti sul tema della Madonna con il Bambino. 

Successivamente Raffaello si trasferì a Roma dove gli viene affidato l'incarico di affrescare alcune pareti della Stanza della Segnatura. e altre decorazioni delle Stanze. Contemporaneamente a queste opere del periodo romano, è da considerarsi egregia e interessante la raccolta di ritratti, nonché altre scene sacre e immagini di illustri e ignoti personaggi.

Nel 1514 dopo la morte del Bramante, il Papa lo nomina responsabile della cura dei lavori per la costruzione di San Pietro. Questa sua attitudine alle opere architettoniche viene spesso posta in secondo piano ma in realtà costituisce una parte fondamentale dell'attività del genio cinquecentesco Oltre a tutte queste opere universalmente note, Raffaello dipinse molte tele altrettanto interessanti. Tra i ritratti, genere in cui eccelleva per l'estremo realismo della rappresentazione e la capacità di introspezione psicologica, si ricordano quelli di Giulio II e di Leone X con due cardinali.

Tra gli altri quadri di soggetto religioso è necessario almeno ricordare la "Trasfigurazione", rimasta incompiuta alla sua morte e completata nella parte inferiore da Giulio Romano.

Muore a Roma il 6 Aprile 1520, a soli 36 anni, all'apice della gloria, osannato e ammirato dal mondo intero quale artista che aveva incarnato al meglio l'ideale supremo di serenità e di bellezza del rinascimento. Le sue spoglie furono sepolte al Pantheon monumento da lui profondamente amato.

Vogliamo celebrarlo attraverso una classifica con le 5 più belle opere, scelte da noi, di Raffaello.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Mon, 6 Apr 2020 17:40:36 +0000 https://www.mutualpass.it/post/1161/1/le-5-opere-piu-belle-di-raffaello